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IL “NOSTRO” CESTINO DEI TESORI.
Giuseppina Diotallevi, Loretta Grassi, Barbara Sagginati, Alide Tassinari, Rosalba Valmori*.
Un caro saluto e un particolare rigraziamento ad Elinor Goldschmied
La formazione con Elinor Goldschmied.
Negli anni novanta Elinor Goldschmied ha tenuto alcuni incontri di formazione per le educatrici dei nidi comunali di Cesena. Nel ricordarla ci piace soffermarci a pensare al nostro incontro con lei. La formazione con Elinor Goldschmied cosa ci ha lasciato?
Non è mai troppo presto per porsi nei confronti di un bambino come educatrice responsabile che nell’oggi fa già parte del suo domani, come educatrice che vede nell’essere-in-divenire un soggetto di desiderio e di domande. Tutto questo ci ha insegnato e soprattutto ci ha insegnato a tenere insieme il quadro frastagliato e complessivo dell’educazione di bambini che non a caso lei definiva Persone da zero a tre anni.
Già indirizzate dalle formazioni precedenti con formatrici dell’Istituto Pikler di via Loczy di Budapest, a pensare e a pensarci, in termini di come stare con i bambini del nido avendo già indagato le problematiche del cosa fare con i bambini, non fu difficile riconoscere nella formazione con Elinor il filo che accumunava il “modo di” e il “fare con”. Il filo era dato dalla capacità di osservare i bambini e di trarne da questo delle conseguenze operative.
Non è stato difficile dal momento che avevamo imparato a dare tempo e a osservare i bambini, a trovare il gusto della scoperta dei loro modi soggettivi di crescere, ad accettare i tempi e i percorsi originali di ognuno. Già da tempo avevamo modificato l’organizzazione dei tempi e degli spazi nei nostri nidi - per quello che era possibile fare tenendo conto delle strutture edilizie - e così, grazie all’incontro con Elinor, abbiamo potuto integrare nei progetti educativi momenti che privilegiavano l’offrire ai bambini, a seconda dell’età, la possibilità della scoperta. Pensiamo in primo luogo al gioco euristico e al cestino dei tesori di cui abbiamo detto.
Anche noi educatrici, un po’ alla volta, grazie alla sua formazione abbiamo legato la passione della scoperta con quella del mestiere; coniugato la nostra funzione di educatrici con la cura dei bambini che ci sono affidati dalle madri senza sostituirci a loro; intrecciato il nostro benessere con quello dei bambini e delle madri e dei padri.
Chi l’ha conosciuta ricorderà come, prendendoci per mano, ci fece riflettere sull’importanza che l’educatrice non si stancasse troppo fisicamente al fine di poter fare bene il proprio lavoro. Ci insegnò piccoli trucchi: avere un carrello vicino durante il pasto ci permette di non allontanarci troppo perché si ha tutto a portata di mano; tenere le cose necessarie a portata di mano; piccole cose della vita quotidiana come aver scoperto che il tenere i fazzoletti sporchi con cui si puliva il naso ai bambini nelle tasche dei nostri grembiuli significava ammalarsi di più e come, al contrario, bastava un barattolo, lì in sezione, dove raccoglierli, per correre meno rischi di infezione. Tutto ciò naturalmente perché il nostro benessere ha a che fare strettamente con quello di ogni bambino. Così come ci ha aiutato a verificare l’importanza per le educatrici di tenere una postura adatta nei momenti di cura dei bambini.
Vorremmo concludere ricordando ciò che disse mentre ci parlava del gioco euristico. Di tutta la presentazione sul gioco euristico, di tutta la teoria pedagogica che fa da sfondo al gioco euristico, ciò che mi colpì fu che ci disse che non era senza importanza chiedere ai bambini di aiutarci nel riordino: non solo perché essendo meno alti di noi si affaticavano meno, non solo perché riponendo in ogni sacco di iuta il materiale per tipologia, facevano un’operazione di classificazione, ma perché in questo modo, chiedendo loro di aiutarci avremmo così avuto modo di dire grazie ai bambini e, concluse, dicendo che in fondo ciò era importante perché non sono molte le occasioni in cui un bambino si sente dire grazie da un adulto.
