Numero 2, marzo-aprile 2008


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Editoriale

Sonore esperienze

Roberto Farné

 

Il mondo sonoro in cui il bambino è immerso dal momento in cui nasce (ma anche prima, nel corpo della madre), costituisce uno dei temi più interessanti e ricchi di suggestioni scientifiche ed emozionali per chi si occupa dell’infanzia e della sua educazione. Se questo tema viene considerato per la rilevanza che ha nella prima infanzia, l’età dell’asilo nido, ci si rende conto che assume risvolti particolarmente complessi: pensiamo solo al ruolo che svolge “la voce” della madre e delle figure adulte di riferimento, che è insieme suono, parola, messaggio…
Abituati a considerare l’educazione al sonoro come una sorta di “propedeutica” più o meno ludica alla più formale e colta “educazione musicale”, trascuriamo il fatto che l’ambiente sonoro è già di per sé formativo, costituisce una fonte primaria di educazione estetica nel senso proprio della sollecitazione sensoriale, su cui comincia ad esercitarsi l’intenzionalità del bambino. L’educazione al sonoro ha una propria identità che, a prescindere dalla “musica”, è esperienza per tutto il corso della vita. Per la stessa ragione, possiamo dire riprendendo gli studi di Pierre Parlebas, i giochi di movimento che i bambini fanno (farebbero…) nella loro attività ludica naturale, non sono propedeutici agli sport formalizzati, ma hanno qualità educative proprie.
Ci è sembrato importante dedicare un numero monografico di Infanzia a questo tema, pensando alla sua rilevanza sia dal punto di vista scientifico, come campo di studi e di ricerche multidisciplinari, sia dal punto di vista della competenza educativa, ritenendo che la formazione di educatori/educatrici dell’infanzia debba assumere “il sonoro” come uno dei campi d’esperienza privilegiati su cui costruire interazioni significative con i bambini. Anna Rita Addessi ha curato questo numero di Infanzia tenendo conto di entrambe queste dimensioni: da una parte contributi internazionali che danno il senso di una particolare ricchezza di analisi e di ricerche su questo tema; dall’altra esperienze educative realizzate sulla base di una metodologia rigorosa e che, al di là della propria esemplarità, si offrono come spunti per aprire verso altre possibili esperienze. E’ questo, in ultima analisi, che una rivista scientifica sull’educazione dell’infanzia deve fare (questo è nella tradizione di Infanzia): mantenere una stretta relazione fra le pratiche educative e le riflessioni teoriche e critiche, considerando che la competenza pedagogica, ovunque si applichi (e la formazione a tale competenza) deve tenere insieme queste due dimensioni, in una relazione reciproca e non gerarchica.
Ma c’è un altro aspetto che il tema del sonoro fa emergere quando lo trattiamo dal punto di vista educativo: la percezione, la sensibilità, l’esperienza dei suoni vissuti dal bambino fanno emergere, analogamente, la rilevanza dei “vissuti” sonori dell’adulto, la sua capacità di ascoltare e di ascoltarsi. L’educazione al sonoro nella prima infanzia assume così per l’educatore  e l’educatrice una rilevanza speciale, fatta di recupero, ritorno, riscoperta del proprio mondo sonoro, passato e presente, fatto di sensibilità acquisite e sedimentate, dove le esperienze si connotano innanzi tutto sulla base di esplicite (o implicite) tassonomie del piacere. Se è vero, come è vero, che la competenza didattica non è solo definibile sul piano del fare, ma anche su quello dell’essere in didattica, allora la competenza educativa e didattica al sonoro passa inevitabilmente, che lo si voglia o no (ma è meglio volerlo) attraverso la formazione del sé-sonoro.
Alla fine, dopo tanta “sonorità” mi viene voglia di rileggere le pagine che Maria Montessori ha dedicato al Silenzio, e di ascoltare un po’ di silenzio: opterei per 4’33’’ di John Cage…