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Bambine e bambini nei racconti delle madri migranti: processi di inclusione sociale e servizi alla prima infanzia
Giovanna Guerzoni *
Il nido per le madri straniere favorisce non solo l'inserimento educativo dei loro bambini, ma anche l'uscita dall'isolamento delle mura domestiche e l'inserimento nel tessuto sociale italiano.
Migrare: nuove famiglie in Italia
La ricerca etnografica nei contesti educativi ha oggi l’importante compito di tentare di descrivere i modi concreti con cui attori sociali differenti abitano e agiscono nei contesti multiculturali di approdo, ma anche di cogliere i modi attraverso cui essi reinterpretano la loro nuova vita, narrano e reinventano tali contesti in senso multiculturale. Nella ricerca sugli attuali processi di differenziazione e contaminazione culturale assume cioè uguale importanza l’analisi delle rappresentazioni culturali agite dagli attori sociali. Al di là delle storie biografiche – del noi e dell’altro - occorre considerare come ogni riflessione sui processi di costruzione identitaria nella contemporaneità faccia, oggi, inevitabilmente i conti con la questione multiculturale. Eppure fare esperienza della pluralità culturale è solo in parte riconducibile alla nuova realtà sociale determinata dai processi migratori; ai processi di globalizzazione dei modi di produzione e del lavoro, si affiancano analoghi processi necessariamente meticci, relativi, ad esempio, all’impatto delle tecnologie negli spazi comunicativi, alla planetarizzazione dell’immaginario culturale e del gusto estetico. In questo contesto si affermano nuovi processi di costruzione identitaria – si pensi appunto alle cosiddette “seconde generazioni” o alle “famiglie transnazionali” (Riccio, Villano 2008) - non riconducibili semplicemente alla pluralità di appartenenze sociali e culturali “originarie” di cui sarebbero portatori, ma alla specificità delle mescolanze culturali e dei conflitti che caratterizzano, seppur secondo modalità esse stesse segnate dalla differenza culturale, le comunità locali, attraversate da processi, spesso violenti, di natura trasversale e globale (Callari Galli 2003).
“Famiglie transnazionali” e “seconde generazioni” sono al centro delle trasformazioni demografiche del nostro paese, ormai strutturalmente attraversate dai processi migratori. Molti analisti hanno sottolineato la forte eterogeneità sul piano della distribuzione dei flussi migratori da regione a regione che caratterizza il contesto italiano, a cui si accompagnano politiche locali anch’esse fortemente eterogenee. Gli ultimi dati Istat evidenziano un’inversione di natalità in Italia, dopo decenni, attribuendola alla maggiore fecondità delle famiglie migranti e all’affermarsi del ricongiungimento familiare. Tale strategia migratoria è stata interpretata come un’importante fase di stabilizzazione dei flussi nel nostro paese e un ruolo importante, sia sul piano demografico, sia su quello dei processi di inclusione sociale delle comunità migranti, appare assunto dalle donne. «Tra gli immigrati prevalgono le persone sposate (52,7% del totale delle presenze), anche se spesso sono rimasti in patria i figli e il coniuge, come attesta il forte flusso di ricongiungimenti (100 mila l’anno). (…) La fecondità è più alta tra le donne straniere, in media con 2,4 figli (4 per le marocchine, 1,7 per le polacche e le romene e solo 1,25 per le donne italiane). I cittadini stranieri, dai quali nel 2005 sono nati 52.000 bambini, hanno inciso per il 9,4% sulle nuove nascite. Tra le immigrate vi sono più divorziate rispetto alle italiane (2,5% rispetto a 1,7%) e anche questo è un segno, che, unitamente alle più frequenti condizioni di disagio sociale, la maternità e la famiglia possono esperienze da loro vissute in maniera più problematica. I minori sono 586 mila, pari a circa un quinto della popolazione straniera, un’incidenza maggiore rispetto a quella riscontrabile tra gli italiani» (Caritas/Migrantes, 2007: 2).
Tale contesto emerge anche nella ricerca a cui fanno riferimento queste pagine dedicata al rapporto tra famiglie e servizi alla prima infanzia (0-3 anni) in cui la voce protagonista è stata quella delle madri migranti. Come altre ricerche hanno mostrato (Sgrignuoli 2003; 2004), il punto di vista delle donne che migrano – nella sua specificità – incide fortemente sulle pratiche di dialogo interculturale e sugli stessi processi di inclusione sociale. Nelle traiettorie biografiche raccolte dalla nostra ricerca ci sono madri che sono giunte in Italia a motivo di un ricongiungimento familiare, altre giunte per motivi di studio sono restate e si sono sposate in Italia (emerge una notevole presenza di “coppie miste”), altre donne sono migrate da sole alla ricerca di migliori opportunità di vita.
