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Genitori e figli oltre la normatività eterosessuale
Un’esplorazione della ricerca, italiana e internazionale, sulle esperienze genitoriali di lesbiche e gay e su quelle dei loro figli.
Chiara Bertone*
La possibilità che gay e lesbiche siano anche genitori viene spesso evocata nel dibattito pubblico italiano come un’ipotesi inconcepibile o comunque estrema e pericolosa. La stessa negazione di diritti alle coppie gay e lesbiche è sovente giustificata evocando scenari di apertura del diritto a queste esperienze (Trappolin 2009).
Diversa è, però, la realtà vissuta da molti bambini che oggi crescono con genitori omosessuali. Non è certo nuova l’esperienza di fare i genitori e avere relazioni con persone dello stesso sesso, come rapporti extraconiugali o dopo una separazione da una precedente unione eterosessuale. Ciò che è avvenuto negli ultimi decenni in altri paesi occidentali, e che sembra si stia cominciando a delineare anche in Italia, è piuttosto un cambiamento nei modi in cui genitorialità e omosessualità sono vissuti. Cambiano le configurazioni familiari in cui i bambini crescono con coppie genitoriali lesbiche o gay: non più soltanto famiglie ricomposte, i cui figli provengono da precedenti unioni eterosessuali, ma sempre più anche famiglie pianificate, in cui il figlio è frutto di un progetto di coppia. Per realizzarlo, le coppie lesbiche possono ricorrere all’autoinseminazione o alla procreazione medica assistita, le coppie gay alla maternità surrogata ed entrambe, dove è possibile, possono proporsi come famiglie adottive. Cambia anche il grado di visibilità di chi, genitore, si presenta anche apertamente come lesbica o gay e crescono le domande di riconoscimento legale delle responsabilità genioriali che madri e padri sociali stanno condividendo con la propria o il proprio partner.
La condivisione della genitorialità in coppie dello stesso sesso è ormai anche legalmente riconosciuta in molti paesi, in diverse forme. In una prima forma, le responsabilità genitoriale della partner della madre biologica, o del partner del padre biologico, sono riconosciute con l’esercizio congiunto della potestà. Vi è inoltre, in alcuni paesi, la possibilità anche per coppie dello stesso sesso di proporsi insieme per l’adozione, che in molti paesi è accessibile anche a singoli, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Limitandoci all’Europa, entrambe le possibilità sono previste in Belgio, Olanda, Islanda, Regno Unito, Spagna, Svezia, mentre in alcuni paesi, come la Norvegia, la Danimarca e la Germania, è possibile solo la prima (Santilli 2009).
In Italia questi cambiamenti, e in realtà l’esistenza stessa di famiglie “omogenitoriali”, faticano a essere acquisiti nella consapevolezza comune come nelle competenze di chi lavora nei servizi educativi. In ambito psicologico e sociologico, questa consapevolezza si sta facendo strada negli ultimi anni, con lo sviluppo di riflessioni e ricerche empiriche.
L’interesse per questa realtà non è però soltanto legato alla sua diffusione. Attraverso le sfide che implica ad assunti spesso dati per scontati sui contenuti della genitorialità, sulle differenze di genere e sui bisogni dei bambini, rappresenta una prospettiva utile per comprendere più generali cambiamenti e persisenze nelle pratiche e nei modelli normativi (Bertone 2009a). E’ in questa doppia prospettiva che si propone dunque qui un’esplorazione della ricerca sulle esperienze genitoriali di gay e lesbiche e su quelle dei loro figli.
Occorre subito operare tuttavia una distinzione fondamentale, tra genitorialità lesbica e gay. Sono infatti profondamente diverse, da un lato, le caratteristiche di queste esperienze e le sfide che pongono ad assunti diffusi rispetto all’adeguatezza genitoriale, dall’altro lato il grado di sviluppo della ricerca e gli aspetti che sono stati indagati.
Maternità lesbiche
Le diverse fasi della ricerca sulle famiglie con genitori gay e lesbiche, sviluppata da alcuni decenni soprattutto nei paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti, appaiono profondamente legate ai modi in cui queste esperienze prendono forma nella società, e agli interrogativi che suscitano. Primo oggetto di attenzione e indagine sono state le madri lesbiche e i loro figli: nella ricostruzione della ricerca psicologica in questo ambito negli Stati Uniti, Clarke (2008) mostra in effetti come le domande, e le risposte, siano cambiate nel tempo in relazione ai cambiamenti del contesto sociale.
