Numero 9.10, settembre.ottobre 2007


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Franco Frabboni

 

LE INDICAZIONI PER IL CURRICOLO DELLA SCUOLA DELL’INFANZIA INSUFFICIENTI IN PEDAGOGIA PROMOSSE IN DIDATTICA

Queste Indicazioni sembrano congedarsi dalla “nobile tradizione pedagogica” della scuola dell’infanzia italiana, assumendo il curricolo come asse portante della sua identità.

 

Premessa

In questo anno scolastico 2007 hanno preso il mare -su un’imbarcazione “sperimentale” (sulla quale gli insegnanti non sono obbligati, per un biennio, a prendere posto)- le Indicazioni per il curricolo (Ipc) della nostra scuola di base. Il suo Testo è stato predisposto da una Commissione di esperti (di cui abbiamo fatto parte) alla quale il Ministro della Pubblica istruzione -Giuseppe Fioroni- ha assegnato questo duplice compito. Redigere sia un Preambolo (le frontiere culturali e formative), sia le Indicazioni nazionali (gli itinerari formativi e cognitivi) per la scuola dell’infanzia, per la scuola primaria e per la scuola secondaria di primo grado del nostro Paese.

In queste righe, scatteremo due flash -uno Pedagogico e uno Didattico- sulle Ipc della scuola dell’infanzia: la scuola tre/sei da sempre apprezzata -anche in sede internazionale- come il “gioiello di famiglia” del sistema scolastico di casa nostra.

 

Una Pedagogia senza mantello storico

Apriamo dando voce a un nostro punto di vista critico. Le pagine delle Ipc intitolate alla scuola dell’infanzia soffrono di uno sguardo miope nei confronti del suo album di famiglia del ventesimo secolo. In particolare, hanno gli occhi chiusi sulle grandi teorie dell’educazione del Novecento. Sono disattente nei confronti del suo straordinario viaggio (“diacronico”) lungo le grandi autostrade pedagogiche intitolate a Rosa Agazzi, a Maria Montessori, a Loris Malaguzzi e a Bruno Ciari. Attratte e sedotte dal presente storico (“sincronico”) guardano soltanto la nostra società del cambiamento -complessa, globalizzata, conflittuale- servendosi di chiavi interpretative psicologiche, sociologiche e antropologiche. Relegando al silenzio la Pedagogia.

Confutiamo questa architrave teorica e metodologica. Se intendiamo porci sul naso un occhiale capace di allungare lo sguardo sul domani della nostra scuola di base -a partire dalle Ipc per la seconda infanzia- occorre fermarsi un momento e rileggere il romanzo pedagogico che illustra il glorioso Novecento: andato agli archivi della storia dell’educazione con un dieci e lode per avere posto sul suo petto della scuola dell’infanzia molte medaglie di oro zecchino. Questo per dire che non si può non guardare dentro a questa sfera di cristallo, dove si coglie nitidamente lo Stato italiano quando responsabilmente - negli anni settanta- scende in campo (in compagnia degli Enti locali e del Privato sociale) per incoronare la scuola dell’infanzia a vivaio di relazioni educative e a luogo di prima alfabetizzazione per le giovani generazioni.

Faremo scorrere pertanto alcune foto/ricordo che documentano come era la scuola che abitava l’isola della Pedagogia popolare, democratica e progressista (nata dal basso nelle tante contrade della penisola, in virtù del girotondo tra insegnanti-genitori-enti locali-sindacati-associazionismo cattolico e laico), il cui merito indiscutibile è stato quello di elaborare e di sperimentare una robusta teoria/prassi della formazione prescolastica. Una sorta di via nazionale aperta verso una nuova qualità dell’istruzione nella prospettiva di una cittadinanza consapevole, attiva e solidaristica. Per la nostra scuola dell’infanzia è stata una Pedagogia endogena alimentata di cifre teoriche da illustri “Amazzoni” (Rosa Agazzi e Maria Montessori) e di cifre empiche da nobili Cavalieri (Loris Malaguzzi e Bruno Ciari). Un’Altra Pedagogia, dunque. Capace di contrapporsi a voce alta alla nascente “esterofilia” di immagini d’infanzia -eccentriche ed effimere- create da neofite multinazionali interessate a mercificare i consumi del bambino e della bambina. Questi colossi industriali stavano invadendo il florido mercato dei bisogni indotti, artificiali, voluttuari rivolti a un’infanzia dal crescente volto metropolitano. Facile pertanto alle seduzioni degli specchietti per le allodole che impunemente omologavano il mondo di cose e di valori dei bambini sempre più galline dalle “uova d’oro” per i mercati di una società industrializzata e terziarizzata.