“Prima è arrivato mio marito, a me mi ha lasciato in Serbia. Poi dopo 5-6 mesi ho raggiunto mio marito. Inizialmente sono stata da mio cugino che era qui da 9 mesi. Poi sono rimasta incinta e sono andata ad abitare in un campo nella zona pilastro, sono stata lì un anno e dopo un anno mi sono messa in regola per un anno e, piano piano, il Comune ci ha dato un appartamento in San Felice che era un corridoio e che dividevamo con un’altra famiglia. Siamo stati quasi un anno. (…) poi, piano piano, mio marito ha fatto un corso con il Comune, ha iniziato a lavorare, ci siamo sposati nuovamente per fare tutti i documenti. Adesso abitiamo in Saragozza, ho una camera da letto grande, un salotto e un corridoio. E adesso siamo tranquilli”. (M., serba, Bologna)
“Io sono venuta in Italia nel giugno 2003 per lavoro perché ho studiato in una scuola privata dell’Albania. Faccio l’infermiera. Io, come immigrata, sono stata molto fortunata perché sono venuta subito con i documenti, con il lavoro e la casa me l’hanno data quelli del lavoro. Poi, a poco a poco, ci siamo spostati, abbiamo preso un'altra casa. Mio marito era già a Bologna, stavamo insieme da due anni e sono venuta qui per lui.” (M., albanese, Bologna)
Incremento della natalità e ricongiungimenti famigliari sono tra i fattori di aumento della domanda rivolta ai servizi alla prima infanzia – specie 0-6 anni - coinvolgendo tali servizi in importanti, seppur potenziali, processi di inclusione sociale e di mediazione culturale. In questo senso, gli aspetti di fragilità del sistema scolastico italiano - si pensi in particolare alla situazione del nido in Italia - non possono che avere profonde ripercussioni sul rapporto tra famiglie (italiane e straniere) e servizi. Alcune dimensioni sembrano assumere particolare rilievo: da un lato, l’accesso ai servizi incide sotto diversi aspetti sull’idea di cittadinanza; dall’altro, la mancata difesa dei servizi alla prima infanzia (o della loro qualità) incide inevitabilmente sull’efficacia delle strategie di inclusione sociale messe in atto in taluni casi, correndo il rischio di innescare dinamiche contraddittorie sul piano della coesistenza sociale. Il modo con cui le madri intervistate ri-pensano la famiglia in terra di approdo, il loro modo di ripensare - talvolta di rimettere in discussione - gli stessi stili educativi famigliari nel rapporto con i servizi all’infanzia costituiscono un indicatore interessante per approfondire le nuove dimensioni, necessariamente transculturali, della cultura dell’infanzia di oggi; in questo ridefinirsi dell’identità come del senso di appartenenza, l’esperienza della multiculturalità in Italia appare continuamente attraversata dal tema del genere, sia per quanto riguarda l’esperienza materna (primomigranti) che per quello che riguarda le future generazioni.
Fare famiglia: dalla maternità/paternità ai modelli di partecipazione alla vita scolastica
L’esperienza della migrazione può incidere nel vissuto di coppia a partire dai momenti più importanti che qualificano il costruirsi di una famiglia e in particolare inciderebbe sulla rappresentazione della maternità e della paternità; a parere delle madri, peserebbe, in particolare, l’assenza del padre nei momenti salienti della storia famigliare qualificando una “genitorialità a distanza” che sembrerebbe avere profonde ripercussioni sul legame padri/figli e sullo stesso vissuto di paternità. Una mamma del Bangladesh descrive il disagio della lontananza del marito al momento della nascita del figlio:
“Sì, perché culturalmente succede tantissime volte, perché l’immigrazione crea questo problema. Ci siamo sposati, lui poi è venuto qui per motivi di lavoro, per fare il ricongiungimento familiare, ed è rimasto qui. Invece io ho dovuto partorire nel mio Paese, perciò è rimasto tagliato anche quel pezzettino che..., non è mai riuscito ad avere questa occasione, di fare il papà per un bambino piccolo. Non riesce mai a recuperare (…) il giorno in cui nasce il bambino che non l’ha visto il papà, non riesce mai a conoscere questa.., è un’esperienza che riesce ad avere solo quel giorno”. (M., bangladese, Bologna)
Per le madri straniere intervistate, la difficoltà più grande nel vivere la propria maternità consiste nell’assenza di quella rete famigliare di aiuto nella vita quotidiana, ma anche di riferimento nei compiti genitoriali, su cui si poteva contare in patria. Per la nascitadel figlio rivolgersi a una struttura ospedaliera è considerato un privilegio dalle madri intervistate, per le quali l´assistenza medica alla gravidanza e al parto si qualifica come uno dei miglioramenti nella qualità della vita ottenuti migrando in Italia e non sempre ugualmente fruibili nel paese d’origine; mentre l’assenza di quella rete famigliare che riservava pratiche e “attenzioni di cura” tradizionali alle mamme in attesa e nei primi anni di vita, sommati agli impegni lavorativi del marito, comporta spesso un vissuto di isolamento e notevoli difficoltà nella gestione dei nuovi compiti genitoriali.
