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In viaggio con una fata
La fiaba: una possibile terapia tra i bambini ospedalizzati
Federica Pennisi*
Da un esperienza di volontariato, diventata materia di tesi: la lettura come viatico verso un Altrove, un viaggio “fisico” e mentale potenzialmente in grado di donare un nuovo sguardo per interpretare anche la drammatica realtà dell’ospedalizzazione.
Nella mia tesi di laurea triennale ho inteso, dapprima, presentare la mia esperienza pluriennale presso il Reparto di pediatria dell’Ospedale S. Orsola come volontaria della Fa.Ne.P., all’interno di un progetto di lettura denominato “Mi racconti una storia? – Libri in ospedale” in collaborazione con la biblioteca e il centro di lettura “La Soffitta dei libri” del Quartiere S. Vitale.
La modalità di approccio con il bambino ospedalizzato era mediata da un particolare abbigliamento, quello di una fata, che non presentava ambiguità nella sua identificazione. Le lunghe antenne brillantate con farfalle ondeggianti dell’acconciatura suscitavano meraviglia e desiderio di verificare la realtà della fata nei bambini anche più riottosi.
L’aspetto psicologico, particolarmente curato da parte dell’equipe di riferimento dei Reparti di Neurologia e Chirurgia, era legato all’utilizzo del racconto come indiretta “invisibile terapia”.
Mi è parsa interessante la risposta del bambino ospedalizzato che si immedesimava nella storia e nei protagonisti in modo totale, sia mentale che fisico, aspetto che contribuisce a sottolineare la dimensione di estrema concretezza dell’attività di lettura, al di là di qualsiasi definizione che la identifica come “attività del tempo perso”. Da qui è scaturito l’interesse ad approfondire le capacità “magiche” della fiaba in riferimento alle teorie della comunicazione, della psicoanalisi e della pedagogia e filosofia fenomenologica.
Sentendosi “soggetto” di una comunicazione privilegiata il bambino trasformava il racconto in un percorso di piacevole ascolto, di estraniazione, identificazione, esplorazione inedita di parti di sé.
Sono partita dunque da questi assunti per sviluppare gli ambiti teorici relativi al campo antropologico e fenomenologico della narrazione in quanto possibile “farmaco salvavita”.
Altre categorie interpretative della fiaba possono essere ricondotte agli schemi spazio temporali, caratterizzati da un ribaltamento della percezione della realtà quotidiana, in quel contesto ospedaliero. Non rinunciando mai a riferirmi alla reciprocità di rapporto tra il bambino e il narratore stesso, in un’ottica di scambio e di vicendevole interazione e quindi di cambiamento della propria visione del mondo in termini di possibilità e di direzione di senso, come prodotto risultante di questo viaggio nell’Altrove.
Ho approfondito queste tematiche per il profondo interesse e per le enormi e spesso latenti risorse della fiaba, nel suo aspetto terapeutico e per questo potenzialmente salvifico.
Il lungo contatto con i bambini ospedalizzati mi ha portato a constatare e a rivalutare le inestimabili qualità della fiaba, consentendo una vera e propria trasformazione della visione del mondo.
Il raccontare come dono d’amore rivolto ai bambini e a me stessa in quanto narratrice per conquistare rinnovati itinerari di vita….verso quel “dove” in cui riscoprirci, svelarci ed emozionarci.
Fata Libretta e il bambino ospedalizzato.
“C’era una volta”, anche la mia esperienza di volontariato è iniziata come una fiaba; era il quarto anno di Liceo quando ho cominciato ad essere “fata”, precisamente Fata Libretta. Il contesto ospedaliero (il reparto di Neurologia e Chirurgia pediatrica dell’ospedale Gozzadini del Policlinico S.Orsola – Malpighi di Bologna) faceva da cornice al mio volontariato condizionando enormemente la caratterizzazione dell’attività di lettura, in quanto la criticità del contesto ospedaliero e le particolari condizioni di vulnerabilità (date le difficili condizioni fisiche) in cui sono posti i piccoli utenti rendono necessaria una particolare attenzione alle dinamiche relazionali che si instaurano attraverso il medium libro.
E’ importante considerare il nostro potere, in quanto operatori, nell’istaurarsi di questi percorsi e nel facilitare o meno processi identificativi e di scarico pulsionale, tenendo sempre presente i forti investimenti emotivi che caratterizzano l’attività di lettura.
Il gruppo di volontari è organizzato in base a turni di alcune ore giornaliere a cadenza settimanale ed è impegnato in differenti attività: i laboratori del colore, del legno, del vetro, della pasta di mais, delle perline, della lettura (di cui facevo e ancor oggi faccio parte). Quest’ultimo laboratorio si inserisce nell’ambito del progetto: “Ti racconto una storia? – Libri in ospedale”. L’attività di tale progetto era centrata sull’oggetto libro e sulle sue infinite potenzialità: sul piano cognitivo, immaginativo, fantastico e sul piano affettivo – relazionale.
Il libro è inteso come un oggetto mediatore di relazioni e veicolo inesauribile di storie adatto per le sue caratteristiche fisiche e per le sue potenzialità a essere offerto ai bambini ricoverati a far loro compagnia in un momento così particolare e delicato della propria vita. Tale progetto era realizzato in collaborazione con la biblioteca per bambini (0 – 10 anni) e Centro di lettura: “La Soffitta dei libri” e con la biblioteca per adulti e ragazzi “Scandellara” (le cui referenti per il Comune di Bologna, Quartiere San Vitale, sono la Dott.ssa Marina Manferrari e la Dott.ssa Cristina Rizzoli).