Fino agli anni Settanta, le interpretazioni prevalenti in sessuologia e psicologia escludevano che una lesbica potesse desiderare di diventare madre e consideravano in ogni caso questa possibilità dannosa per i figli. Negli anni Settanta, aumentò il numero di madri, con figli nati in una precedente unione eterosessuale, che non nascondevano le proprie relazioni affettive con altre donne; questa visibilità comportava però il serio rischio di perdere l’affidamento dei figli. Per contrastare gli assunti di inadeguatezza delle madri lesbiche, che nelle loro valutazioni i giudici spesso fondavano su interpretazioni psicoanalitiche, si svilupparono le prime ampie ricerche centrate sullo sviluppo psico-sessuale dei figli, con l’intento di verificare empiricamente quali fossero nella realtà gli effetti di crescere con madri lesbiche. Questi studi indagarono in particolare lo sviluppo dell’identità di genere e sessuale, altri aspetti dello sviluppo personale, a partire dall’autostima, e la presenza di possibili difficoltà nelle relazioni sociali dovute alla stigmatizzazione di queste famiglie (Tasker e Golombok 1997). I risultati, confermati e consolidati nei successivi decenni di ricerche che hanno messo a confronto configurazioni familiari diverse (figli nati in, o adottati da, coppie eterosessuali o lesbiche o madri sole), smentirono chiaramente le ipotesi di inadeguatezza (Kurdek 2004; per una rassegna aggiornata, cfr. Tasker e Patterson 2007; in italiano, cfr. Bottino e Danna 2005; Ciriello 2009).
Dato il contesto in cui si sono sviluppati, i primi studi sulle esperienze lesbiche di genitorialità hanno avuto dunque soprattutto la funzione di sgombrare il campo da assunti radicati, non solo sulla inconciliabilità tra lesbismo e maternità, ma anche sulla necessaria dannosità per i bambini di crescere non vivendo con un padre. Quest’ultimo è stato del resto un argomento a lungo utilizzato anche a sostegno della costruzione delle madri sole come figure “problematiche” (Stacey e Biblarz 2001). La forza sociale di questa obiezione è sentita dalle stesse madri e coppie genitoriali lesbiche: le ricerche mostrano come esse dedichino grande attenzione nel favorendo il contatto dei figli con i padri o con altre figure maschili di riferimento (Donovan 2000; Clarke e Kitzinger 2005).
Negli anni Novanta, aumentano le esperienze di genitorialità pianificate da copie lesbiche e si articolano intorno a queste scelte diverse forme variabili di condivisione della genitorialità. Oggetto di grande riflessione da parte di queste coppie, quando ricorrono all’autoinseminazione o alla procreazione assistita, è in particolare il grado di coinvolgimento del padre biologico, il donatore. Quando, in alcuni casi, accade che sia un amico gay, il progetto genitoriale può anche almeno in parte essere condiviso con una coppia maschile.
E’ questa nuova realtà ad attirare, in quegli stessi anni, l’attenzione del dibattito pubblico e della ricerca. Si indaga quindi sul ruolo della madre sociale, o co-madre, nella condivisione della genitorialità e vengono esplorati diversi aspetti della vita familiare, dalla divisione del lavoro di cura al rapporto con il contesto sociale, i servizi per l’infanzia, le istituzioni.
Emergono anche prospettive critiche sul carattere “difensivo” dei primi studi, segnati dalla preoccupazione di rilevare le somiglianze tra genitorialità eterosessuali e omosessuali. Diversi studiosi sostengono al contrario l’importanza di riconoscere alcuni aspetti di specificità dell’esperienza di crescere in coppie lesbiche, quali la maggiore presenza affettiva e di cura delle co-madri rispetto ai padri in coppie eterosessuali, o lo sviluppo da parte dei bambini di maggiori capacità nell’accettare le diversità e nel costruire identità di genere meno vincolate a modelli tradizionali di femminilità e maschilità (Stacey e Biblarz 2001).
