Numero 2, marzo-aprile 2008


Cerca nel archivio:
Google:

copertina_2
Piccolo Plauto
Abbonati

> torna all'indice <

 

 

 

Memoria in gioco: il ruolo dell'adulto nell'esperienza musicale dei bambini

 

Elisa Porcinai*

 

            L’articolo cercherà di delineare un quadro completo sull’esperienza maturata nel periodo di tirocinio immediatamente precedente alla redazione della tesi e sulle analisi da essa scaturite in relazione all’educazione al sonoro, allo sviluppo musicale nei bambini e all’ipotesi della sedimentazione delle tracce di ricordi delle esperienze musicali di ascolto, di esplorazione e sperimentazione e della costruzione di una memoria condivisa di tali esperienze.

Presupposti teorico – metodologici

A partire dalle ricerche di Peiper (1925), Forbes (1927), Ray (1932), che hanno dimostrato che il feto non solo riceve stimolazioni acustiche, ma riesce a discriminarle già dalla 28° settimana di età gestazionale, passando per quelle Lecanuet (1995) sulla formazione di preferenze e sull’osservazione delle reazioni alle preferenze di bambini nati da poche settimane a stimolazioni specifiche, fino ad arrivare agli studi di Imberty (2000) sulla formazione dello schema vocale, è stato possibile ricostruire un quadro integrato dal quale è emerso quanto l’aspetto sonoro dell’esperienza prenatale e postnatale incidano sui vari aspetti dello sviluppo. Gli studi di Feijoo (1981) dimostrano inoltre che già a partire dalla fase prenatale si costruisca una memoria del suono, nelle sue componenti del ritmo e dell’altezza, ma anche della sequenza, della correlazione di suoni e della melodia. La memoria musicale si profila quindi come una costante dell’esperienza sonora già a partire da prima della nascita. Essa ricollega tra loro esperienze simili, associa gli stimoli passati a quelli presenti e accompagna così la comprensione degli eventi sonori.

 

Il progetto: “Memoria in gioco: il ruolo dell’adulto nell’esperienza musicale dei bambini”

 Mantenendo sempre presente che i  piccoli vivono nel “qui e ora”, mi sembrava interessante cercare di capire se fosse possibile costruire insieme a loro una memoria dell’esperienza che in qualche modo ne costituisse un arricchimento, uno sviluppo e un eventuale strumento di rielaborazione.
L’attenzione è stata posta in particolare sulla possibilità di costituire contesti e attività nei quali essi potessero ritrovare elementi di vissuti precedenti. In questa ottica, una revisione a posteriori arricchisce l’esperienza primaria, perché è una sorta di elaborazione della stessa, ne accresce l’importanza, perché lascia tracce nel presente ed è quindi ancora attuale e attuabile, integra il sistema di significati condivisi dal gruppo, e inoltre può costituire le fondamenta per una documentazione insieme ai bambini.

Il progetto è nato come integrazione di quello già avviato dalle educatrici del Nido d’infanzia “G.B. Martini” di Bologna che mi hanno accolto da tirocinante. Il loro progetto consisteva nella narrazione sonora delle avventure di una marionetta di nome Bum che amava viaggiare e raccontare le cose che aveva visto ma soprattutto far sentire i suoni che aveva udito nel suo peregrinare. I suoni venivano prodotti dalle educatrici con strumenti e oggetti di uso comune che poi i bambini potevano esplorare e sperimentare.
L’attività da me curata è stata suddivisa in due parti. Nella prima è stato predisposto un contesto di sperimentazione libera e sono stati messi a disposizione dei bambini alcuni degli oggetti utilizzati da Mirella nella parte di progetto precedente sopra descritto.
Nella seconda, con un piccolo gruppo di bambini, si è provato a costruire un dialogo aperto per ricordare l’esperienza vissuta: la storia di Bum, le sue visite all’asilo, i suoi racconti e gli oggetti che aveva portato. Il dialogo è stato supportato dall’utilizzo di uno strumento di documentazione ideato e costruito da me: un libro come contenitore di materiali sonori e fotografie dei bambini durante l’esperienza, come memoria dei tre incontri con Bum.

