Numero 2, marzo - aprile 2010


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Tre settimane a Brazzaville (Congo), in un centro per bambini abbandonati

Natsuko Sawaya*
 
La Repubblica del Congo è stata una colonia francese e Brazzaville, la capitale, è una città con qualche segno di benessere, ma la disorganizzazione delle strade, gli ambulanti a ogni incrocio e i bambini di strada mi davano la sensazione tipica del paese in via di sviluppo. Le forniture dell’elettricità e dell’acqua non sono molto stabili e nel tardo pomeriggio ho visto tanti studenti leggere sotto i lampioni sulla strada principale per l’aeroporto, quando i loro alloggi sono senza elettricità. È un paese produttore di petrolio, che insieme al legname e all’agricoltura costituisce la base economica per il Paese. A causa delle guerre, nella capitale molte società che si erano insediate a Brazzaville hanno abbandonato la città. Il tasso di disoccupazione è molto alto e il divario fra i ricchi e i poveri sembra diventare sempre più grande.
Per quanto riguarda i bambini, molto sono gli orfani: dalla statistica dell’UNICEF, fra 210.000 orfani tra 0 e 17 anni, 69.000 sono dovuti all’AIDS. Durante il mio soggiorno, ho visitato un orfanotrofio gestito da una signora congolese. Dopo la morte di suo marito, ha deciso di accogliere bambini orfani dalle guerre civili di Brazzaville. La sua casa era abbastanza grande per accogliere 14 orfani da 4 a 14 anni, con l’intenzione di dare loro un ambiente familiare, cure ed educazione adeguate. Questa signora lavora durante la giornata fuori casa, ma è aiutata da due educatrici e altre persone per la cucina, la lavanderia ecc. I bambini frequentano le scuole. Quando ho visitato quella realtà, tutti i bambini guardavano la tv nel soggiorno insieme alla nipote di questa signora e lei mi ha detto, “devono fare come fossero a casa loro. Certo, possono guardare la tv, mia nipote viene ogni giorno qui perché i suoi lavorano. È una grande famiglia con tanti fratelli e sorelle”.

 

Il Centre d’Accueil Béthanie
 In questo Centro tutti i bambini sono purtroppo abbandonati, ma non tutti sono orfani. Nel 2008 gli ospiti sono 46 (17 maschi e 29 femmine), dalla prima infanzia fino all’adolescenza. È stato fondato nel 1989 dalle religiose cattoliche, Suora Angélique e Suora Lucie. La Repubblica del Congo permette l’adozione internazionale e fino a oggi più di 100 bambini da qui sono andati in Francia. C’è un’associazione delle famiglie adottive che si riunisce ciclicamente in diversi luoghi in Francia per scambiarsi informazioni e fare attività insieme. Quando le suore vanno in Francia, partecipano alle riunioni e incontrano i bambini adottati dal Béthanie, ma non consentono ai bambini adottati di tornare a visitare Béthanie prima dei compimento del loro diciottesimo anno di età.
Ci sono due canali principali attraverso i quali bambini arrivano al Béthanie. Uno è quello dei bambini lasciati all’ospedale e l’altro è quello dei bambini trovati abbandonati in altri luoghi. All’ospedale, si trovano i bambini abbandonati dopo il parto. In questi casi, i bambini arrivano al centro tramite l’assistenza sociale. Quando uno viene trovato sulla strada, al mercato o davanti a casa, viene avvertita la polizia e attraverso la polizia i bambini vengono portati al Béthanie. In ogni caso, entro 6 mesi dall’arrivo al centro, se i genitori vogliono venire a riprendere il loro figlio, possono farlo. La procedura di trasformazione dell’autorità parentale al Béthanie inizia dopo 6 mesi dall’arrivo. Non capita quasi mai che i genitori vengono a riprendere il bambino…
All’arrivo un bambino non ha il nome né una data di nascita. Le suore mettono un nome e la data di nascita viene presunta dal medico e poi la registrano all’ufficio pubblico. Tutti i documenti che servono per qualsiasi procedura sanitaria o legale sono conservati in una cartella individuale nell’ufficio del centro.
Durante le recenti guerre civili a Brazzaville, una nel 1997, le suore e tutti i bambini dovettero scappare a sud con tutti i bimbi (circa 70); si rifugiarono in un luogo a 120km da Brazzaville. E vi rimasero lì fino a gennaio 1998. Durante un’altra guerra civile, il Centro Béthanie raccolse i rifugiati provenienti dal sud. Durante queste guerre il centro ricevette aiuto da parte della Croce Rossa (sia da quella locale che da quella internazionale) e dall’ambasciata francese per evacuare la popolazione.
Alcune persone di Brazzaville mi hanno riferito che il governo della Repubblica del Congo aveva la tendenza a non ammettere l’esistenza degli orfani. Il Centro Béthanie non era aiutato dal governo e aveva difficoltà sul fronte economico. Le suore hanno fatto richieste, ad esempio, di esenzione dalle tariffe elettriche ma non sono state accettate. Le scuole frequentate dagli orfani avrebbero potuto essere gratuite se fossero state scuole statali, ma le scuole pubbliche avevano tanti problemi e le suore le consideravano inadatte per i loro bambini. Trasferendosi in una scuola privata dovranno pagare le tasse scolastiche, ma pensando all’educazione di ogni bambino le suore pensano che sia la scelta migliore.
Dopo la fine di liceo, circa intorno ai vent’anni, l’intenzione delle suore è che questi ragazzi trovino un lavoro e lascino Béthanie; quelli che hanno 20 anni ora sono i primi bambini che il centro aveva raccolto.