La Pedagogia popolare ha battuto strade diverse. Scommettendo su un’infanzia storica, antropologica, in carne e ossa: che vuole conoscere ma anche sognare, che vuole sorseggiare fino all’ultima goccia il calice della sua domenica (la stagione tre-sei anni), ma anche assaporare le primizie del suo lunedì (il domani profumato di adolescenza). Nessuna sirena può catturarla in modelli di vita -sapientemente coniati in serie dall’industria per l’infanzia- ricettivi alle mode e, conseguentemente, affamati di consumi indotti. La nostra Pedagogia casareccia non ha trasformato precocemente i bambini nell’immagine falsa e surrogatoria di soggetti manichini dall’encefalogramma piatto e dal cuore formattato: ma ha simpatizzato, senza se e senza ma, con un’immagine altra di infanzia. Soltanto sfiorata dal vento dei mercati, delle mode didattiche d’oltre oceano e dalla relativa spirale dei consumi.

Questa nostra nobile tradizione pedagogica ha goduto di un inimitabile cielo educativo. Sul suo orizzonte sono scolpite -da angolazioni diverse- le quattro identità esistenziali della stagione “sotto-i-sei”: l’infanzia del cuore (della relazione) di Rosa Agazzi; l’infanzia della mente (dell’autonomia) di Maria Montessori; l’infanzia della fantasia (della creatività) di Loris Malaguzzi; l’infanzia scout (dei perchè) di Bruno Ciari.

Dunque, le Ipc sembrano congedarsi dal nostro glorioso Novecento pedagogico al fine di potere spalancare gli occhi sul duemila. I cui paesaggi illustrano il Villaggio globale del ventunesimo secolo: popolato dai linguaggi (e dalle culture) del mediatico, dell’elettronico, dell’informatica, della robotica. Sguardo ineludibile, si badi bene. Ma forse non sufficiente per potere ritagliare un’ontologia della bambina e del bambino cifrate di cuore, mente, fantasia e voglia di scoprire. Sono mondi esistenziali nei quali da sempre convivono e si confrontano più “teorie” dell’educazione: personaliste, positiviste, gestaltiste e strutturaliste. Senza voce nelle Ipc.

 

Una Didattica dall’abito griffato

Dopo le osservazioni critiche, chiudiamo queste pagine con un convinto plauso alle Ipc per la seconda infanzia. Se è vero che il suo mantello pedagogico si presenta anoressico quanto ad aristocrazia pedagogica, è altrettanto vero che la sua veste didattica si presenta griffata, tanto da potere essere indossata come abito da sera. Queste, le tre gemme -le tre identità didattiche- che danno luce al suo abito da sera.

 

L’identità di scuola aperta. E’ “aperta” la scuola dell’infanzia delle Ipc perchè viene invitata a dare la mano all’ambiente (sociale e naturale) quale suo compagno di viaggio lungo i sentieri dell’educazione infantile.

Da una parte, è la cultura socioantropologica del territorio che è chiamata a entrare nella scuola tre-sei attraverso la presenza dei genitori quali testimoni della soggettività di una domanda sociale, esistenziale e valoriale che non può essere delegata a nessun organo di rappresentanza delle famiglie.

