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Se i bambini restano al buio
Franco Frabboni
In queste righe di Infanzia alzeremo il sipario per dare voce alla bambina e al bambino di questa società/post:postideologica, postmoderna, postindustriale. Una stagione d’esordio del terzo Millennio - attraversata da planetarie rivoluzioni economiche, sociali e culturali - alla quale si può sicuramente rimproverare di non dare sufficiente sguardo alle prime età della vita, di fare rullare raramente i propri tamburi dentro il Pianeta infanzia.
E’un’età di transizione che sembra preferire spendere i propri occhi compiacenti (e conniventi) verso un mercato dei consumi - alienante e omologante - che deruba cinicamente, giorno dopo giorno, le prime stagioni della vita dei loro sacrosanti diritti “identitari”: esistenziali, civili, antropologici. Come dire. L’infanzia è costretta ad indossare una pelle non/sua. Con questo fallimento esistenziale: la bambina e il bambino sono costantemente in fuori‑gioco.
Sull’immagine in dissolvenza di un’infanzia in off-side,diamo la parola ad un nostro punto di domanda.
Che cosa significa essere bambina e bambino in una contrada storica sbarcata da poco sulle rive del Ventunesimo secolo? Qual è l’identità esistenziale delPianeta infanzia, oggi?
La letteratura socio-psico-pedagogica contemporanea è popolata di autorevoli check‑up sul mondo infantile: sono schermografie, sono ritratti interpretativi di una bambina e di un bambino in volo/liberosulle praterie del Duemila. Tra le tante loro carte d’identità daremo luce a quellasiglata diidentità‑no, di segni di riconoscimento a rischioper l’infanzia contemporanea. Questa, l’immagine che emerge a lettere cubitali.
L’infanzia di questo inizio Secolo è gettata in due mondi, costretta a sdoppiarsi e a dissociarsi di fronte a due/schermiche proiettano pellicole dai modelli culturali (linguaggi, pensieri, valori) dissimili, contrastivi, divaricati a centottantagradi tra loro.
In altre parole. L’infanzia è costretta a subire, contestualmente, i martellanti meccanismi di apprendimento-modellamento sia del mondo sociale (gli alfabeti “informali” trasmessi dalla famiglia, dalla città, dal mediatico), sia del mondo scolastico (gli alfabeti “formali” trasmessi nelle sezioni e nelle classi).
Sono modelli di apprendimento e di modellamento sociale per lo più in opposizione tra loro: tanto che la bambina e il bambino rischiano di smarrirsi e di perdersi di fronte a questo doppio scenarioesistenziale e culturale: sprovvisti come sono delle “grammatiche” di decifrazione di contesti di alfabetizzazione e di relazione entro cui si trovano a vivere e a crescere.
All’infanzia, peraltro, non viene spento l’interruttore della luce, non si negano gli “occhiali” per osservare questo duplice percorso quotidiano. Ma sono occhiali troppo spesso truccati,schermati di venature gattopardesche.
Occorre allora inviare due comunicazioni giudiziarie a questi due universi di esperienza che sottraggono luce e sguardo all’infanzia.
Imputato numero 1: il “mondo socioculturale”. L’accusa è quella di fornire alla bambina e al bambino falsi/occhiali, essendo le loro lenti non sintonizzabili con i “cristallini” dell’infanzia.
Questo il bilancio negativo, antieducativo. Alle prime stagioni della vita non resta che vedere confuso e sdoppiato, perché sono private dei fili di ricomposizione‑comprensionedel loro sfaccettato arcipelago quotidiano di cose e di valori.
Imputato numero 2: il “mondo scolastico”. L’accusa è quella di fornire alla bambina e al bambino occhiali sprovvisti di “lenti”:tanto da costringere l’infanzia a restare al buio. Questo il bilancio negativo, antieducativo. Le conoscenze e i modi di pensare imposte dalla scuola risultano mille miglia lontani dalla contrada di vita di questi anni d’inizio millennio. Sono modelli cognitivi non/spendibili, perché alludono nostalgicamente ad un mondo di nonna-Speranzaoggi anacronistico: già tramontato ad occidente.