 

Gli adulti e i bambini del centro
Il personale chiamato “maman” lavorava in coppia con un turno di 24 ore, dalle 7 la mattina fino alle 7 del giorno successivo. I ruoli e le funzioni sono molteplici: dare da mangiare, cambiare i pannolini, giocare con i bimbi, educarli, ecc. Con circa 30 bambini sotto l’età scolare le occupazioni di routine assorbivano gran parte del tempo e le maman non avevano tanto tempo a disposizione per giocare o semplicemente per parlare con i bambini. Mentre cambiavano i pannolini nel salone e in un momento fra diversi impegni lavori, parlavano o cantavano insieme ai bambini e li facevano ballare. Per lavorare come “maman” non serve un certificato o diploma; ogni “maman” a Béthanie rimane per molti anni e questo crea una certa continuità nelle relazioni con i bambini. Il loro lavoro è molto pesante, ma la mattina quando salutavo le maman che andavano a casa per il cambio del turno, non le ho mai sentite lamentarsi per la stanchezza.
Nel Centro Béthanie i bambini dormono in letti individuali, hanno molti giochi a disposizione e i pasti sono preparati con cura. Il numero di adulti che può prendersi cura dei bambini piccoli è molto basso: solo 2 maman per 28 bambini sotto 6 anni. Durante la mia permanenza al centro i bambini venivano attorno di me, erano poco sorridenti e non parlavano tanto. Quelli che si ricordavano il mio nome dicevano “maman Natty, maman Natty…”, alzando le braccia verso di me. Un certo numero dei bambini mostrava dei problemi mentali e fisici, e i bambini più piccoli che non potevano ancora muoversi da soli stavano nel lettino e nella “child seat” per lungo tempo.
Quando c’erano dei volontari, prendevano alcuni bambini in gruppo e giocavano nella sala o in giardino. Per quanto riguarda la sala di gioco, i bambini non potevano andarci liberamente; in generale questa sala era tenuta chiusa con la chiave.
Ho passato un po’ di tempo con ciascun bambino. Alcuni non erano in grado di camminare a causa di una malattia o di un handicap; questi bambini erano sempre dentro l’edificio e non avevano tante occasioni per stare all’aperto. C’era un bambino malato che aveva sempre un’espressione particolarmente triste; non poteva stare in piedi perché era troppo debole, ma le lucertole che si muovevano lo hanno fatto sorridere e se correvo o scendevo dalle scale ritmicamente prendendolo in braccia, rideva. Sul sentiero della mia passeggiata, c’era sempre una ragazza di 16 anni seduta sulla sedia a rotelle a causa di handicap grave. La salutavo sempre con i piccolini in braccio attraverso lo steccato, ci rispondeva con un grandissimo sorriso e un piccolo movimento della parte del suo corpo che poteva muovere. Soprattutto quando passavo con una bambina di un anno, handicappata, che non poteva muoversi, lei provava a allungare un braccio verso la piccola e faceva tante volte schioccare le dita, sempre con un sorriso meraviglioso. Questa piccola le rispondeva con un sorriso e ogni tanto emetteva dei suoni con la sua voce. Le maman mi avevano detto che questa bambina non mostrava alcuna emozione tranne quando aveva fame o voleva esser cambiata. Era difficile capire la sua espressione sul viso, mangiava la stessa quantità di cibo di un neonato, era lasciata sempre nel suo lettino e presa solo per mangiare e cambiarla. Le sue mani erano costantemente chiuse duramente ed era difficile aprirle per lavarle all’interno. dopo che ha cominciato a reagire con i sorrisi e la voce, piano piano abbiamo provato ad abituarla all’acqua e siamo riuscite a lavare l’interno delle mani.
Fra i piccolissimi, forse perché stavano per lungo tempo nel lettino, c’erano alcuni bambini il cui corpo si irrigidiva quando li prendevo in braccio. Prima e dopo la passeggiata, li mettevo su un letto grande, da adulto, e facevo loro un po’ di massaggio del corpo.