Passare dall’essere “oggetto di” all’essere “soggetto con” si inizia proprio così: rispondendo affermativamente alla richiesta di un altro.
AC-Cogliere una eredità.
Mettersi in contatto significativo con il pensiero e l’approccio di Elinor Godschmied (e, in genere, con tutti gli approcci elaborati in contesti storici-sociali-culturali, a volte molto distanti da quelli in cui ci troviamo a lavorare) implica, per noi, innanzitutto uno sforzo per cercare di capirlo in profondità.
E’ un pensiero che spesso si manifesta attraverso proposte operative molto chiare e dettagliate (quali ad esempio le proposte del “gioco euristico” e del “cestino dei tesori”) perciò esiste il rischio che esso venga scambiato per un approccio rigido da “applicarsi” in maniera sempre uguale nei contesti più differenziati.
Questa idea di poter trasferire tout court, in maniera acritica, l’approccio di Elinor Goldschmied nei diversi luoghi educativi, lungi dal rappresentarne un elemento di garanzia e salvaguardia, rischierebbe, al contrario, di impoverirlo, consegnandolo all’immobilità storica e sperimentale.
Sappiamo che il lavoro educativo nasce e cresce ogni volta su se stesso, ricercando sempre nuove strade. Sappiamo anche che il nuovo deve sapientemente innestarsi nella tradizione più significativa, entrare in dialogo con questa, per non rischiare di perdere “ciò che di buono già c’è” e che va riconosciuto e coltivato.
Noi abbiamo cercato modi di metterci in contatto creativo con il pensiero di Elinor Goldschmied ponendoci il problema di una trasmissione della sua eredità pedagogica che sia al contempo rispettosa e innovativa. Che sappia riconoscerne “il buono che c’è” per poterlo sapientemente riproporre e reinventare alla luce dei nuovi contesti.
E’, dunque, importante soffermarsi a ragionare sulla trasferibilità educativa che significa individuare “ciò che si può trasferire così come è” e cosa, invece, si può e si deve/si vuole cambiare. Occorre distinguere i punti fondamentali che sorreggono l’approccio originale, individuare le colonne portanti di quel pensiero e pratica senza le quali cadrebbero e individuare quali sono invece gli aspetti che “si possono cambiare” senza minare la solidità dell’intera impalcatura teorico/metodologica.
Un grande senso di responsabilità accompagna l’opportunità di trasferire un approccio educativo da un contesto all’altro senza copiare, ma anche senza travisare il pensiero originale. Un trasferire modificando con consapevolezza, cioè sapendo dire cosa si è preso, cosa si è lasciato e questo, non per giustificarsi ma per saper motivare e motivarsi nel lavoro educativo. Tutto questo lavoro di riflessione sulla “trasferibilità creativa di una eredità” è sostenuto dalla documentazione educativa, che attiva un processo di riflessione critica su questi aspetti sia mentre la si realizza, sia mentre la si diffonde.
Forti di questa consapevolezza, come C.D.E. e Nido Ippodromo di Cesena, abbiamo unito le forze per elaborare una documentazione educativa che riguarda il cestino dei tesori ideato da E. Goldschmied. Il percorso ha portato alla realizzazione del DVD “il nostro cestino dei tesori” che è anche stato presentato in un seminario pubblico. Qui proponiamo una sintesi della documentazione intendendo offrire il nostro contributo ad una discussione che deve essere allargata ad altre voci e contesti. Raccontiamo come ci si è poste, al Nido Ippodromo di Cesena, nei confronti del cestino dei tesori, ideato da Elinor Goldschmied, credendo che lo sviluppo e la ricerca di nuove strade parta dalle domande che non vorremmo cessare di porre/porci.
