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Per non estraniarsi nel silenzio che segue…
Il bambino, la morte, il lutto tra letteratura per l’infanzia e riflessione pedagogica:sguardi, voci, linguaggi e metafore d’alfabetizzazione
Maurizio Fabbri*
La morte, il morire e gli elementi di complessità dell’esistenza: possibili direzioni di senso che evidenziano, attraverso lo specchio della letteratura dell’infanzia, l’evoluzione dei tradizionali paradigmi di alfabetizzazione emozionale.
La morte in cielo: narrazioni fantastiche e riscrittura della quotidianità
“La nonna è in cielo, adesso” dice la mamma, prendendola in braccio. “Ma poi scende a trovarmi?” chiede la bambina. “E’ un viaggio troppo lungo. Ma da lassù lei ti guarda sempre, sai? Non ti perde mai di vista”.
E’ a queste parole che la madre della piccola Emma si affida, per convincerla a tornare a casa dal cimitero, senza la nonna. Lo scenario entro cui esse vengono pronunciate assomiglia a un quadro di Van Gogh: una natura passionale e deformata, dove l’amplificazione delle dimensioni di asimmetria e il mancato rispetto delle proporzioni ci ricordano, al tempo stesso, che tutto ciò da cui Emma si sente circondata è, per lei, enorme. I genitori alti non molto meno dei cipressi piegati dal vento o delle finestre di casa siglano l’enorme distanza che la divide dal mondo adulto: rivelano sguardi spalancati su dei, più che su persone, e le parole che usciranno dalle loro labbra saranno spesso sentenze, più o meno temibili o gradite.
E’ importante che il bambino piccolo non si senta cacciato dal Paradiso terrestre le prime volte che qualcuno gli parla della morte. Per questo, le risposte fornite dalla madre di Emma sono le medesime che da sempre vengono ripetute da tutte le madri e i padri del mondo: tentano di riempire lo spazio di un’assenza, di cui egli non riesce a prendere atto agevolmente, perché lo pone di fronte alle sue prime, importanti e dolorose, esperienze di perdita; poiché essa coincide con la scoperta di una condizione di precarietà e fragilità esistenziale, di fronte alla quale gli stessi adulti appaiono impotenti, vulnerabili...
Ebbene, tali parole, inverosimili e manifestamente consolatorie, vengono spesso accolte con facilità dai nostri giovanissimi interlocutori, ai quali essere in cielo, a sepoltura avvenuta, non appare del tutto assurdo, tanto meno inspiegabile. E’ la fase del pensiero magico e dell’animismo infantile, tale per cui, come scrisse Piaget, “il fanciullo non distingue il mondo psichico dal mondo fisico” e conferisce anche agli oggetti, e al mondo delle cose in genere, un insieme di legami, vissuti, intenzioni, capaci di giustificare gli eventi più eccentrici e imprevedibili. Dunque, non è strano per Emma che la nonna abbia compiuto un viaggio tanto lungo, da non consentirle di tornare indietro e che ciononostante essa la guardi sempre, da lassù, non perdendola di vista. Anzi, questo pensiero le è talmente congeniale, da indurla a raffigurarsela comodamente seduta su una nuvola, mentre suona il pianoforte per gli angeli o partecipa, dall’alto, alle corse sui prati della nipotina.
Detto questo, è lecito chiedersi se, nell’affidarsi in modo tanto radicale alle caratteristiche della mente infantile, l’adulto non abdichi di fatto al proprio compito educativo, rinunciando a giocare un ruolo di autentica alfabetizzazione del bambino al tema della morte: nel limitarsi a ripetere che chi muore va in cielo vi è solo rispetto delle sue emozioni o non vi è piuttosto anche ricerca di una semplificazione, che spinge l’adulto a cercare, esso stesso, rifugio in un mondo abitato da dei, giganti, eroi, dove le risposte alle complesse domande dell’esistenza risultano, tutto sommato, semplici? In definitiva, chi alfabetizza chi? L’impressione è che non sempre sia l’adulto ad accompagnare con delicatezza il bambino verso rappresentazioni più mature e consapevoli; e che sia piuttosto quest’ultimo a porgere la mano al primo in un’esperienza di regressione che li porta entrambi a condividere quegli elementi di candore e ingenuità, che spesso accompagnano l’alba della vita. Pur comprendendo le difficoltà che genitori troppo coinvolti nel proprio dolore sono destinati a incontrare; consapevoli che la relazione con i figli, e con il bambino in genere, è spesso elemento di amplificazione del disagio emozionale sperimentato dall’adulto, non è possibile non nutrire dubbi sull’efficacia di narrazioni che si limitino a rappresentare la morte quale esperienza di dislocazione spazio-temporale, rischiando di neutralizzarne l’impatto e la dirompenza.
