Numero 1, gennaio-febbraio 2009


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Focus: L’aggressività in educazione

 

A cura di Andrea Ceciliani

 

Introduzione

 L’aggressività non deve essere interpretata come un fenomeno isolato e casuale, ma come parte del mondo sociale del bambino, che come gli altri comportamenti sociali è influenzata dalle situazioni interattive a cui il bambino prende parte.
   Molteplici sono i fattori che concorrono allo sviluppo del comportamento aggressivo nei bambini: differenze individuali, processi psichici, influenze e condizioni sociali, stili dei genitori, esposizione alla violenza. La cosa certa è che l’aggressività si sviluppa come comportamento “normale” e non casuale, si manifesta principalmente nel bambino per poi attenuarsi e quasi scomparire lasciando spazio a comportamenti sociali più evoluti e complessi, oppure, in alcuni casi, trasformandosi in violenza vera e propria, che possiamo considerare come degenerazione dell’aggressività.
   La manifestazione aggressiva va dunque considerata, nel processo di educazione e cura rivolto al bambino, come elemento presente da affrontare e non da eludere o inibire, come tappa necessaria allo sviluppo sociale del bambino, all’acquisizione delle competenze necessarie a risolvere gli inevitabili conflitti che nascono nelle quotidiane esperienze di vita.  Educare il bambino, in questo senso, significa aiutarlo a conoscersi, ad avere fiducia in sé, ad affrontare e superare le situazioni critiche e gli ostacoli  che incontra, a ridurre le frustrazioni e, con esse, la mobilitazione dell’aggressività come mezzo risolutivo delle situazioni difficili. 
   Oggi l’infanzia viene spesso limitata nelle sue manifestazioni aggressive, anche se giocose, mentre è fortemente esposta alla violenza passiva che si manifesta attraverso i media o, in certi casi, i comportamenti degli adulti di riferimento. Tale esperienza segna il bambino, lo coinvolge in situazioni aggressive che subisce indirettamente senza poter “mediare” la loro soluzione. Vengono meno le esperienze che aiutano il soggetto nello sviluppo di competenze sociali, con il rischio che il bambino interpreti l’aggressività fino alla violenza come forma socialmente accettabile di comportamento.
I contributi che danno corpo a questo focus mettono in evidenza come aggressività e socialità, nelle relazioni educative che riguardano sia i bambini che gli adulti, costituiscano un campo d’esperienza essenziale e normale su cui operare con adeguate modalità di osservazione e di intervento, dove la negazione o peggio la repressione non solo non aiutano ad affrontare e a risolvere i problemi, ma si pongono come modalità antipedagogiche.
Incrociando ricerche di ambito psicologico e pedagogico, osservazioni sui comportamenti dell’infanzia e sui contesti educativi, ci si rende conto che l’aggressività non è una sorta di “nemico da abbattere” o da cui fuggire sistematicamente, ma una modalità (una gamma estremamente varia di modalità) di incontro e di relazione che caratterizza l’infanzia a partire dai suoi giochi e che, come tutte le esperienze, può essere educata. Il punto è che nei bambini l’espressione dell’aggressività non ha gli stessi significati e le stesse forme che ha per noi adulti e questo ci mette in difficoltà tutte le volte che il problema si pone all’attenzione in tutta la sua evidenza.
Eppure, i bambini e le bambine mostrano, fin da piccoli, non solo una propensione all’aggressività, ma anche alla socialità e le due cose non sono così disgiunte come potrebbe sembrare. E’ indubbio che l’aggressività vada gestita e questo è un problema educativo che non riguarda solo i comportamenti infantili, ma anche quelli degli adulti: sono in gioco anche gli “stili relazionali” e i modi con cui operare sui contesti educativi per com-prendere l’aggressività e gestirla.