Obiettivi

L’obiettivo fondamentale della mia parte di progetto era stimolare i bambini alla produzione di esperienze che dessero la possibilità di rivedere il vissuto, rielaborarlo, attribuirne senso e così sedimentare i ricordi che contribuiscono alla costruzione del sé: L’identità -scrive Restuccia Saitta-  si costruisce attraverso un flusso continuo di esperienze che non si aggiungono le une alle altre, ma che si intrecciano, rielaborate, in esperienze successive contenenti sia memorie e permanenze che elementi di strutturazione e di organizzazione dell’identità. […] La formazione del senso di sé è strettamente legata al modo in cui il bambino vive le esperienze spaziali e temporali ed al modo in cui l’organizzazione dello spazio e del tempo gli consentono di poter elaborare tali esperienze attraverso la riflessione, il ricordo, la memoria di sé (Restuccia Saitta, 2004, p. 9).
Programmare un’attività di riflessione è inoltre un modo per comunicare ai bambini che la memoria è importante e fa parte del percorso di crescita personale e collettiva. Scrive ancora Restuccia Saitta: I bambini debbono essere educati a ricomporre i ricordi: sollecitare i bambini alla narrazione del sé, e delle proprie emozioni, significa spingerli alla elaborazione dei loro paesaggi mentali per creare racconti unificanti di sé separati, per selezionare dettagli emozionanti e significativi della propria vita, attraverso un’organizzazione che dà ordine, senso, interpretazione dei piccoli scampoli di vita infantile. Raccontarsi significa rileggere vissuti per conservarli più chiari, significa collegare i ‘pezzetti’ del proprio passato per ricreare il proprio passato (Restuccia Saitta, 2004, p.11).
            Alla stessa stregua del riordino del materiale dopo il gioco dei travestimenti, per esempio, nel quale non è importante quanti tessuti i bambini raccolgono e il tempo utilizzato per ripiegarli, ma il fatto stesso di partecipare e di sapere che anch’essa è una componente dell’attività, così in questo caso non è dal mio punto di vista importante che cosa i bambini ricordano o secondo quale processo, ma il fatto che prendano in considerazione la possibilità di poter costruire una memoria che costituisce il passato e quindi la propria vita, nell’eventualità più favorevole (ma non indispensabile) che qualche ricordo possa sedimentarsi realmente in loro (così come nel riordino giorno dopo giorno i bambini possono imparare in effetti a piegare la stoffa).

Attività e metodologia

La sezione è stata suddivisa in quattro gruppi di sei bambini ciascuno, secondo l’età e il temperamento, in modo che ogni bambino potesse sperimentare in modo autonomo gli oggetti scelti, ma allo stesso tempo osservare i compagni, imitarli, trovare spunti per allargare e integrare la propria esplorazione sonora. Il piccolo gruppo consente l’attività individuale e in un certo senso indisturbata del singolo, ma allo stesso tempo costituisce il contesto privilegiato di relazioni tra bambini e favorisce lo sviluppo di esperienze che si collegano tra loro cementano i rapporti (Giovannini, 2003a, p. 95).

Si sono preventivati quattro incontri (un incontro per gruppo).
Allestimento e osservazione

Lo spazio della sezione è stato allestito con materassini al centro della stanza e sopra di essi alcuni degli oggetti utilizzati precedentemente, in un numero sufficiente per tutti (sei oggetti per ogni tipo). La sezione è separata dagli altri spazi e quindi in generale dall’intensità dei suoni prodotti nel quotidiano. Lo spazio predisposto inoltre avrebbe potuto dare ai bambini libertà di movimento ma allo stesso tempo limitare la dispersione e il disordine generabili facilmente in una stanza più grande.
Entrando nella stanza già allestita, i bambini hanno avuto un po’ di tempo per la sperimentazione libera degli oggetti. Non si sono date indicazioni particolari proprio perché l’interesse era osservare i comportamenti e le condotte che fossero emerse dai bambini nella sperimentazione autonoma (vedi Foto1, Foto 2).