Certo, entrando nel regno delle narrazioni fantastiche, la nonna di Emma partecipa a un’operazione di possibile riscrittura della sua quotidianità, che potrebbe arricchirne lo spettro esistenziale, ma gli eventi narrati, a quel punto, le situazioni attraverso cui essa, ancora, si rende presente alla vita della nipotina, dovrebbero poter condurre quest’ultima verso dimensioni meno note e prevedibili di quelle già vissute assieme a lei, quando era ancora in vita. La piccola Emma, mentre sfoglia le pagine di quel libro che la descrive in termini a lei così somiglianti, dovrebbe forse potersi rispecchiare anche nell’immagine di un’altra Emma, questa volta un pò più grande, in parte già cresciuta, capace di combattere con eroi e giganti (fors’anche di sconfiggerli) e, pertanto, in grado di pronunciare frasi e parole più simili a quelle che gli adulti avrebbero potuto dirle e che non sono mai uscite dalle loro labbra.
Spesso, invece, tali riscritture, molto frequenti in ambito familiare, avvengono nel segno dell’omeostasi e si limitano a riproporre un copione già collaudato, fino a quando non risulti sufficientemente sbiadito, da poterlo archiviare con facilità e senza ulteriori contraccolpi emozionali. Perché ciò non accada, è necessario che il bambino non si sia limitato a vivere e a condividere con quell’adulto frammenti di quotidianità, ma abbia potuto sperimentare anche dimensioni di trasmissione della memoria, spalancamento su mondi altri e differenti, rarefazione del quotidiano, modellamento delle proprie facoltà immaginative.
Sul filo della memoria: rarefazione del quotidiano e iniziazione alla complessità
In questa direzione si muove Jetta Bauer ne L’angelo del nonno : congegnato in modo tale da poter essere letto, sfogliato, osservato, ascoltato anche da bambini molto piccoli, ha tuttavia un protagonista di qualche anno più grande. Con illustrazioni poco più che abbozzate e dai colori spenti, parole appena pronunciate e come sospese, il nonno racconta al nipote, da un letto d’ospedale, per l’ennesima volta… Nel suo racconto, confluiscono i ricordi ingenui e avventurosi di un bambino, che si confrontava con pericoli immaginari, e dimensioni forti, quando non terribili, d’esperienza: la povertà, la fame, la guerra, la sparizione dell’amico ebreo, la determinazione, nonostante tutto, a sperare e a ricominciare… Dimensioni spesso cupe e opprimenti, quelle richiamate dal nonno, che non incupiscono tuttavia la relazione con il nipote, né tanto meno la sua infanzia, poiché esse fungono da echi di una complessità, nei confronti della quale il bambino ha bisogno di mettersi in ascolto, per capire, orientarsi, aprirsi ai tanti volti e alle innumerevoli sfaccettature dell’esistenza. Così, quando il nonno muore – troppo “stanco”, per tenere ancora gli occhi aperti – il bambino, in silenzio, lascia l’ospedale: non vi è nessuno ad accompagnarlo e a consolarlo e nonostante questo non si sente abbandonato, perché ciò che il nonno gli ha lasciato vale molto più di ogni abbraccio e tentativo di protezione. La sua morte non è in contrasto con il giorno caldo e luminoso che lo attende fuori dall’ospedale e nel quale, anzi, il filo delle loro narrazioni e delle memorie condivise potrà ora continuare a svolgersi e a dipanarsi.