“Me ne sono occupata io. Noi abbiamo delle tradizioni, infatti quando è nata la bambina ho dovuto chiamare casa, mi hanno spiegato come fare i massaggi e altre cose. Io non avevo esperienza in questo campo e da solo ho fatto le cose. (…) Da noi fai i figli e lo senti meno perché non senti la stanchezza, ci sono delle persone che si occupano di te. Ci sono persone che ti lavano i bambini, qui invece devi fare tutto da solo e ti trovi una creatura che quando piangi non sai cosa fare”. (M., senegalese, Bologna)
Nelle interviste e nelle conversazioni con le madri intervistate sono emerse, vissuti di solitudine legati alla stessa esperienza della maternità e ricondotti alla mancanza di una rete familiare o sociale allargata spesso connotata da una linea “al femminile” capace di sostenerle sia quando i bambini sono molto piccoli che quando, crescendo, vengono percepiti come espressione delle dimensioni inedite cui l’esperienza migratoria espone.
Perché lo svezzamento è diverso in Cina?
Lo svezzamento non lo so, di solito segui i consigli delle suocere, delle mamme, e poi danno delle cose che sono digeribili, sempre con il riso o gli spaghetti, quelli sottili, ma non c’è un cibo specifico per i bambini. Però adesso incomincia, c’è il latte in polvere solo per i bambini, il cibo per i bambini. (M. cinese, Bologna)
In questo senso, per queste mamme, la fase di ambientamento al nido (ma si potrebbe dire lo stesso per gli altri gradi scolastici) costituisce un’occasione per riflettere sull’incontro di modelli e pratiche, stili educativi e di vita appartenenti alle diverse culture famigliari e quelli veicolati dall’esperienza del nido, ma anche per raccontare sé stesse, talvolta per rielaborare, condividendola con le educatrici, la propria esperienza migratoria in un contesto “protetto”.
Noi volevamo proprio che la bimba andasse al nido, ha più stimoli, adesso cresce meglio, impara diverse cose, secondo me al nido fanno delle cose che io, a cssa, non riuscirei a fare con lei, perciò è proprio per il suo sviluppo.
Il papà è d’accordo?
Sì, d’accordissimo. Prima che nascesse avevamo già deciso che sarebbe andata al nido, di sicuro si sarebbe divertita di più.(M. polacca, Modena)
Le educatrici proprio perché donne che lavorano e che, al tempo stesso, si prendono cura in modo professionale dei bambini, assumono, per le madri intervistate, un importante, quanto delicato, ruolo di mediazione culturale. L’aspettativa più grande era quella di raccontare il proprio vissuto, di poter condividere con le educatrici la propria trasformazione personale, collegata non solo all’essere madre, ma anche al sentirsi straniera.
Madri migranti, figli e figlie: uno sguardo di genere sulle “seconde generazioni”
Un’altra dimensione propria al punto di vista delle madri che raccontano della propria famiglia nel paese di approdo riguarda la relazione intergenerazionale. Nei rapporti con il paese di origine, la relazione madri/figli sembra acquisire un proprio codice narrativo che lega passato e presente: il progetto migratorio costituisce uno dei possibili sfondi su cui ricostruire il proprio tessuto identitario qualificandosi nel rapporto tra le generazioni e in quello di genere che emerge su questioni – forse a motivo della fascia di età considerata – di “dettaglio”.
