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Il “Castorismo”: una proposta scout per i più piccoli
Per i bambini dai 5 ai 7 anni (che chiameremo, spiegandone il perché, “piccoli adolescenti”) è nata da anni nel mondo e in Italia una proposta che estende l’esperienza della pedagogia scout, adattandola a questa età. Storia e contenuti di tale proposta che ha nel mondo dei castori il suo sfondo integratore
Aldo Bertinetti*
L’intuizione pedagogica di Baden Powell
E’ ormai comunemente nota, soprattutto dopo che lo scorso anno se ne è celebrato il centenario, la storia della nascita dello scoutismo per opera di Lord Robert Baden Powell. L’idea nacque dall’esperienza fatta a Mafeking, durante la guerra coi Boeri, dove egli aveva creato un gruppo di ragazzini, naturalmente disarmati, che si rivelarono provvidenziali per passare come messaggeri, con mille espedienti, tra le linee nemiche. “B.P.” (come viene affettuosamente chiamato da tutti gli scout del mondo) intuì che tale esperienza avrebbe potuto servire come proposta educativa per le bande di ragazzi di strada, allora molto numerose a Londra. Provò con alcuni di loro un primo campo (a Browsea, appunto nel 1907), che riuscì splendidamente. Abbandonò la vita militare (pur essendo considerato un eroe) ed iniziò così quella che chiamò la sua “seconda vita”, tutta dedicata ai giovani e al neonato scoutismo.
B.P. non era psicologo o pedagogista, anzi non aveva nessuna preparazione teorica nei riguardi dell’educazione. Tuttavia si evidenziò subito che la sua proposta aveva contenuti pedagogici notevoli e profondamente innovativi. Egli stabilì contatti con vari professionisti di allora, soprattutto con la Montessori, con la quale si incontrò più volte, trovando una sintonia particolare su molti punti.
Da allora sono numerosissimi gli studi e le ricerche, fatti anche a livello accademico, sullo scoutismo come proposta educativa, nel riconoscimento – tra l’altro – che esso ha certamente collaborato con tutta quell’area di proposte pedagogiche che va genericamente sotto il titolo di “pedagogia attiva”.
Fondamenti
I fondamenti della proposta educativa dello scoutismo si possono riassumere sotto alcune voci:
- Educazione globale, cioè di tutto l’uomo nella sua interezza: essa è contenuta nei cosiddetti “4 punti” che comprendono il corpo, la socialità, il carattere e l’impegno civile, usando la natura come ambiente fondamentale.
- Accettazione personale da parte del ragazzo dei valori che gli vengono proposti, attraverso l’adesione ad una “legge” che avviene con la pronuncia della famosa “promessa”. E’ questo il significato più profondo del termine “auto-nomia”, che comprende anche l’accezione più immediata (il “saper guidare da solo la propria canoa” nelle cose concrete), ma si estende fino ad essere in grado di impegnarsi con appunto autonoma convinzione (diventando “legge a se stessi”).
- Il concetto di “auto-educazione”, nel senso che si vede il ragazzo stesso come protagonista della propria crescita (pur sotto la guida sicura, ma discreta, dell’adulto), in un cammino di “gradualità” secondo le diverse età. In quest’ottica è anche da interpretare quella che viene chiamata la “Progressione Personale”, cioè un cammino di crescita all’interno del percorso scout (simbolizzato da alcuni segni distintivi per le varie tappe, tipici per ciascuna delle età nelle varie branche), fatto certamente con lo stimolo e l’accompagnamento del “capo”, ma reso sempre più cosciente nel ragazzo con l’avanzare dell’età.
- La comunità come esperienza di una “società” fatta a misura del bambino e del ragazzo, pensata cioè come composta e vissuta tra uguali, dove l’adulto (il “capo”) si mette al servizio di lui, “abbassandosi” alla sua statura. In altre parole non un gruppo, una struttura fatta dagli adulti e da loro guidata per i ragazzi, ma una comunità DI ragazzi (ecco la formula della “banda” che prendeva spunto da quelle spontanee dei ragazzi di strada di allora), con una forte capacità di riconoscersi ed identificarsi nel gruppo (anche attraverso ai “segni”: uniforme, riti, ecc., di cui lo scoutismo è molto ricco).
- La graduale apertura verso la società, al cui servizio poco per volta ci si deve impegnare, per “lasciare il mondo un po’ migliore di quello che abbiamo trovato”.