La dimensione della memoria si intreccia con quella del gioco e dell’avventura e con le facoltà del pensiero divergente in un racconto di Angela Nanetti, scritto per bambini di qualche anno più grandi, ma che si presta a essere narrato anche a bambini non ancora alfabetizzati. Mio nonno era un ciliegio è il titolo di questa storia tenera e commovente, nella quale il protagonista, Tonino, pur abitando in città, nello stesso palazzo in cui risiedono i nonni paterni, stereotipati e stucchevoli, stabilisce un legame profondo con gli altri nonni, i genitori della madre, Ottaviano e Teodolinda, che invece vivono in campagna: due figure socialmente imbarazzanti, non educate alla comprensione e al rispetto delle “buone maniere”, tanto meno in grado di tenere conto dei pregiudizi e delle aspettative conformistiche che contraddistinguono l’ambiente borghese; dunque quasi impresentabili. Eppure, l’aura di autenticità che emana da essi; il loro vivere a contatto con le dimensioni fondamentali dell’esistenza; la capacità di mettersi in comunicazione profonda con tutto ciò che esiste, l’ottimismo esistenziale, lo sguardo disinteressato e non pregiudizievole da essi spalancato sul mondo, gli altri e la storia esercitano su Tonino un enorme potere d’attrazione e divengono, in breve tempo, una calamita che sancisce l’inizio di un vero e proprio romanzo della formazione. Percorso, questo, tutt’altro che indolore, che lo espone inizialmente alla derisione di quanti (insegnanti e compagni) rimangono colpiti dalla stranezza di alcuni suoi comportamenti o racconti e che, soprattutto, deve passare attraverso l’elaborazione, difficile e dolorosa, della morte di entrambi.
Quando la nonna si ammala, Tonino è ancora relativamente piccolo, frequenta la scuola dell’infanzia e la malattia viene da lui vissuta come un’occasione per andare a trovarla più spesso, dare regolarità alle visite ai nonni, passare più tempo insieme a loro. Infine, la nonna muore: i genitori e i nonni paterni gli raccontano che la nonna è partita per un lungo viaggio – è andata in cielo senza l’aereo – e che lì non c’è posto per i bambini; il giorno del funerale gli dicono invece che la nonna si trova “dentro quella cassa di legno ricoperta di fiori”. Cogliendone la contraddizione, Tonino si ribella a queste affermazioni, li accusa di essere dei bugiardi, urla e piange, fino a quando entra in gioco il nonno Ottaviano. E’ a partire da quest’istante che ha inizio un processo di elaborazione del lutto, che si affida, solo marginalmente, al potere del linguaggio e delle parole. Certo, il nonno gli parla e racconta che la nonna Teodolinda non se n’è andata del tutto, ha lasciato al suo posto l’oca Alfonsina cui il bimbo è molto legato… Ma ciò che importa, ciò che veramente lascerà un segno sulla personalità di Tonino è l’essere coinvolto in una girandola di emozioni, esperienze, piccole e grandi stranezze, più o meno imprevedibili frammenti di quotidianità, situazioni di gioco, che gli permetteranno di simbolizzare gli elementi di complessità dell’esistenza, preparandosi a viverli in prima persona. Il tutto in un crescendo emotivo, che lo vedrà prepararsi ad affrontare con coraggio anche gli eventi che porteranno alla morte del nonno.
Dire della morte, non parlando d’altro: la fine, il buio, i silenzi…
Una vicenda complessa, quella narrata dalla Nanetti, che tiene avvinto il lettore sino alla sua conclusione; eppure, per il suo fare leva sulle dimensioni fondanti dell’esistenza, rivela al tempo stesso una semplicità che ben si coniuga con gli elementi di autenticità dell’infanzia, le sue capacità di ascolto e di apertura a tutti gli aspetti dell’esistenza, morte compresa. Certo, anch’essa, come tutte le altre sin qui narrate, rispetta alcuni canoni di alfabetizzazione, che, nella vita, non possono essere dati per scontati: a morire infatti sono sempre i nonni, la morte dei quali non si configura come un’esperienza di autentico abbandono, perché altre figure, in particolare quelle dei genitori, conservano, più o meno in evidenza o sullo sfondo, tutto il loro potere di rassicurazione e protezione. Inoltre, l’attenzione dei bambini che abbiamo conosciuto – di Emma, Tonino e di quello senza nome di Jutta Bauer – non si sofferma mai in modo esclusivo sul tema della morte in quanto tale, sui vuoti, i silenzi, la dimensione del buio e di sospensione dell’esperienza che l’accompagna… In quelle narrazioni, le emozioni del bambino vengono sempre dirottate verso altro, che non sia la morte medesima, bensì la vita, la memoria, l’affabulazione dell’esperienza, attraverso il frequente ricorso al meraviglioso.