 

Attività e difficoltà
Per 4 giorni la settimana, Monique, una francese, veniva a Béthanie a fare lavoro volontario. Era un’infermiera per neonati e aiutava soprattutto i bambini al di sotto dell’età scolare. Aveva portato un materasso per fare qualche attività soprattutto con i bambini piccolissimi.
Nella camera dei lattanti, abbiamo messo i lettini contro una parete e steso il materasso per terra. Ho preso 4 o 5 piccoli che stavano nel lettino o sul seggiolone e li ho lasciati sul materasso a giocare, sdraiarsi, muoversi liberamente. Ho usato anche il letto di adulto nella camera, mettendo 2 o 3 bambini per fare loro un massaggio sul loro corpo. Ho preso anche la bambina di 1 anno con handicap e l’ho messa a fianco degli altri bambini. Mentre stavo con i piccolini, Monique ha portato i bimbi più grandi nel giardino o nella sala di gioco per lasciarli giocare con palloni, hula hoop e giochi.
Le passeggiate, le attività della mattina e del pomeriggio anche se erano svolte per poche ore al giorno e solamente per 3 settimane, hanno portato dei cambiamenti sia nelle espressioni del viso che nei movimenti corporei dei bambini più piccoli. Questi cambiamenti vennero notati non solo da Monique e me, ma anche dal personale, dalle suore e dei bambini grandi. Ad esempio, i piccoli che venivano chiamati “quelli che non sorridono” hanno cominciato a sorridere o a ridere.
Molto spesso i piccoli si addormentavano sul materasso, ma si stendevano con tutti gli arti aperti. Nel loro lettino non potevano farlo e percepivo la loro gioia nel potersi sdraiare finalmente sul materasso grande. Un’altra differenza fra il lettino e il materasso era che c’erano degli altri bimbi al loro fianco: voltavano la testa a destra e a sinistra e qualcuno si muoveva accanto a loro. Tutto ciò che si muoveva diventava per loro oggetto di attenzione. Guardavano negli occhi gli altri bambini, fissandoli per tempi prolungati, toccavano gli oggetti che si muovevano attorno a loro e mostravano curiosità, sorpresa e piacere.
I danni da carenza di cure materne si manifestavano in diversi campi dello sviluppo dei bambini. Ho notato anche qualche comportamento che potremmo definire “autistico” come ad esempio dondolarsi, sbattere la testa, espressioni verbali limitate e ripetute ecc.
Ogni giorno, al termine delle lezioni, i bambini che frequentavano le scuole venivano nel salone a giocare con i piccoli, ma spesso il gruppo dei bambini piccoli era separato da quello dei grandi. Parlavo un po’ con loro e ho avuto l’impressione che i più grandi non avessero una buona relazione con il personale e le suore, ma questo potrebbe rientrare nelle problematiche tipiche dell’adolescenza. Le suore si preoccupano comunque dell’atteggiamento dei ragazzi e di come si poteva prospettare il loro futuro. A Béthanie, c’erano 2 ragazze di 20 anni, una di loro aveva suo figlio di 2 mesi e abitavano insieme a Béthanie. Tutte le due ragazze andavano a scuola e stavano cercando un lavoro, ma all’epoca del mio soggiorno, nessuna delle due poteva considerarsi ormai indipendente e quindi libera di lasciare la struttura. Una doveva mantenere oltre se stessa anche suo figlio e, pur essendo adulte, le suore non volevano farle uscire dal centro senza un lavoro, quindi provavano ad aiutarle per renderle autosufficienti, ma non sembrava un compito facile.
Le suore mi dissero che i bambini di Béthanie erano tutti bambini abbandonati, quindi un soggetto crescendo in questa situazione fin dalla nascita provava una profonda sofferenza e molto spesso non aveva lo stimolo allo studio o di portare termine qualsiasi cosa, non avendo né progetti né sogni per il futuro. Non c’erano molti scolari che sapessero leggere o scrivere bene. Vedevo ogni giorno che provavano a studiare, ma potevo percepire la loro mancanza di stimolo a seguire correttamente gli studi.
C’erano, come ho detto, dei bambini handicappati. Ho avvertito spesso delle maldicenze e un certo disprezzo nei loro confronti da parte di altri scolari. Le volontarie ogni tanto mi dicevano che ci sarebbero voluti degli specialisti in psicologia e in educazione per gli adolescenti, per essere di sostegno ai bambini più grandi.
Stavo svolgendo il mio tirocinio da soli tre giorni quando un bambino fu portato in ospedale, purtroppo il bambino morì a causa della malattia del sonno . Aveva solo 7 mesi e anche la madre, morta dopo il parto, aveva la stessa malattia.

 

* Laureata Educatrice di nido e comunità Infantile all’Università di Bologna; grazie a una borsa di studio della Fondazione Rotary ha svolto attività di tirocinio in alcuni istituti per bambini abbandonati ad Harare City in Zimbabwe, a Brazzaville in Congo e a Dakar in Senegal. Si veda Infanzia n. 6/2009 per un altro contributo

 

La malattia del sonno viene trasmessa all’uomo dalla mosca tsé-tsé.