L'intervento dell'educatore

Una volta esaurito l’interesse esplorativo, mi sono inserita nel gruppo di bambini seduti, provando a costruire un dialogo anche attraverso il supporto del libro da me costruito. Questo momento separato avrebbe dovuto costituire un’occasione per ripensare agli oggetti appena sperimentati (che sono rimasti a disposizione dei bambini anche in questa fase) nell’ottica del ricordo dell’esperienza originaria che li aveva visti protagonisti e dell’integrazione della storia collettiva della sezione con i singoli ‘pezzetti’ di storie vissuti da ogni bambino (vedi Foto 3, Foto 4).

I materiali utilizzati

 

Nella prima giornata sono stati messi a disposizione dei bambini bottiglie di plastica vuote, che nella parte di progetto curato da altra operatrice venivano utilizzate per produrre un suono simile a quello del vento (soffiando); bottiglie piene di acqua e riso, che ruotate simulavano il suono del mare e coperchi di barattoli incollati, che producevano un suono che le educatrici avevano dichiarato assomigliare a quello di un pesce.
Nella seconda giornata sono stati mantenuti gli oggetti sopra descritti e si è aggiunta la carta crespa, che al tatto e  allo sfregamento produceva un suono che era stato descritto in precedenza come quello del vento che fa muovere l’erba.
Nella terza giornata sono stati messi a disposizione dei bambini vari tipi di carta e i coperchi di barattoli incollati. La carta ondulata veniva suonata dall’educatrice con l’ausilio di un bastoncino passato perpendicolarmente alle onde della carta; il suono prodotto era descritto come simile al verso della rana. La carta vetrata ricordava a Bum il verso delle cicale, sfregando due lembi in senso rotatorio. Era poi fruibile ai bambini la carta da imballaggio; torcendola e facendo esplodere le piccole camere d’aria si sarebbe prodotto un suono simile a quello del fuoco che scoppietta.
Gli stessi oggetti sono stati ripresi nell’ultima giornata.
Il mantenimento di alcuni oggetti è in parte dovuto alle esigenze di preparazione del contesto, in parte all’interesse verso i tipi di condotte osservabili sugli stessi oggetti da gruppi diversi. I coperchi di barattoli incollati, in particolare, sono rimasti in tutte le attività, in quanto oggetto molto accattivante per i bambini e strumento di vari comportamenti. Alcuni materiali (carta crespa) sono stati eliminati in quanto non presi in considerazione dai bambini o non funzionali al contesto (vedi Foto 5).

Il libro

Il libro è un assemblaggio di documenti e materiali relativi all'attività da me stessa ideato e costruito come supporto al dialogo con i bambini.
Le pagine di cartone raccontano le storia di Bum e in particolare le giornate che ha trascorso al nido. Per ogni giornata sono stati applicati sulle pagine del libro alcuni degli oggetti portati di Bum (carta ondulata e bastoncino, carta vetrata, foglie secche, carta crespa), alcune fotografie di altri oggetti utilizzati dall’educatrice (bottiglie di plastica, bastone della pioggia, fisarmonica e tastiera), alcune immagini con soggetti raccontati da Bum (una mucca, un picchio) e inoltre le immagini del gruppo dei bambini durante l’esperienza.
Nelle intenzioni, il libro voleva essere una sorta di documentazione non organizzata a supporto di un momento di condivisione con i bambini, per ripensare all’esperienza, riprovare alcuni degli oggetti, rivedere se stessi o i compagni durante l’attività con l’educatrice ed eventualmente far emergere alcuni aspetti del loro stesso vissuto.
In effetti però il libro si è dimostrato essere uno strumento di non immediata efficacia, difficile da gestire e non funzionale all’obiettivo per cui era stato costruito. L’attività con l’ausilio del libro deviava infatti l’attenzione dei bambini dalla memoria dell’esperienza passata alla curiosità per quella presente (il libro stesso). Per questo motivo, in alcune attività è stato accantonato.