Interessante, da questo punto di vista, il tentativo di Wolf Erlbruch di imbastire una storia, dove la morte non è… altro che se stessa! Siamo in presenza di una trama succinta, quasi laconica nella sua descrittività, che si affida a parole non molto differenti da quelle che potrebbero essere pronunciate al capezzale di un malato. Certo, per non turbare eccessivamente la sensibilità dei suoi giovanissimi interlocutori – il racconto si presta a essere letto e sfogliato anche insieme a bambini piuttosto piccoli – l’Autore assegna il ruolo della protagonista ad un’anatra:
Era da un po’ – egli dice – che l’anatra aveva una strana sensazione. “Chi sei, e perché mi strisci alle spalle?” domandò.
“Finalmente te ne sei accorta” disse la Morte. “Io sono la Morte”.
L’anatra fu presa dal terrore. E non le si poteva dare torto. “Sei venuta a prendermi?”
A partire da queste battute, si snoda un dialogo, fra l’anatra e la Morte, appunto, che tocca il tema della malattia, degli incidenti e, in genere, dei rischi della vita. Sino alle battute finali, quando l’anatra, lamentandosi di avere freddo, chiede alla Morte di riscaldarla e… muore.
Le lisciò un paio di piume che le si erano appena arruffate e la portò al grande fiume. Qui la adagiò delicatamente sull’acqua e le diede una spinta lieve. La seguì a lungo con lo sguardo. Quando la perse di vista, la Morte quasi si rattristò. Ma così era la vita .
Le illustrazioni che accompagnano la storia non sono meno asciutte delle parole usate per raccontarla: in ogni pagina, ricorrono, quasi esclusivamente, le immagini dell’anatra e della Morte, quest’ultima raffigurata, secondo l’iconografia classica, da uno scheletro che cammina, qui vestito di una tunica quadrettata, che lascia immaginare, anche al bambino più distratto, il sottostante reticolo di vertebre e ossa.
Ha suscitato polemiche e discussioni la decisione di Erlbrusch di rappresentare in termini così crudi il tema della morte, in un lavoro dedicato al pubblico più giovane: eppure, come sottolinea Emilio Varrà, è proprio la capacità di “coniugare radicalità e delicatezza” che sostiene l’intento poetico della sua proposta, rendendola proponibile anche a menti più propense ad esercitarsi sui terreni del fantastico e del meraviglioso. Certo, vi è in essa un’immediatezza, che può produrre sconcerto e disorientamento, per il timore che il bambino possa accedere a rappresentazioni del morire, che non rispettino la gradualità del suo processo di crescita e la lentezza dei suoi atti cognitivi; ma, anche in tal caso, è lecito domandarsi se non sia invece l’adulto la figura più esposta alla crudezza di queste rappresentazioni, per il loro vanificare ogni sua possibilità di cercare e trovare rifugio, attraverso la relazione con il bambino piccolo, nei meandri del pensiero magico e dell’animismo infantile, entro i quali, come si è visto, anche la morte può colorarsi di tonalità più calde, meno spettrali.
In fondo, questo tenero e delicato racconto di Erlbruch non è molto differente da un'altra storia dello stesso Autore, che ha per protagonista un cucciolo d’orso. “Dov’è il paradiso?” si chiede Piccolo Orso, quando Nonno Orso muore; e, nel tentativo di trovarlo, va dal coccodrillo e dalla giraffa, dalla volpe, dalla tigre, dal lama e dallo sciacallo a chiedere loro di mangiarlo: nessuno di essi, tuttavia, accondiscende alla sua richiesta, né fa nulla per aprirgli le porte del paradiso. Piccolo Orso si arrampica su un albero, per tentare di raggiungerlo da solo,
ma il paradiso, dove tutti gli orsi sono felici è molto, molto più in alto di così… A un tratto si ritrovò davanti a una tana. C’era un odore familiare e buono. “Finalmente sei arrivato!” disse suo padre. E sua madre: “Tesoro, sei tutto bagnato. Presto, vieni qui da me!”
Piccolo Orso si accucciò tra suo padre e sua madre. Pensava al nonno in Paradiso. Diventò caldo, asciutto e felice. Chiuse gli occhi e cominciò a russare. Ecco, era questo il paradiso degli orsi sulla terra!