Paternità gay
Le esperienze dei padri gay e dei loro figli sono state meno studiate, anche se negli ultimi anni l’interesse è cresciuto e sono diventate sempre più spesso oggetto di ricerca e riflessione teorica. Del resto, per gli uomini quella di vivere con i propri figli al di fuori di una relazione eterosessuale è stata per lungo tempo un’esperienza rara, essendo i figli affidati alle madri. Anche le possibilità di crescere un figlio come coppia, per gli uomini gay, si sono solo recentemente ampliate con il ricorso, nei paesi in cui ciò è possibile, alla maternità surrogata o all’adozione. Le ricerche sul benessere dei bambini hanno riguardato soprattutto i rapporti tra padri gay separati e i loro figli, che vivono principalmente con la madre; anche in questi casi, non sono state rilevati effetti negativi sui figli (Tasker e Patterson 2007).
Uno stereotipo culturale diffuso con cui padri gay si trovano a fare i conti è la figura del gay irresponsabile (Berkowitz e Marsiglio 2007), fondata su pregiudizi riguardo alla incapacità dei gay di costruire relazioni affettive stabili, ma anche sul riferimento a un modello di maschilità, naturalmente predatorio, che richiederebbe una mediazione femminile per poter essere ancorato alle responsabilità familiari. Legato a questo modello di maschilità è anche un infondato allarme sociale suscitato specificamente dalla paternità gay e che riguarda in particolare la sessualità, in particolare le possibilità di abuso verso i bambini più o meno implicitamente evocate nel dibattito pubblico. Se, nella considerazione sociale, la maternità, in quanto identità femminile dominante, tende per le donne a mettere in secondo piano la loro sessualità, così non avviene con la paternità: prima di essere padri si é considerati in primo luogo uomini, portatori come gay di una sessualità spesso dipinta come amorale e senza limiti, in quanto non mediata dalla capacità contenitiva delle donne.
Un’altra differenza, rispetto alla maternità lesbica, è data dal fatto che la paternità gay comporta, almeno per alcuni aspetti, l’allontanamento da modelli egemoni di maschilità: nell’impossibilità di una delega alla madre, richiede infatti anche l’assunzione diretta dei compiti di cura, e dunque di funzioni e competenze considerate comunemente femminili (Stacey 2006).
La posta in gioco
Nonostante i risultati di ricerca ormai riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale, che smentiscono le preoccupazioni sull’adeguatezza di lesbiche e gay come genitori , nella percezione comune, e spesso anche in quella di chi lavora in ambito educativo, questa continua a essere messa in questione e a dover essere ogni volta provata (Hicks 2005).
La difficoltà nell’accettare questa realtà sembra essere legata al fatto che essa mette in discussione un assunto consolidato, nel senso comune come nel sapere pratico degli educatori, e spesso presente anche nei discorsi degli esperti: l’idea che i bambini abbiano bisogno di crescere con due genitori che incarnino, per corrispondenza “naturale” con i loro corpi, i due ruoli di genere opposti (Dalton e Bielby 2000).
Ricostruendo gli assunti attraverso cui assistenti sociali valutano l’adeguatezza genitoriale rispetto alla possibilità di adozione o affidamento in Gran Bretagna, Hicks (2008) rileva come questa difficoltà sia fondata su una visione, spesso implicita e data per scontata, rispetto a cos’è il genere e a come si viene socializzati ad assumere un’identità, e un ruolo, di genere. E’ una visione che considera il genere come qualcosa che viene appreso, una volta per tutte, soltanto o principalmente nell’infanzia dai propri due genitori. In questa prospettiva diventa problematico qualunque scostamento rispetto al ruolo di genere atteso, quindi anche differenze culturali rispetto a come sono intesi i ruoli di genere. Questa visione appare molto lontana da quelle che informano le riflessioni correnti sul genere, anche rispetto alla prima infanzia, come è stato anche ampiamente discusso in un recente numero di questa stessa rivista . Il genere non è un ordine normativo imposto a soggetti che lo assumono passivamente, ma un complesso insieme di pratiche e relazioni, che i soggetti continuamente negoziano e ridefiniscono in interazioni sociali che già per i bambini sono ben più ampie del rapporto con i genitori (West e Zimmerman 1987).
Una posta in gioco fondamentale, nella discussione sulle famiglie omogenitoriali, sembra dunque essere la riproduzione di differenze naturalizzate tra ruoli maschili e femminili (Butler 2006). Una rigida divisione di questi ruoli appare sempre meno legittima, almeno come ideale, nelle relazioni di coppia, ispirate a un modello di intimità fondato su rapporti più simmetrici e costruiti riflessivamente piuttosto che fondati su ruoli precostituiti. Ricompare invece in tutta la sua pressione normativa nelle prescrizioni rispetto ai compiti genitoriali. In molte delle argomentazioni contrarie all’”adozione ai gay” emerge in effetti, attraverso la regolazione dei ruoli genitoriali, la più generale preoccupazione di ristabilire chiari confini per le “naturali” differenze di genere, e di contrastare le tendenze verso una maggiore condivisione dei compiti di cura (Bertone 2009b).