Genialità del metodo
L’aspetto forse più geniale ed unico dello scoutismo è quello di saper adattare tale proposta, uguale essenzialmente nei valori per tutto l’arco evolutivo, con delle metodologie apparentemente molto differenti, perché pensate per le diverse età.
Come abbiamo già detto, l’esperienza dello scoutismo è iniziata con dei ragazzi pre-adolescenti, per i quali B.P. pensò la formula di una vita avventurosa, immersa nella natura, sotto le tende e ricca di tecniche che avvicinavano alle leggende dei vecchi pionieri: ne nacque il metodo del “reparto”, formato tra l’altro di sottogruppi verticali (cioè composti dalle varie età, con un ragazzo responsabile), ampiamente autonomi (nel limite del possibile), chiamati “squadriglie”. Tutto ciò è esposto nel suo libro Scoutismo per ragazzi.
Successivamente, poiché – come egli stesso racconta – constatò che molti fratellini più piccoli avevano il desiderio di fare scoutismo, ritenendoli giustamente non ancora adatti per una vita “rude” di campeggio, ideò la metodologia dei “lupetti” (appunto nel Manuale dei lupetti), per i bimbi delle elementari, dove, immersi in un “mondo fantastico” (tratto dal Libro della Giungla di Kipling), essi vivono tutte le dimensioni (anche quelle più “serie ed impegnate”) nella dimensione del gioco.
Infine, davanti ai suoi primi esploratori, che cresciuti desideravano continuare questo “grande gioco”, pensò all’ultima “branca”, che egli riuscì però solo a delineare per grandi linee, prima di “tornare alla Casa del Padre”: la branca dei rover e scolte, descritta in La strada verso il successo. Tale metodologia si basa certamente ancora sull’avventura, ma molto più concreta, attraverso il cammino anche fisico (la “route”) con zaino in spalla, in una visione della vita appunto come strada da percorrere, con uno stile di essenzialità; attraverso un’esperienza più adulta di comunità, e con il graduale impegno del servizio verso gli altri.
La nascita del “castorismo”
Nel mondo
B.P. non ebbe il tempo di pensare ad altre eventuali estensioni del suo scoutismo… Tuttavia, più di vent’anni dopo la sua morte, si sentì un’ulteriore esigenza: altri, ancora più piccoli, com’era capitato per i lupetti, “bussavano alla porta”, desiderosi di fare anch’essi un’esperienza scout. Nel 1963 nacquero così i primi tentativi (contemporaneamente nel Nord Irlanda e in Canada), di una nuova branca, quella dei “castorini”, cioè bambini dai 5 ai 7-8 anni, comunque ancora troppo piccoli per poter vivere bene la vita del “branco” dei lupetti. Si pensò allora ad un ulteriore adattamento della pedagogia scout, che, salvando in pieno i valori educativi fondamentali, trovasse ambiente e metodologia concreta pensati per quella specifica età. L’ambiente scelto fu quello dei “castori” (penso soprattutto perché animali comuni nelle foreste canadesi…), ma che avevano la bella caratteristica di vivere in “colonie”, cioè in gruppi in cui imparavano prima di tutto a “condividere” tutto. Naturalmente nel concreto i mezzi principali rimanevano il gioco e la fantasia, ma in una forma molto più semplice, con l’intenzione di condurre per mano questi piccoli nella loro progressiva scoperta delle “regole” del mondo reale e della bellezza di uscire progressivamente dalla chiusura egocentrica, capendo che è molto più bello “insieme”.
Lo scoutismo mondiale guardò con un po’ di sospetto questa novità: era davvero possibile parlare già, in questa età così tenera, di vero e proprio scoutismo, o al massimo si doveva parlare di pre-scoutismo, preparazione cioè ad esso? Il problema si poneva soprattutto per quanto riguardava i punti fondamentali della “legge scout” e della relativa “promessa”, senza i quali appunto non può esistere vero scoutismo. L’esame continuò per un po’ di anni. Poi si vide che l’adattamento fatto della legge (analogamente alla semplificazione che B.P. stesso aveva fatto per i lupetti) conservava intatti i principi fondamentali, e soprattutto ci si accorse che era già possibile, anche per bambini così piccoli, pensare ad un “impegno”, che certamente non aveva ancora tutta la pienezza di significati “morali” delle età superiori, ma che poteva già essere capito come un impegnarsi a fare come e insieme agli altri.