“Era questo il paradiso degli orsi sulla terra”: il meraviglioso, dunque, non è necessariamente evasione, fuga, ricerca del lontano, tanto meno proiezione verso una vita altra da quella che già si possiede; può essere anche cura e valorizzazione dei legami che la vita ci offre fino a quando siamo in vita. Che dire però a Piccolo Orso, quando, dopo essersi risvegliato e avere ripreso a fare domande sul nonno, dovesse chiederci di rassicurarlo sulla possibile fine di questo paradiso, perché non sempre sono i nonni a morire, a volte sono i Piccoli Orsi ad andarsene oppure i loro genitori…
Bisogna imparare a dipingere il mondo prima di andarsene… Morte e superamento delle barriere spazio temporali
Bisogna imparare a dipingere il mondo prima di andarsene. Questa è la risposta che Roberto Piumini ci offre in un racconto per bambini più grandi, Lo stralisco, che, come il romanzo della Nanetti, ha tutti i requisiti per essere narrato anche a bambini di età inferiore. Un pittore turco di nome Sakumat viene invitato dal burban Ganuan a recarsi nel suo palazzo, perché vorrebbe affidargli un’opera importante. Per raggiungerlo, Sakumat compie un lungo viaggio verso le valli del nord, attraversa zone brulle e paesaggi pietrosi, si inerpica lungo crinali abitati solo da lucertole, falchi e capre selvatiche, costeggia conche desertiche. Lo attendono, al suo arrivo, un villaggio di pietra bianca, un bosco di cedri e un esteso palazzo che spicca sul resto del villaggio per le sue dimensioni e l’ancora più acceso biancore. Gonuan gli racconta del figlio, Madurer, un ragazzino di undici anni, il quale, da circa cinque, soffre di una strana e rara malattia, che gli impedisce ogni contatto con la polvere e con la luce del sole. Dunque, egli è costretto a vivere rinchiuso nel pur enorme palazzo, nelle sue stanze più interne, circondato da pareti prive di finestre. “Ora ho pensato di abbellire le stanze di mio figlio con figure e colori” dice Gonuan al pittore e gli offre in cambio la propria amicizia, ospitalità e il migliore dei compensi.
Sakumat accetta, in modo disinteressato, e stringe con il ragazzino un rapporto di grande intimità e reciproca compenetrazione. Ne nasce un dialogo serrato in cui Madurer e il pittore si mettono in ascolto l’uno dell’altro e condividono ogni ora del giorno e della notte, prima di decidere che cosa dipingere sulle pareti delle stanze in cui ora trascorrono tutto il proprio tempo insieme. Solo a quel punto, il pittore può cominciare a tracciare, quasi timidamente, i primi segni di carboncino, abbozzare le linee di una vallata, delineare con tratti leggeri le zone di un bosco… Il mondo che si staglia, ora, intorno a loro è mobile e fluttuante, cresce giorno dopo giorno, recando in sé l’inquietudine e la magia della creazione. Anche quando si riempiono, i dipinti non sono mai uguali al giorno precedente, poiché in essi la vita si evolve, così come al di fuori del palazzo.
Passano alcuni, brevissimi, anni e le condizioni di salute di Madurer cominciano a peggiorare. Il padre e il pittore si chiedono se siano le polveri dei dipinti a provocare le crisi respiratorie del ragazzino, ma i medici non danno speranza. In uno degli ultimi dialoghi col figlio, Gonuan gli chiede:
“Anche lo stralisco si addormenta, Madurer?”…
“Sì, certo. Tutto il prato si addormenta, vedi. Si sveglia al sonno, perché quando si è svegli, non è come il sogno di uno che dorme?”
“Nelle notti d’inverno, non ci sarà più la luce dello stralisco?” disse Ganuan, voltandosi a guardare il prato spento.
“Però ci saranno le stelle, padre”…
Ganuan abbassò la faccia… Poi disse adagio:
“Le stelle sono lontane. Lo stralisco è vicino.”
“Davvero, padre?” disse Madurer sollevando un poco la testa verso di lui. “Non sai che sono la stessa cosa?”
…. “Sì, padre. La stessa.”