Esplorare l’eterogeneità delle esperienze
Oltre a studi come quello di Hicks, che mettono a fuoco i meccanismi di resistenza, diffusi anche nell’operare quotidiano degli esperti, l’orientamento recente delle ricerche sta allargando lo sguardo oltre il compito di smentire pregiudizi correnti sull’adeguatezza genitoriale. Si indagano ora piuttosto le esperienze quotidiane delle famiglie in cui vivono i genitori lesbiche e gay e i loro figli, esplorandone le diverse configurazioni, le pratiche educative, i rapporti con il contesto sociale. Ne emerge una grande varietà di situazioni. Variano innanzitutto i modi in cui gay e lesbiche diventano genitori e la costellazione genitoriale che si configura intorno al bambino. Solitamente i bambini crescono con genitori soli o in coppia (Gabb 2004), ma ci possono essere anche altre configurazioni: nel caso di figli che crescono in coppie lesbiche, come abbiamo detto, si trovano diversi gradi di coinvolgimento del padre biologico e, se gay, del suo partner.
Insieme all’omogeneità di queste esperienze, viene messa in discussione la possibilità di interpretarle univocamente come l’incarnazione di modelli totalmente alternativi di genitorialità. Nella vita quotidiana di queste famiglie, infatti, si ritrovano i tanti modi in cui sono ridefinite ma anche riprodotte le pratiche e le norme della genitorialità in un dato contesto. Confrontando le esperienze di coppie lesbiche che hanno fatto ricorso all’inseminazione eterologa in Irlanda e in Svezia, Ryan-Flood (2005) mostra come le loro scelte siano legate alle culture familiari e ai modelli di genere e di genitorialità presenti nei diversi contesti. In Svezia, dove c’è una radicata cultura di forte condivisione da parte dei padri delle responsabilità di cura dei figli, queste coppie hanno optato per un coinvolgimento attivo del padre biologico, attendendosi un’attiva partecipazione alla cura e un sostegno positivi per il bambino. In Irlanda, dove prevalgono un modello più rigido di divisione di genere del lavoro e una maggiore asimmetria di potere tra uomini e donne in famiglia, queste coppie tendono a non includere invece il donatore nel progetto genitoriale, non aspettandosi effettivo sostegno e temendo invece rivendicazioni di controllo.
Variano a seconda dei contesti anche i rapporti con la società e le istituzioni: gli studi mettono in rilievo quanto sia cruciale il riconoscimento legale delle responsabilità genitoriali, anche per il suo risvolto simbolico di riconoscimento sociale, per garantire un contesto di protezione e certezze per la crescita dei figli (cfr. gli studi ripresi da Chiari e Borghi 2009).
Il riconoscimento giuridico pare influenzare, secondo alcune ricerche, anche i rapporti tra genitori sociali e famiglie di origine, consolidando così il legame tra nipoti e nonni. Quello dei rapporti intergenerazionali è in effetti uno degli aspetti sempre più spesso esplorati dalle ricerche, che hanno messo in luce l’importanza del rapporto con i nonni, vissuto come importante fonte di sostegno e riconoscimento (Hequemburg e Farrell 1999; Almack 2008).
La ricerca sulle famiglie omogenitoriali in Italia
In Italia, a fronte di un dibattito pubblico in cui imperano affermazioni apodittiche e semplificazioni, assenza di informazioni e valutazioni astratte, gli strumenti di conoscenza delle esperienze delle famiglie omogenitoriali si stanno in questi anni moltiplicando.
I primi tentativi di comprensione di questa realtà si sono principalmente rivolti all’ampio e consolidato corpus di ricerche sviluppato in altri paesi (Bonaccorso 1994), mentre poche erano le esperienze di ricerca (Danna 1998). Negli ultimi anni, sono invece sempre più numerose indagini empiriche e riflessioni specificamente riferite alla realtà del nostro paese. Sempre più ricca è anche la disponibilità di materiali di testimonianza, prodotti dall’attiva associazione Famiglie Arcobaleno o raccolti in alcune pubblicazioni (cfr. Lalli 2009). Si stanno anche diffondendo riflessioni e strumenti rivolti a chi opera nell’ambito dei servizi educativi (Scarano 2009; Belletti 2009) e materiali pensati per l’utilizzo con i bambini (Juanolo 2007).