Così singole associazioni nazionali (prima di nuovo quella canadese, già nel 1972), e infine lo scoutismo mondiale riconobbero questa branca di piccoli come “autentici” scout. Particolarmente significativa la dichiarazione a questo riguardo fatta dalla Conferenza Europea dello Scoutismo nel 1992, che afferma la piena validità del metodo del Castorismo e invita tutte le associazioni a considerare l’opportunità di adottarlo.
Attualmente il “Castorismo” è diffuso un po’ in tutto il mondo, dall’Australia alle Americhe, all’Africa. Anche in Europa la grande maggioranza delle associazioni nazionali ha adottato questa quarta branca, in forma più o meno definitiva e ufficiale. Si può tranquillamente affermare che, alla verifica dopo più di quarant’anni, i risultati sono apparsi sempre ottimi.
In Italia, con la “scoperta” della “Piccola Adolescenza”
Anche in Italia la cosa iniziò sotto la medesima spinta. C’era la richiesta dei genitori, ma anche degli stessi bambini di questa età (5-7 anni), di fare scoutismo. Dopo un tentativo in cui si cercò di far partecipare alcuni di loro ad un campo estivo di lupetti, e dopo aver ancora una volta verificato che tale metodologia non si adattava ancora a loro, nel 1978 si tentò di fare alcuni esperimenti con una via nuova. Si era saputo che ormai da parecchi anni molte associazioni avevano iniziato tale nuova branca. Ci precipitammo direttamente in Canada per raccogliere esperienze e materiali, e iniziammo così, sia pure ancora in forma molto sperimentale, a delineare una metodologia scout adatta all’età.
Contemporaneamente a questi fatti, il sottoscritto (che allora frequentava il corso di laurea di Pedagogia all’Università di Torino) fu colpito da un’altra considerazione. Il docente di Psicologia dell’Età Evolutiva presentava, nei suoi corsi, l’esigenza di riscoprire con rinnovata attenzione il periodo che andava appunto dai 5 ai 7-8 anni. A suo avviso, tale periodo era stato finora molto trascurato, probabilmente perché il discorso sulla “latenza” aveva fatto pensare che esso fosse abbastanza insignificante, almeno nel senso che non presentasse particolari problemi. Egli invece riteneva che, al di là di queste opinioni (e delle stesse impressioni che educatori e genitori avevano al contatto di tali bambini), tale periodo fosse assai problematico e quindi molto delicato. In sintesi, se si guardava con più attenzione, veniva in evidenza che tali bambini stavano subendo una serie di cambiamenti notevoli: dalla maggiore coscienza della propria crescita fisica con nuove sensazioni di disagio (la caduta dei denti!); al progressivo iniziale distacco dalla famiglia con l’inserimento in ambienti più ampi e organizzati come la scuola; all’inizio del ragionamento logico concreto; al passaggio dalla fantasia della prima infanzia attraverso lo scontro con la realtà che si doveva accettare con le sue regole; allo sperimentare una autonomia sempre maggiore ma che - nel suo significato più profondo sopra detto (quello di avere regole “interne”) - si esprime anche con la formazione di quella severa struttura chiamata Super-Io; e così via. Ma certamente la componente che subiva il cambiamento meno indolore era quella affettiva e sessuale, vista la crisi determinata nel periodo immediatamente precedente dal superamento del complesso di Edipo.
Insomma, sembrava che tali bambini non fossero affatto così internamente tranquilli come apparivano, ma che piuttosto, proprio rilevando il cambiamento che sentivano nei loro riguardi da parte dell’ambiente e le conseguenti nuove richieste, e quindi essendo in una prima notevole crisi di immagine di sé, si chiudessero in una sorta di pudore del loro intimo (quest’età viene indicata come quella della “nascita del pudore”): insomma, più che una “latenza” si sarebbe trattato di una… “latitanza”. Tutto ciò avrebbe posto il bimbo in una situazione simile (proporzion fatta…) a quella dell’adolescenza (da cui il nome appunto di “piccoli adolescenti”), tanto da poter ipotizzare che il superamento più o meno riuscito dei problemi di questa piccola età avrebbe potuto condizionare poi, come esperienza pregressa, quello dell’adolescenza vera e propria.
Naturalmente la cosa non poté che interessarmi notevolmente. Così, mentre approfondivo l’argomento attraverso lo studio accademico, fui portato a verificare quello che scoprivo con l’esperienza dei piccoli scout, appena iniziata.