Io non mi ritrovo in tutti questi giochi perché sono troppi, però lei gioca con tutto. Le piace particolarmente fare la cucina, infatti quando io sono in cucina lei prende i suoi giochi e fa quello che faccio io. Le piacciono anche i libri con tante figure. Mio marito è più bravo di me a farla giocare, lui rappresenta un pò il gioco. (M. senegalese, Bologna)
Così il tema degli stili educativi famigliari in confronto con il modello pedagogico proposto dal nido – quindi dal paese di approdo – è letto in modo ambivalente, da un lato, non ci sarebbero sostanziali differenze tra la cultura d’origine e quella di approdo nel rapportarsi all’infanzia, dall’altro le criticità del mondo globale portano a specchiarsi nuovamente con il mondo delle origini, seppur in modo nuovo.
Sì, è un pò diversa. I miei genitori hanno tanti figli e si sono concentrati su tutti, il bambino lo puoi lasciare a chiunque e i bambini giocano con tutti i bambini della casa ed io cerco di educare mia figlia a non essere egoista, non fare molti capricci, di non sprecare le cose perché altri non le hanno, però è una cosa molto difficile perché siamo focalizzati su di loro. Se gioca in cortile siamo subito lì a guardare, io la voglio portare in Senegal per farla abituare un po’ alla vita di là, voglio che impari che la vita non è solo quella che c’è qua. (M. senegalese, Bologna)
Se, da un lato, molte madri hanno espresso il desiderio di voler conservare uno stretto legame con la propria famiglia di origine anche attraverso permanenze prolungate nel paese di origine specie nelle vacanze estive, dall’altro, alcune ritengono molto improbabile un ritorno definitivo nel proprio paese. In questa relazione fra mondi diversi le madri lamentano resistenze e disagio da parte dei figli nel trascorrere del tempo con i familiari all’interno di un contesto avvertito da loro come estraneo e culturalmente diverso da quello italiano.
- Tu pensi che tornerai in Marocco?
- non posso
- non tornerai mai, neanche quando i bimbi sono grandi?
- no
- perché?
- perché i miei figli non stanno abbastanza bene quando tornano lì, per esempio in estate, massimo un mese e vogliono tornare qui
-vogliono tornare perché si trovano male?
- no, non sono abituati
- ma cos’è che non gli piace?
- non trovano amici, non è come qua (…)
- io sono nata in Marocco e mi sento bene là, loro sono nati qui e allora si sentono meglio qui (M. marocchina, Bologna)
Nelle parole di una madre bangladese, la diversità della terra d’origine emerge, nel vissuto dei figli, più sulle opportunità e sullo standard di benessere che su altre dimensioni culturali. E’ una riflessione attraversata dai dubbi di uno spaesamento culturale che permane in chi migra e che viene proiettato necessariamente sulle “seconde generazioni”, percepite come dotate di risorse e di un destino differente dal proprio. Pensando al futuro dei figli, il paese di origine diventa “altro” rispetto a quella “patria immaginaria” propria all’esperienza dei “primo-migranti”.
Lui vuole girare il mondo, ma non dice che vuole andare in Bangladesh, perché ha visto che in Italia tutto è sistemato e bello; in Bangladesh, quando lui è andato non ha visto... Prima gli raccontavo, poi mi ha chiesto: “mamma, perché la gente è così povera?”. Io gli ho spiegato, però lui dice che…gli è simpatico però c’è polvere, smog, non gli è piaciuto. Invece, quando siamo andati in campagna, nel nostro Paese, gli è piaciuto, un posto bellissimo, ma nella capitale no, perché lì c’è molta gente. (M. bangladese, Bologna)
Le difficoltà, ma anche la necessità e la possibilità, di decentrarsi nello sguardo dei figli, è esperienza comune e condivisa da tutti i genitori. Per le madri che migrano e i cui figli nascono o crescono nel paese di approdo appare una scommessa a tratti incerta, in alcune, come abbiamo visto, segna una profonda differenza nel rielaborarsi dell’esperienza migratoria, in altre, circoscrive uno spazio in cui vengono accentuati processi di cambiamento che si riscontrano anche nel proprio vissuto di migranti.