Riguardo alla diffusione di queste esperienze genitoriali oggi in Italia, già rilevata da diverse ricerche (Saraceno 2003; Barbagli e Colombo 2007), in un’indagine recente risultano avere figli circa un quinto di gay e lesbiche oltre i 40 anni (www.modidi.it). In gran parte, questi figli vivono in famiglie ricomposte; quelle in cui sono frutto di un progetto di coppia sembrano essere più recenti, e dunque con un’età dei figli più bassa (Bottino 2009). Il desiderio di avere un figlio, da parte di chi vive in coppie maschili o femminili, è ancora più diffuso: dunque anche in Italia sono numerosi, e lo saranno probabilmente sempre più, i bambini che crescono, e cresceranno, con coppie genitoriali gay e lesbiche.
Anche nell’indagare la situazione italiana occorre evitare di considerare l’omogenitorialità come un fenomeno omogeneo. E’ piuttosto per molti versi, come ricordano Chiari e Borghi (2009, 114), “un tipo di fenomeno familiare che si può inscrivere entro processi ‘altri’, che riguardano, ad esempio, una ricomposizione familiare o un processo adottivo”. D’altra parte, queste stesse autrici mettono in luce alcune specificità dei compiti genitoriali di gay e lesbiche, che riguardano il fatto di dover gestire un’identità sociale stigmatizzata e, soprattutto, le incertezze e difficoltà create dalla mancanza di un riconoscimento istituzionale delle responsabilità genitoriali.
Confermando quanto rilevato in altri paesi (Tasker e Patterson 2007), alcune delle recenti ricerche realizzate, in particolare sulle coppie lesbiche con figli, smentiscono l’immagine di contesti di forte rifiuto e sofferenza per i bambini. Le famiglie indagate solitamente incontrano, e con attenzione costruiscono, intorno al bambino un ambiente di relazioni positive, favorevole o quantomeno indifferente rispetto alla loro scelta (Cavina e Carbone 2009; Danna 2009). Per la costruzione di questo contesto positivo, e per il benessere familiare, anche in ricerche italiane emerge l’importanza della tranquillità con cui la coppia si presenta come coppia genitoriale (Bottino 2008).
Ciò che mette in difficoltà è invece soprattutto il confronto con le istituzioni. Il problema principale riguarda l’assenza di riconoscimento giuridico delle responsabilità genitoriali esercitate dai genitori sociali, o cogenitori, che per la legge sono invisibili, con possibili pesanti ripercussioni in molti campi, dai rapporti con i servizi educativi e sanitari alle certezze rispetto alla continuità del rapporto con i figli e degli obblighi verso questi anche in caso di separazione. E’ la difficoltà che rilevano Cavina e Carbone (2009, 63) nella loro ricerca: «se nel rapporto diretto con le altre persone si riesce, nella quasi totalità dei casi, a superare le reticenze spesso legate alla poca informazione sull’omosessualità, quando ci si confronta con le leggi e con la politica le distanze diventano incolmabili, i vuoti si trasformano in voragini e fra tutte prevale la sensazione di precarietà e fragilità della propria famiglia».
Riferimenti bibliografici
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* Ricercatrice in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università del Piemonte orientale, dove insegna Sociologia della famiglia e Sociologia delle relazioni di genere.
Data la celere evoluzione degli ordinamenti normativi a questo riguardo, questo elenco è da considerarsi provvisorio e richiederebbe un continuo aggiornamento.
Hanno riconosciuto la validità di queste conclusioni, negli Stati Uniti e in altri paesi, organizzazioni professionali che operano in ambito educativo, psicologico e sanitario; tra queste vi è l’American Academy of Pediatrics e l’American Psychological Association.
Infanzia n.5, 2009, nell’ambito del Focus La differenza di genere nell'infanzia a cura di Rossella Ghigi
E’ così che si conclude, ad esempio, un testo italiano contro l’apertura della possibilità di adozione per coppie gay o lesbiche: "Che cosa sente un padre che sta svolgendo le funzioni di cura, di alimentazione, di contenimento, quando pensa che quella è una funzione della madre assente e di cui è meramente un sostituto?" (Lobbia 2006, 118)