Numero 3, maggio-giugno 2008


Cerca nel archivio:
Google:

 

copertina_3

Piccolo Plauto
Abbonati

>torna alla Home<

 

 

 

 

 

DIARIO DALLA DISCARICA DI CALCUTTA

Giuseppe Malpeli  
 
La mia testimonianza è il racconto, attraverso la lettura del mio diario personale, di un’esperienza che da alcuni anni, per lo più durante le vacanze estive, vivo a contatto con i bambini che lavorano in una grande discarica di una città asiatica: Calcutta.
Ci sono arrivato “per caso”, senza particolari organizzazioni di volontariato internazionale o missioni a carattere religioso. Amici medici, che da anni trascorrono le loro ferie con questi bambini, mi hanno convinto a conoscere questa realtà.  Forse proprio questo rende l’esperienza del tutto particolare: ho scelto di vivere senza “reti di protezioni”, stando vicino il più possibile ai bambini nella loro quotidianità, cercando di condividere, nel breve tempo a disposizione, l’assoluta precarietà della loro vita.
Non vi è nulla di certo: né il cibo, né il riparo per la notte, nemmeno le minime garanzie sanitarie. In questo modo vivono migliaia di bambini, in gran parte bambine, in un’età compresa fra i quattro e i dieci anni, dentro un’immensa discarica di rifiuti, alla ricerca, scavando con le proprie mani, di qualche oggetto per scambiarlo con qualche rupia. Il tutto avviene in un clima che spesso supera i quaranta gradi con forte umidità, in un luogo dove i fumi generati dal ristagno dei rifiuti emanano un immenso odore. La povertà in quel luogo assume il volto della miseria assoluta e, per certi versi, senza speranza. I bambini e le bambine che vi lavorano dall’alba al tramonto sono tantissimi; ogni giorno, dalle periferie dell’immensa baraccopoli che circonda Calcutta, ne arrivano altri, quasi sempre fratelli e sorelle senza la presenza dei loro genitori.
Sono “autonomi” questi bambini, è difficile vederli lamentarsi o piangere, anzi qualche volta cercano anche di giocare tra loro, come se volessero dimenticare di essere costretti a crescere troppo in fretta. I grandi si fanno carico dei più piccoli, le bambine dei lavori più duri e faticosi, come trasportare i grandi sacchi di rifiuti scelti nei “mucchi” dai loro compagni maschi. In tutta l’Asia queste realtà sono diffuse, al pari della forte prostituzione minorile, alimentata dagli uomini occidentali.
Ho accettato l’idea che sia possibile stare vicini ai bambini e, insieme a loro, cercare di costruire strutture materiali e psicologiche per un possibile riscatto. Le strutture materiali, realizzate pur nell’assoluta precarietà, sono la scuola e un punto di assistenza sanitaria gratuita per tutti. La scuola, gestita da ragazze indiane, studentesse dell’Università, è attiva alla sera, in un locale preso in affitto dal Comune della città. Partecipano alla prima alfabetizzazione moltissimi bambini e bambine. E’ per me sempre stupefacente vedere come, dopo tante ore di lavoro in condizioni così difficili, i bambini ci tengano a frequentare le lezioni. Sono stanchi, spesso sfiniti, ma desiderosi di apprendere, come se in questo vedessero una possibilità per una vita diversa. Per loro questo momento è anche un luogo di cura: trovano i libri,  le matite, i quaderni, qualche vestito pulito e del cibo. La scuola nel tempo è diventata un ritrovo anche per gli adulti. La classe è composta da circa cinquanta alunni e alunne ogni volta. Le maestre (volontarie) ogni giorno trascorrono alcune ore con loro, per insegnare a leggere, scrivere, parlare un po’ di inglese che è necessario per trovare qualche piccolo impiego negli alberghi o nei locali per i turisti.
In realtà il mio lavoro inizia molto prima, alla discarica. Serve tutto il giorno per cercare di conoscere i bambini, di organizzare un punto-ristoro, di raccoglierli alla sera per andare in una casa a dormire togliendoli dalla strada. Ora, quando torno, vado in una casa per seguire quattro bambini mantenuti dalla sorella maggiore di quindici anni che si prostituisce. Mi aspettano, come se fossi l’unico adulto che si prende cura di loro. E’ difficile descrivere le emozioni che si provano: lo sconcerto per un così grande abbandono; la rabbia nel vedere tanti bambini ridotti in condizione di schiavitù; la paura e lo smarrimento davanti a compiti più grandi delle nostre possibilità; la gioia nel vedere quante amicizie nascono; la fatica per costruire insieme a loro percorsi che restituiscano la dignità compromessa. Penso a Pentaderry, la mia guida, sempre pronto a darmi consigli su come si deve avere fede per sopravvivere alle difficoltà; alle studentesse Melky e Brama, disponibili a fare scuola tutti i giorni senza compenso; a Ramesch, un bambino di dieci anni che lavorava come un adulto di quaranta; a Manasa, una bambina che dopo il lavoro alla discarica andava ad assistere la mamma ammalata all’ospedale.
Volti e storie incredibili, che rendono sempre attuale il tema dei diritti, in questo caso il diritto a un’esistenza dignitosa. Per molti di questi bambini non vi è neppure diritto di identità e cittadinanza, non essendo registrati all’anagrafe. In questo racconto, così carico di sofferenza, non manca la speranza. E’ viva e presente nel ricordo di un ragazzo di nome Chetsada Kephonn, birmano, deceduto nello tsunami che ha colpito l’Asia nel dicembre 2004. Io l’ho conosciuto una sera di ritorno dalla discarica con venti bambini. Cercavo un posto per dormire, lui mi ha aiutato, così, con un gesto di generosità, senza contropartita. Da allora è sempre stato accanto alla mia storia. Aveva deciso di chiamarsi Lucky, perché diceva che avendo conosciuto un occidentale, si riteneva fortunato. Era molto povero, ma pieno di voglia di conoscere, viaggiare, leggere. Mi ha aiutato a trovare una casa per i bambini, a conoscere le studentesse per la scuola, a superare momenti difficili, quando il mio compito si era reso quasi impossibile. Lucky, un ragazzo di vent’anni, è diventato un simbolo di come i diritti dell’infanzia siano una battaglia per la quale valga la pena spendersi. Un suo biglietto riassume il significato più profondo di quelli che noi chiamiamo i diritti e che trovano ragione nel riconoscimento di una comune umanità.
Riporto alcune frasi:
 “Quando leggerai questa lettera, io sarò lontano nel mio villaggio. Avevo paura che tu ti dimenticassi di noi, di me… Ricordi quella sera nella quale ti ho chiesto se avevi figli? Tu, scherzando, mi hai detto che in questo tempo io ero tuo figlio…Non sai quanto ho pianto dalla felicità quella notte… Ti prego non mancare il giorno nel quale mi sposerò, per me sarebbe come un grande dolore….”.
C’è, come si può notare, un diritto a non essere dimenticati, a vivere nella mente di qualcuno e a non restare soli nei momenti della vita importanti. Io, stando con quei bambini e con quelle bambine, ho capito tutto questo.

Supervisore, responsabile dei Laboratori del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria, presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.