Imparando a dipingere il mondo si diviene in grado di educare gli altri ad accettare la morte, anche se si è bambini prossimi al morire, che comunicano con genitori incapaci di lasciarli andare... Nei loro dipinti, Madurer e Sakumat hanno varcato le dimensioni dello spazio e del tempo, rendendo lontano il vicino e vicino il lontano, consentendo a una stella e a uno stralisco di stringersi l’una all’altro nel silenzio di un prato addormentato che si sveglia al sonno dei sogni di un bambino morente. Quanta ricchezza in queste immagini e capacità di infondere fiducia nella fecondità della vita, nel suo non avere paura della morte… Quanta distanza dalla fine angosciante della “piccola fiammiferaia” della fiaba di Andersen, che muore di freddo, con l’ultimo cerino acceso in mano. La morte spaventa, quando è il punto d’arrivo di un’esistenza che non ha insegnato a dipingere la vita, quando aggiunge ingiustizia a ingiustizia… La morte della piccola fiammiferaia è una ferita sempre aperta nei cuori di quanti l’hanno letta o ascoltata troppo presto. Non aiuta a prendere confidenza col tema della morte, ma a scagliarsi contro gli adulti che stanno dietro tanta, troppa, infanzia abbandonata.
La figlia dei desideri: quando a sostenere il processo di elaborazione del lutto è il genitore che se è andato.
Dobbiamo imparare a raccontare ai bambini le giuste storie, se si vuole che la morte sia superamento delle barriere spazio-temporali, piuttosto che punizione o ingiustizia. Alcune di queste raccontano l’evento, per certi versi, più complesso e inquietante da narrare ai bambini nei primi anni di vita, quello che ha a che fare con la morte dei genitori. I classici della letteratura, così come della fiaba, sono pieni, ovviamente, di orfani e bambini abbandonati ; in alcuni casi, la loro solitudine è, essa stessa, condizione di una possibile rinascita alla vita, che consentirà, a posteriori, di rivalutare il percorso seguito. Penso, fra tutti, a Il giardino segreto di Frances H. Burnett, dove la scoperta di una dimensione di gioco e d’esistenza sottratta al controllo degli adulti avrà un effetto terapeutico su tutte le persone del contesto, grandi e piccole, ricche e povere… Penso alla saga, barocca, complessa e inquietante, di Harry Potter, che si chiarisce solo quando il protagonista si apre alla braccia accoglienti della morte e comprende, a quel punto, di poter tornare a vivere. Ma in entrambi i casi, come in molti altri, si tratta di percorsi tortuosi, quando non veri e propri labirinti, che siglano il passaggio del bambino dall’infanzia all’età adulta e più volte fanno sì che egli rischi di perdersi; percorsi che è possibile rendere meno carichi d’angoscia, se vengono letti e ascoltati da bambini che abbiano prima imparato a… dipingere il mondo. Ebbene, di questa categoria sembra far parte la protagonista di un romanzo di Beatrice Masini, intitolato Se è una bambina.
Pubblicato nel 1998, ma ambientato negli anni Quaranta, al tempo del secondo, grande, conflitto bellico e della guerra civile, racconta di una bambina di circa sei anni che perde entrambi i genitori durante un bombardamento. Si tratta della più piccola di tre sorelle (le altre due sono già in età da matrimonio) nate dall’unione fra genitori di differente estrazione sociale: più popolare e libera da condizionamenti, la madre; di ambiente borghese, rigido e compassato, il padre. Mentre nel rapporto con le figlie maggiori, Edda e Silvana, la madre ha subito le pressioni dell’ambiente di cui era entrata a far parte e ha assunto uno stile educativo tradizionalista e convenzionale, nella relazione con l’ultimogenita, il cui nome, peraltro, non viene mai pronunciato, scopre la possibilità di lasciarsi andare e di affidarsi maggiormente al proprio istinto. Nel frattempo, era diventata più adulta e sicura di se stessa e, riflettendo anche sulla propria esperienza e sul legame privilegiato avuto col padre, si era resa conto
… che certi figli sono fatti solo di desideri: tu sei la mia voglia di ridere e di stare zitta sotto le stelle e di essere semplice e buona e felice. Poi le cose che cambiano hanno cambiato anche me: ma ci sei tu, stellina, che sei me e sei diversa insieme, così… che nessuno ti somiglia, ma la luce di quella sera l’hai presa tutta.