Vennero fuori delle cose veramente affascinanti. Il metodo scout poteva servire a questi piccoli, ad esempio, ad imparare, sia pure gradualmente e con dolcezza, che nella realtà c’erano necessariamente delle regole da osservare. I bambini si sentivano valorizzati dal fatto che si chiedesse loro un impegno (da noi chiamato “patto”, invece che usare il classico termine “promessa”, proprio per sottolineare meglio quello che abbiamo detto sopra: la capacità non ancora di un impegno moralmente personale, ma invece la comprensione che è bello accettare di fare le cose con gli altri: il “motto” insieme di questa branca).
Ma forse l’aspetto che meglio si evidenziò fu quello che il gruppo scout, per natura sua, aveva le caratteristiche giuste per mediare quel necessario passaggio che iniziava ad avvenire proprio in questa età, fra l’ambiente protetto della famiglia e la società più ampia, in altre parole tra il gruppo “primario” parentale e gli altri gruppi (scuola, attività sportive, catechismo, ecc.) già di natura certamente “secondaria”. In questi anni i bambini devono fare come i piccoli uccellini: devono cioè acquistare il coraggio di tentare i primi “voli” fuori dal nido, ma con la certezza di poter tornare ad esso, essendo affettuosamente accolti. Tutto ciò diventa più facile se trovano compagni di viaggio affettuosi.
Il gruppo scout è sempre denotato (ma particolarmente in questa età) da un ambiente molto coinvolgente anche a livello affettivo, sia nei rapporti con gli altri bimbi che con gli stessi “capi”. Questi ultimi infatti sono una figura particolare di educatore che, a mio avviso, si ritrova proprio solo nello scoutismo: infatti essi, perché, pur essendo (e rimanendo, ovviamente) adulti, si fanno “piccoli coi piccoli”, a loro dimensione, acquistano nei riguardi dei bambini un rapporto di profonda amicizia personale che, se da un lato è un superamento dello stretto cerchio familiare, non è ancora una figura più “professionale” e quindi inevitabilmente più distaccata come avviene con la scuola e con le altre iniziative.
Sostenuti da queste idee, si formulò poco per volta una metodologia sempre più precisa, anche se si ritenne di sottolineare che essa doveva rimanere comunque “sperimentale”, nel senso che doveva stare sempre attenta a riaggiustarsi nel confronto coi diversi bambini e i diversi ambienti socio-culturali in cui si sarebbe attuata. Ma questo in fondo dovrebbe essere una caratteristica di qualsiasi iniziativa pedagogica, scout e non, anche se non sempre è così…
Alla nostra si aggiunsero presto altre “colonie”, nate da gruppi scout di varie regioni. Siccome poi l’associazione ufficiale (l’agesci) non si sentiva in grado di gestire direttamente tale sperimentazione, nell’87 si fondò l’aic – Associazione Italiana Castorini – col proposito di affiancarsi all’agesci stessa, fornendogli questo servizio per i più piccoli, ma esonerandola di prenderselo direttamente in carico.
Inutile dire che dopo trent’anni di esperienza (che hanno visto questa realtà attuarsi in molti gruppi di quasi tutte le regioni), siamo stati confortati da risultati sempre positivi, verificabili ormai anche sui tempi già lunghi (alcuni primi castorini sono ormai padri e madri di famiglia, e molti di loro sono restati nello scoutismo come responsabili). In ogni caso, tutti i capi dei branchi di lupetti (anche quelli inizialmente meno benevoli…), che hanno ricevuto nel corso degli anni dei bambini che arrivavano dall’esperienza della “colonia”, hanno dovuto ammettere che essi avevano una “maturità” (!) diversa dagli altri, almeno sul versante della capacità già sviluppata di stare in gruppo e di accettare delle regole.
A che punto siamo
Come abbiamo accennato, l’esperienza si è diffusa in tutta Italia, anche se il numero delle colonie è stato volutamente mantenuto in termini “controllati”. Questo soprattutto per avere la garanzia che il servizio iniziasse dopo attenta valutazione e preparazione, e particolarmente si mantenesse sempre in contatto e in confronto con tutti gli altri gruppi che lo attuavano.
Lo scoutismo italiano ufficiale (quello appunto dell’ agesci), dopo che nei primissimi anni aveva guardato con interesse alla sperimentazione (pur chiedendo che fosse condotta con molta oculatezza e con un certo riserbo), passò ad una opposizione abbastanza dura (altro motivo per cui si sentì la necessità di rafforzare la nostra associazione specifica). Per quali motivi? Iniziando da quelli meno seri, bisogna rilevare che sovente nell’ambiente scout si manifesta un certo pregiudizio, che consiste nella convinzione che ognuno sia depositario della sana tradizione, per cui una cosa nuova, non conosciuta in prima persona, non può essere valida…Ma, passando ai motivi più seri, finora c’era la convinzione che l’associazione ufficiale non fosse strutturalmente in grado di affrontare questo nuovo capitolo, anche tenendo presente quello che era capitato nelle altre nazioni: che cioè, appena ufficializzata la cosa, il numero dei castorini era improvvisamente lievitato di 10-20 volte tanto (cosa però che comprova quanto sia vera e urgente la richiesta educativa in questa età da parte della famiglia e, come abbiamo detto, molto sovente direttamente degli stessi bambini).