Dall’altra parte, è la scuola dell’infanzia a essere invitata a uscire nell’ambiente sociale (la città: il mattone) e nell’ambiente naturale (il paesaggio: il ciuffo d’erba) perché l’uno e l’altro si propongono da primo libro di lettura per il bambino e per la bambina.

 

L’identità di scuola sperimentale. E’ “sperimentale” la scuola dell’infanzia delle Ipc perchè è chiamata a tenere conto sia dei bisogni del soggetto in educazione (le sue motivazioni personali e le sue aspirazioni ideali), sia della specificità degli oggetti di conoscenza (i campi di esperienza educativa di natura psicomotoria, espressiva, linguistica, cognitiva). Conseguentemente, espone uno stile sperimentale la scuola che assicura un assetto flessibile e modulare degli spazi interni. Attuabile con l’allestimento di zone di “intersezione” in guisa di centri di interesse, angoli didattici, laboratori, ateliers: deputati a promuovere vuoi attività monotematiche (pittura, musica, gesto e mimo, lingua, logica et al), vuoi attività multitematiche (il centro della famiglia, dei mestieri, dei negozi, dei mestieri, del gioco et al.).

 

L’identità di scuola del curricolo. E’ del “curricolo” la scuola dell’infanzia delle Ipc perché dispone di un proprio percorso educativo. Consapevole di essere sia una tappa del viaggio della formazione delle giovani generazioni (a monte ha l’asilo nido, a valle ha la scuola primaria), sia di godere di una propria Autonomia didattica: non più triennio “preparatorio” al primo grado dell’obbligo scolastico. Pertanto, il suo curricolo attraversa cinque campi di esperienza:

(a) Il sé e l’altro (Le grandi domande, il senso morale, il vivere insieme)

(b) Il corpo e il movimento (Identità, autonomia, salute)

(c) Linguaggi, creatività, espressione (Gestualità, arte, musica, multimedialità)

(d) I discorsi e le parole (Comunicazione, lingua, cultura)

(e) La conoscenza del mondo (Ordine, misura, spazio, tempo, natura).

 

A ciascun campo di esperienza viene assegnata una doppia competenza: comunicativa e cognitiva. Come dire, ogni “campo” è insieme linguaggio e pensiero: alfabetiere per imparare a mettersi in relazione (verbale e non verbale) con gli altri e multiblocco logico (pre-operatorio e operatorio) per capire il mondo. I campi di esperienza -in quanto competenze trasversali- si identificano con i dispositivi espressivo creativi delle conoscenze, possibili quando la scuola tre-sei prende le vesti di una bottega dell’arte: ricca di quelle sollecitazioni immaginativo fantastiche e trasfigurativo-reinventive che abilitano a sapere rieditare e ricreare le conoscenze note in conoscenze nuove.

Se è vero che la scuola dell’infanzia scommette sulla roulette didattica della sezione-intersezione, è altrettanto vero che quest’ultima (l’intersezione) si offre da “teatro” di recita per i centri di interesse: sia di natura espressiva (il “centro” grafico-pittorico, teatrale e dei travestimenti, musicale, plastico-costruttivo, ludico), sia di natura cognitiva (il “centro” famigliare, del raccontafavole, dei mestieri, dei negozi, il centro-zero: quest’ultimo, sede di raccolta dei materiali della ricerca d’ambiente).

Per concludere, un ultimo punto di domanda. Perché le Ipc godono di perle didattiche? Risposta. Perché splende sul suo petto una collana educativa che qualifica la scuola tre-sei come comunità aperta alla molteplicità delle culture e dei valori dell’ambiente, partecipata dai genitori, disponibile all’inserimento e all’integrazione delle “diversità” (disabili, altre etnie), articolata in percorsi formativi di sezione (dove si gioca prevalentemente con i campi di esperienza secondo strategie personalizzate) e di intersezione (dove si gioca prevalentemente con attività di “intercampo” in centri di interesse che praticano l’espressività-creatività e la ricerca-scoperta).