Esempio di un incontro

Uno dei gruppi era costituito dai bambini più grandi della sezione, molto attivi nelle esplorazioni e vivaci nel dialogo.
Ho messo a loro disposizione (anche per le caratteristiche sopra citate) oltre ai coperchi di barattoli (pesce), altri materiali abbastanza ‘complicati’: carta ondulata e bastoncini (rana), carta vetrata (cicale), plastica ‘a bolle’ da imballaggio (fuoco). Tutti i bambini hanno sperimentato gli oggetti.
F. ne ha riconosciuto subito uno ed è venuto verso di me dicendo “Questo è il pesce di Bum!” e premendo i lati concavi dell’oggetto l’uno verso l’altro. F. ha esplicitato così il ricordo dell’esperienza vissuta, dell’oggetto particolare e del gesto corrispondente.
Mi è sembrato che la plastica a bolle da imballaggio attirasse l’attenzione di molti: O. e L. hanno provato a torcerla, in modo simile a quello dell’educatrice. Anche F. e C. hanno sperimentato varie azioni su questo oggetto. O. lo ha portato all’educatrice, che lo ha fatto suonare; quindi O. ha riprovato ancora, poi ha detto “Come si fa?”. Effettivamente la carta da imballaggio non è semplice da ‘suonare’! Ma è importante che i bambini l’abbiano riconosciuta, abbiano ricordato che produceva un suono simile a quello del fuoco (F. ha detto ‘Questo è il fuoco’) e abbiano riprodotto il gesto necessario alla produzione di quel suono.
Nella seconda parte io e i bambini abbiamo parlato, c’è stato dialogo e interazione anche senza il supporto del libro. Ho cominciato chiedendo: “Cosa sono questi oggetti?”. Subito F. mi ha risposto “Il pesce!”. Successivamente quando C., osservando O. produrre suoni con un oggetto, ha domandato “Quello cos’è?” ho esteso la domanda a tutto il gruppo : “Qualcuno sa  cos’è quello che suona O.?”. Dopo qualche attimo di silenzio, non ricevendo alcuna risposta, ho esclamato “E’ la rana!” e C. ha ripetuto “la rana”. Ho poi chiesto dove fossero le cicale e C. mi ha risposto “Sono qui le cicale!”, quindi le ho suggerito “Prova a suonarle!”.
L’interazione è stata ricca di interventi sia da parte mia che da parte dei bambini, che si osservavano vicendevolmente, si confrontavano e trovavano spunti nei gesti e nelle espressioni altrui.
Alcuni hanno continuato la sperimentazione sugli oggetti, ma hanno prestato comunque attenzione ai discorsi. Per esempio, quando ho chiesto dove fosse il fuoco L., che era stesa con la carta da imballaggio sopra (come se fosse una coperta), si è alzata e ha urlato “Io, fuoco!”, provando nuovamente a torcere la carta a bolle. O., un po’ rammaricata nel non riuscire a far ‘scoppiettare’ la plastica a bolle da imballaggio, ha commentato: “Io non ci riesco!”, dimostrando così di ricordare con chiarezza il suono, pur non riuscendo a riprodurlo. Io le ho risposto che far suonare quel materiale era effettivamente un po’ difficile e ci voleva molta forza.
Sono rimasta sorpresa quando un bambino mi ha chiesto dove fosse il picchio, dimostrando di ricordare che anche questo animale era presente nei racconti di Bum. Successivamente anche altri mi hanno domandato in proposito.
L’attività con questo gruppo si è dimostrata molto coinvolgente, perché ogni bambino è intervenuto nell’interazione esponendo e condividendo il proprio vissuto con gli altri e con me.