Non ritornerò mai nel mio paese, perché io sto bene qui, se qualcuno sta male c’è la sanità, là se devi fare un’operazione ti chiedono 3 o 4.000 euro, se uno non ha questi soldi rimane a casa e anche il pediatra non c’è, ci sono troppi, troppi che non hanno niente! E questa cosa è vecchia! Manca anche il rispetto, anche nelle cose semplici, non hai il minimo diritto, vai in Comune a chiedere una carta di identità, vai a prendere quello che ti manca, quello, quello, ti tocca tornare a casa, alla fine ti tocca di aspettare un mese per una carta di identità! (…) aiuta anche l’educazione, il rispetto, almeno c’è qualcuna che ti sente, la sanità, tutto! Adesso sono abituata qua in Italia, sono qua dal ’97, ogni anno io vado là (M. marocchina, Bologna)
Processi di inclusione sociale e servizi alla prima infanzia in contesti multiculturali
I servizi alla maternità e alla prima infanzia possono qualificarsi – a certe condizioni - come importanti contesti di inclusione sociale; a maggior ragione considerando le ricadute sociali del ruolo di sostegno alla cura e alla genitorialità. Se il nido, per le madri straniere, torna ad assumere il ruolo di sostegno alle madri lavoratrici, per il quale era nato favorendo l’uscita dall’isolamento delle mura domestiche, esso assume, al tempo stesso, una più ampia valenza di inclusione nel tessuto sociale italiano in cui il benessere e l’investimento educativo del bambino al nido appare strettamente legato al destino della famiglia in terra di approdo. Il nido infatti fornisce occasioni di confronto – formali e informali - con altri genitori sui compiti genitoriali, la possibilità di costruire reti sociali con altre famiglie, di conoscere i modelli educativi e la cultura dell’infanzia proposta dal nido, - per le famiglie italiane - di conoscere, da vicino, traiettorie biografiche migratorie e patrimoni culturali delle famiglie che migrano e con le quali stanno sperimentando insieme la vita al nido.
Questi ed altri aspetti appaiono, nella ricerca condotta, realizzabili solo a condizione di un riconoscimento, da parte degli educatori e delle istituzioni, innanzitutto dei processi di trasformazione socioculturale delle famiglie che partecipano alla vita scolastica e, poi, di un inserimento consapevole di obiettivi formativi sull’inclusione nello stesso progetto educativo. Questi stessi obiettivi di inclusione sociale hanno profonde ripercussioni fuori dal nido: sulle relazioni di coppia all’interno della famiglia e sulle relazioni tra genitori e figli, sui processi di empowerment delle donne che migrano.
Bibliografia
Callari Galli M. (2007) (a cura di), Mappe Urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi
Caritas/Migrantes (2007), Immigrazione Dossier Statistico 2006, XVI Rapporto sull’immigrazione
Riccio B., Villano P. (2008), Culture e mediazioni, Bologna, il Mulino
Sgrignuoli A. (2003) (a cura di), Donne migranti, Milano, Franco Angeli
Sgrignuoli A. (2004) (a cura di), Stereotipi e reti sociali tra lavoro e vita quotidiana, Rimini, edizioni Guaraldi
* Ricercatrice in Antropologia Culturale all’Università di Bologna, Dipartimento di Scienze dell’Educazione.
La ricerca a cui fanno riferimento queste pagine riguarda “La cura educativa nei contesti multiculturali” (2006/2007) ed è stata condotta dal gruppo di Pedagogia Interculturale (Ivana Bolognese, Antonio Genovese, Stefania Lorenzini) e di Antropologia Culturale (Giovanna Guerzoni) nell’ambito della ricerca pluriennale interdisciplinare realizzata dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna (2005-2007) su “Le cure educative nella prima infanzia” (coordinamento scientifico di Mariagrazia Contini). La ricerca si è avvalsa di diversi strumenti d’indagine: l’intervista semistrutturata rivolta alle pedagogiste ed educatrici dei nidi (21), l’intervista in profondità rivolta ai genitori delle famiglie migranti (19), i focus group a cui hanno partecipato sia genitori di famiglie italiane che migranti (tre incontri per due gruppi di genitori). La ricerca è stata svolta in alcuni nidi di Bologna e di alcuni paesi della provincia di Modena a cui si aggiungono 10 interviste dei servizi alla prima infanzia di Cesena e Ravenna. La ricerca è stata in parte pubblicata in (Contini M. e Manini M. (a cura di), La cura in educazione. Tra famiglie e servizi, Roma, Carocci, 2007) e nella rivista Ricerche di Pedagogia e didattica, 2, 2007, pp. 349-426. La rivista è consultabile anche nella versione on line, al sito: http://rpd.cib.unibo.it.