Il nostro cestino dei tesori
Parlare di Cestino dei Tesori significa pensare ad un’attività, ad una proposta di gioco che da anni nel nostro nido viene organizzata nella sezione dei piccolissimi e che risale agli inizi degli anni 90 a seguito di una formazione con l’ideatrice stessa del cestino ossia Elinor Goldschmied.
Come è pensato il nostro cestino
Noi proponiamo il cestino dei tesori come attività mirata allo sviluppo globale dei bambini con lo scopo di offrire la massima varietà di stimoli per i 5 sensi. Nello specifico il cesto che mettiamo a disposizione dei bambini è di vimini, di grandi dimensioni, molto robusto e senza manici. In esso sono contenuti materiali molto diversi per grandezza e consistenza. Materiali in legno, stoffa, ferro, gomma.
Come scelta di sezione, ma condivisa dall’équipe di plesso, il cestino dei tesori, ha subito negli anni, alcune modifiche, dettate da esigenze pratiche: sono stati eliminati i materiali facilmente deperibili come frutta, verdura, pigne; così come quelli la cui manutenzione e pulizia rischiava di essere inadeguata. Sono stati aggiunti oggetti in plastica e pezzi di gomma rossa da giardinaggio che catturano l’attenzione e la curiosità dei bambini e delle bambine.
Quando lo proponiamo
Il cestino è messo a disposizione dei bambini nella parte centrale della mattinata dopo il momento della frutta, i cambi, e quando i bambini che sono arrivati presto al mattino sono messi a dormire, così si riduce il numero dei bambini presenti nello spazio gioco.
Il cestino non viene messo a disposizione tutti i giorni.
Dove lo proponiamo
Dove collocare il cestino, è una scelta legata agli spazi che abbiamo a disposizione e alla loro strutturazione.
Viene posto in luogo specifico. Su di un tappeto blu sottile, non circoscritto dove anche i bambini che già sanno muoversi in maniera autonoma (cioè sanno gattonare ), possono accedervi. La nostra esperienza, ci dimostra che i bambini autonomi nel movimento, non interferiscono nelle attività dei bambini seduti attorno al cesto. Come scelta di sezione non mettiamo mai in situazione di gioco, bambini che non siano in grado di stare seduti da soli.
Ai bambini viene lasciata la massima libertà di esplorare gli oggetti, i materiali vengono toccati, afferrati ,sbattuti, portati da una mano all’altra, portati alla bocca. Esaurita l’esplorazione di un oggetto il bambino ne sceglierà un altro. Durante il gioco i bambini dimostrano una grande capacità di concentrazione, il gioco riesce a coinvolgerli per intervalli di tempo che, considerata l’età, sono sorprendenti.
Al sopraggiungere della stanchezza, che i bambini dimostrano con il pianto, stropicciandosi gli occhi o richiamando l’attenzione dell’educatrice con lo sguardo e versetti, vengono dall’educatrice presi in braccio e spostati dall’area di gioco.
In questa situazione di gioco non è di poca importanza l’interazione che si stabilisce fra i bambini: relazioni molto intense fatte di sguardi, sorrisi vocalizzi e passaggi di oggetti.
Il nostro ruolo di educatrici
La scelta di chi mettere in situazione di gioco è legata a diverse variabili, una fra tante la stanchezza dei bambini e il loro bisogno di fare un riposino durante la mattinata. E’ l’adulto comunque, che richiama l’attenzione dei bambini sul cesto: i bambini vengono portati in braccio, seduti vicino al cesto, supportati con lo sguardo e la voce.
Il compito dell’educatrice è di “regista”, osserva, garantisce una situazione di serenità, non interviene nel gioco se non quando è il bambino a manifestare stanchezza.
* Nido Ippodromo e Centro Documentazione Educativa di Cesena.