Dunque, è nella relazione con la bambina più piccola che la madre riesce a comunicare in termini di maggiore autenticità: infondendole sicurezza, protezione, capacità di sognare e di essere se stessa, insieme a tanta, “troppa” voglia di coccole corrisposte… Quando i genitori muoiono, il nonno materno vorrebbe tenere con sé la nipotina, alla quale è molto legato, ma subisce le pressioni di quanti non lo ritengono adeguato al compito e, anche per consentirle di studiare, si rassegna e la manda in un collegio di suore. La “figlia dei desideri” si ritrova così in un ambiente non ostile, ma freddo, distaccato, appena cortese, sicuramente estraneo, dove coloro che le sono vicini si limitano a offrirle parole di consolazione.
Eppure, a fronte di tanta inadeguatezza da parte degli adulti, Melina (questo il nomignolo affibbiatole, a un certo punto, dal nonno) trova in sé le risorse necessarie a elaborare il lutto: ne nasce una sorta di dialogo interiore con la madre, che abbraccia tutta la narrazione e diviene lo strumento, attraverso il quale la bambina può ricostruire, dentro di sé, la propria quotidianità perduta. Così facendo, essa finisce per dare voce – come osserva Antonio Faeti, nell’Introduzione al libro – “…ai sapori, ai luoghi, ai modi di vita su cui spesso non si posa il nostro sguardo, oppure che sfuggono alla nostra distratta attenzione.” Nulla può sfuggire invece allo sguardo concentrato di Melina, perché, nella necessità di tenere in vita la madre, essa non si limita a vivere, ma è costretta anche a raccontare tutto ciò che vive, consentendo alla loro “comune” quotidianità di condividere nuove situazioni e circostanze, come quelle legate, ad esempio, all’esperienza del collegio. Nel gioco delle parti, la voce della bambina racconta l’oggi cangiante e multiforme, l’incedere della vita che avanza, con tutti i suoi problemi e le sue sollecitazioni; quella della madre fa rivivere un passato ancora troppo vivo e operante, per poter essere sepolto.
Nel continuo interfacciarsi delle voci narranti e dei registri narrativi, la piccola protagonista del romanzo di B. Masini non appare mai veramente sola e in difficoltà, tanto meno inadeguata: al contrario delle sorelle maggiori, Edda e Silvana, che, paradossalmente, risultano spesso incapaci di fronteggiare le esperienze cui la vita ora le chiama. L’Autrice sembra voler suggerire, con la sua alchimia compositiva, come vi sia nell’infanzia una forza immensa, grazie alla quale essa può essere chiamata a superare le prove più difficili, a condizione che chi se ne occupa sappia vedere, dietro ogni bambino, un possibile figlio dei desideri e sappia lasciargli questo patrimonio in eredità.
Vi è, alla base delle narrazioni che ci hanno accompagnato, un comune tratto evocativo: nell’essere vicini all’infanzia, si sperimenta una prossimità alle dimensioni fondanti dell’esistenza, che non tollera la rimozione dei temi e dei problemi connessi alla morte. Entrambe, anzi, la morte e l’infanzia, sono accomunate dal loro non potersi dire attraverso la parola: estraniate ed estranianti, esse possono trovare nel linguaggio uno strumento per dare senso all’assenza che le informa, evitando che degeneri in vacuità. Ogni parola pronunciata, tuttavia, nei loro confronti, non sorge dai loro stessi domini, risulta estranea e differente, viene da lontano. Quanto più alto è il rischio di fraintendimento, tanto più il linguaggio può divenire una gabbia che tenta di imprigionarle entro immagini rigidamente definite. Per scongiurare questo rischio, è necessario non rassegnarsi al registro della disgiunzione, che le considera come estranee, quando non contrapposte l’una all’altra, evitando di procedere per separazioni: nel rivolgerci con lo sguardo alle parti aurorali della vita, dobbiamo poter pronunciare anche parole che sappiano descrivere i luoghi e le ore in cui il giorno volge a sera e l’inizio tende alla propria fine: lì prende forma quella propensione alla cura del bambino, che sa coniugare l’amore per tutto ciò che sboccia e viene alla luce con la tenerezza per la sua, la nostra, fragilità.
* Docente di Filosofia dell’Educazione e di Pedagogia generale e sociale, presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Fra le sue pubblicazioni: Sponde, Bologna 2003; Nel cuore della scelta, Milano 2005; (in collaborazione con M. Contini e P. Manuzzi) Non di solo cervello, Milano 2006; Problemi d’empatia, Pisa 2008
Note