Poco per volta si passò da una forma di ostruzionismo più o meno larvato, ad una collaborazione sempre più proficua. Nel 2001 si fece un atto formale (rinnovato poi nel 2006) con cui il Consiglio Generale dell’ agesci (il supremo organo legislativo e politico dello scoutismo italiano di matrice cattolica) riconosceva la validità educativa e anche specificamente scout del castorismo attuato dall’aic e si delineavano punti concreti di aiuto e collaborazione. Si prevede che allo stesso Consiglio che si svolgerà nella prossima primavera l’ agesci si pronunci definitivamente sull’intenzione di adottare in qualche modo ufficiale tale quarta branca. Speriamo...
In ogni caso l’esperienza rimane con tutta la sua positività e può essere studiata come una proposta educativa specifica per questa “delicata” età della “piccola adolescenza”.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Sulla “Piccola Adolescenza”
Bertinetti A., La Piccola Adolescenza – Dai 5 agli 8 anni: un’età difficile, Upsel Ed., Torino, 1995
Quaglia. R., Edipo a scuola, Upsel Ed., Torino, 1994
De Landsheere G., Storia della pedagogia sperimentale, Armando, Roma, 1983
Dare C., Mio figlio ha 6 anni, Armando, Roma, 1972
Gesell A, Il bambino dai 5 ai 10 anni, Bompiani, Milano, 1950
Osborn E.L., Mio figlio ha 5 anni, Armando, Roma, 1972
Osborn E.L., Mio figlio ha 7 anni, Armando, Roma, 1978
O’Shaughnessy E., Mio figlio ha 8 anni, Armando, Roma, 1978
Piaget J., La rappresentazione del mondo nel fanciullo, Boringhieri, Torino, 1976
Piaget J., Lo sviluppo mentale nel bambino e altri studi di psicologia, Einaudi, Torino, 1986
Winnicot D.W., Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974
Sullo scautismo
AA.VV., Sperimentare il metodo scout, Cappelli, Bologna 1987
Baden-Powell R., Scautismo per ragazzi, Ancora, Milano, 1971 (e succ.)
Baden-Powell R., Il manuale dei lupetti, Ancora, Milano, 1971 (e succ.)
Baden-Powell R., La strada verso il successo, Ancora, Milano, 1972 (e succ.)
Baden-Powell R., Suggerimenti per l’educatore scout – Il libro dei capi, Ancora, Milano, 1979 (e succ.)
Bertolini P., Educazione e scautismo, Malipiero, Bologna, 1956
Ripamonti E., Lo scoutismo – Una proposta educativa e di vita, Ancora, Milano, 1989
Sul Castorismo
Non esistono testi pubblicati editorialmente, ma solo manuali e sussidi prodotti dalle singole associazioni nazionali. Per l’Italia, chi fosse interessato può richiedere il materiale ad Elena Sassone (attuale responsabile nazionale dell’AIC): str. Alessandria 92 – San Germano, 15033 Casale Monferrato (Al), tel+fax+Q 0142509013, cell. 335220642, esassone@alice.it
Note al testo
* Sacerdote della diocesi di Torino, laureato in Matematica e Pedagogia, ha una vasta esperienza nel campo dell’insegnamento e della pastorale familiare ed è membro del Centro Italiano di Sessuologia. E’ impegnato nello scoutismo sia come educatore che come formatore dei capi. Tra le sue pubblicazioni: La Piccola Adolescenza. Dai 5 agli 8 anni:un’età difficile, Torino 1995.
L’AGESCI è l’associazione italiana degli scout cattolici. Esiste anche un’altra associazione ufficialmente riconosciuta dagli organi internazionali (il CNGEI), di ispirazione laica, o meglio multiconfessionale, e numerose altre di tipo privato. Alcune di esse hanno iniziato un esperimento di Castorismo (o ci hanno almeno pensato), talvolta anche in confronto con l’AIC, ma finora la cosa rimane a livello molto embrionale.