Riflessioni e conclusioni

L’esperienza di tirocinio al nido mi ha dato l’opportunità per poter riflettere ancora meglio sull’aspetto del ricordo dell’attività musicale.
Sono emersi durante l’esplorazione dei bambini molti gesti e modi di produzione di suoni riconducibili a quelli eseguiti dall’educatrice nella prima fase del progetto. Il contesto, le vocalizzazioni e le parole dei bambini, mi hanno dato modo di pensare per esempio che il gesto di rotazione della bottiglia piena di acqua e riso (che nel racconto riproduceva il suono del mare) non fosse un gesto di esplorazione casuale, ma realmente riferibile e riferito all’esperienza sonora precedente. Allo stesso modo la pressione dei lati concavi dell’oggetto che doveva ricordare il verso del pesce (coperchi di barattoli incollati), il movimento del bastoncino sulla carta ondulata, lo sfregamento della carta vetrata, lo stropicciamento e la torsione della plastica ‘a bolle’ da imballaggio, sono tutti gesti e modi di produrre ed esplorare i suoni che ipotizzo possano essersi sedimentati nella memoria musicale dei bambini.
L’ipotesi del ricordo è in un qualche modo confermata da alcune parole collegate a questi gesti. Alcuni bambini per esempio hanno detto “mare” ruotando la bottiglia. Uno in particolare ha affermato guardandomi e compiendo il gesto specifico sull’oggetto (coperchi di barattoli incollati) “questo è il pesce di Bum”, esplicitando il suo ricordo dell’oggetto, del suono, del gesto per produrre il suono e della storia raccontata dalla marionetta.
Gli oggetti dei quali i bambini hanno esplicitato verbalmente il riconoscimento, senza sollecitazione da parte dell’adulto, sono stati la bottiglia piena di acqua e riso (il suono del mare), i coperchi di barattoli incollati (il verso del pesce), la plastica a bolle da imballaggio (il rumore del fuoco). Una bambina inoltre mi ha chiesto qualcosa a proposito del picchio, uno degli animali descritti nel racconto di Bum nella parte di progetto precedente, il verso del quale veniva prodotto suonando i legnetti. La cosa interessante è che nella seconda parte del progetto non era stato messo a disposizione dei bambini questo strumento musicale, per cui la domanda della bambina è manifestazione di un ricordo spontaneo.
Alcune situazioni mi hanno fatto riflettere sul fatto che i bambini avessero non solo il ricordo “corporeo” dei gesti di manipolazione degli oggetti, ma  anche il ricordo dei suoni prodotti da questi oggetti. In particolare è successo che un bambino producendo il gesto specifico e conosciuto sui coperchi di barattoli incollati e non sentendo nulla mi abbia detto “non va”; l’espressione è a mio parere indice della non soddisfazione dell’ascolto del suono atteso. Un secondo esempio è quello del suono prodotto dalla torsione della plastica ‘a bolle’ da imballaggio. Il gesto necessita di molta forza e i bambini non sono riusciti a produrre il suono scoppiettante del fuoco. Una bambina in particolare ha detto “io non ci riesco”, mostrando un’aspettativa verso il suono che non arrivava.
Nella seconda parte dell’attività, che prevedeva la narrazione del racconto delle esperienze condivise con i bambini ho provato a orientare il dialogo e a coinvolgere i partecipanti nella costruzione della memoria dell’esperienza precedente. Non sempre sono riuscita a trovare le parole giuste e a fare le osservazioni più adatte al momento, ma è stato importante per me poter offrire ai bambini la possibilità per rivedere determinati oggetti, riascoltare alcuni suoni, riprovare gesti conosciuti e provarne di nuovi, ripensare alla propria esperienza e condividerla con me e con il gruppo (vedi Foto 6).
Sostenere i bambini nel ricordo delle esperienze sonore significa aiutarli nella comprensione delle situazioni vissute e comunicare loro che la memoria è importante perché definisce ciò che siamo stati e ciò che siamo ora in relazione al nostro passato.
Anche a distanza di tempo le educatrici mi hanno comunicato e confermato che ogni tanto nel quotidiano i bambini nominavano Bum o alcuni dei suoi oggetti e che comunque l’esperienza con i suoni non era evaporata nel tempo.
Alla luce della letteratura scientifica esaminata e dell’esperienza di tirocinio realizzata al nido posso concludere affermando che la memoria e la possibilità di riproporre le attività musicali, come sorta di documentazione autonoma dei bambini, sono parti importanti del processo di sviluppo musicale e che quindi sarebbe auspicabile prenderle in considerazione alla stessa stregua delle fasi di allestimento e realizzazione, perché parti a mio parere determinanti nella comprensione dell’evento sonoro.

 

* Laureata in Educatore di Nido e Comunità Infantile, Università di Bologna

Elisa Porcinai, "Memoria in gioco: il ruolo dell'adulto nell'esperienza musicale dei bambini", Tesi di Laurea in Educazione al sonoro, Corso di Laurea in Educatore di Nido e Comunità Infantile, Università degli Studi di Bologna. Rel. Prof.ssa A.R. Addessi, corr. Dott.ssa F. Mazzoli, a.a. 2004/2005. Si ringraziano le educatrici e gli operatori del Nido "G.B. Martini" di Bologna.