Il progetto di cui faccio parte come volontaria prevede nel dettaglio tre specifiche attività:
- “La bancarella dei libri” che prevedeva il prestito di libri ai piccoli degenti e ai loro genitori;
- “Il raccontastorie”, attività che prevedeva la lettura animata di favole, fiabe, filastrocche, poesie e iniziative di laboratorio manipolativo – creativo – espressivo con i piccoli pazienti;
- “Fata Libretta”: attività individualizzata nella quale era prevista nelle camere la lettura e la narrazione di storie ai bambini la cui condizione fisica non consentiva loro di alzarsi da letto.
E’ proprio quest’ultima attività che caratterizza il mio volontariato integrata spesso da quella del “Raccontastorie”. Infatti dopo aver “compiuto il travestimento” pongo in una magica “borsina” i libri dopo averli selezionati tenendo conto del “pubblico” pronto ad ascoltarmi (es. libri morbidi o cartonati per i più piccoli che sarebbero entrati a contatto con il libro attraverso la propria fisicità) recandomi nelle camere di quei bambini che non possono alzarsi dal letto. Mi presento come una strana fatina, chiamata proprio “Fata Libretta” e propongo individualmente la lettura animata di un libro da loro scelto tra la gamma di quelli presentati e inizio a leggere per intraprendere così insieme un viaggio nel mondo magico della lettura.
Il bambino attraverso la lettura si sente “soggetto” di una comunicazione privilegiata, prioritaria, in cui il racconto diviene piacere per la scoperta.
Quasi sempre, a meno che ragioni oggettive non me lo impediscono, richiedo la partecipazione diretta del bambino mediante la lettura delle battute del personaggio preferito della storia; ciò gli consente non solo una graduale estraniazione, ma spesso anche un’identificazione con i personaggi. Tutto ciò rappresenta per il piccolo lettore una possibilità di esplorazione inedita di parti di sé: il libro quindi come “prezioso viatico” (in tal ambito Bettelheim parla di “shock del riconoscimento” ). Questa nuova scoperta non coinvolge solo il bambino, ma anche me come narratrice, tanto da ritrovare nelle movenze dei vari personaggi alcune dimensioni della mia interiorità che nella loro autenticità tendo a celare nella vita quotidiana. Il bambino rende il testo vivo, è un “lector in fabula” scomodo e imprevedibile, in quanto produttore e consumatore di immaginazione e portatore di una nuova capacità di comprensione, oltre le apparenze.
A questo momento di lettura individuale integro a volte anche un’attività di lettura collettiva rivolta prevalentemente a quei bambini che pur essendo ricoverati hanno una condizione fisica che permette loro di alzarsi da letto. Quest’attività di lettura collettiva si avvale anche di una precisa disposizione ergonomica in cui i bambini stessi costituiscono una sorta di platea davanti o attorno a me e al libro che hanno scelto per la lettura.
La precisa collocazione spaziale è un elemento funzionale a creare un’atmosfera più confortevole per “entrare” nella storia e intraprendere insieme questo “viaggio”.
Mi capita spesso di osservare nei bambini durante la lettura (nei momenti in cui anch’io ritorno alla realtà, pur riuscendo sempre a “controllare” la situazione) uno sguardo totalmente estasiato e immedesimato, tale da farmi comprendere come il potere estraniante della lettura sia spesso connesso al suo forte potere seduttivo. Quest’ultimo aspetto è evidente nei processi di coinvolgimento mentale e fisico che coinvolgono il bambino, in un sistema di interconnessioni e corrispondenze tra percezioni e sensazioni in cui le sensazioni dei personaggi della storia diventano potenzialmente anche le sue e le mie, tanto da vedere gioire i piccoli pazienti per le conquiste del protagonista e di colpo vedere rabbuiarsi il loro volto per le piccole – grandi sconfitte dei personaggi.
E’ proprio per questo suo potere estraniante che la lettura diviene soprattutto in queste particolari circostanze un’attività davvero indispensabile, diviene un bisogno fisico e intellettuale che deve essere assolutamente soddisfatto per poter abbandonare almeno per qualche ora la traumatica esperienza del ricovero.
La lettura sembra proprio possedere un enorme potere, non occorre una diagnosi clinica per renderci immediatamente consapevoli di come il racconto possa essere considerato “farmaco” potenzialmente oserei dire “salva vita”.….per una rilettura del reale…consentendo al bambino l’acquisizione di quella positività fondamentale nella guarigione, strettamente connessa a un ridimensionamento della percezione del dolore fisico.
Lo stesso Joao Guimarares Rosa sottolinea quest’aspetto:
“Il mondo era grande. Ma tutto era ancora più grande quando si ascoltava una cosa raccontata” .
Svanisce così la definizione di lettura come attività del tempo perso perché non in grado di dare risultati tangibili e quantificabili. Basta osservare il volto di un bambino per comprendere immediatamente come la magia del racconto abbia una veste di estrema concretezza.
Il potere della lettura si realizza anche in termini di stravolgimento della percezione temporale…tutto è estremamente veloce, il tempo non si misura più e lo spazio si annulla.
La lettura è proprio tutto questo, trasposizione di ciò che siamo, di ciò che vorremmo , delle nostre paure, della realtà in cui siamo e/o in cui vorremmo essere, è espressione del proibito, dell’ignoto, aspetti presentati attraverso una sequenza di parole in grado di rappresentare un mondo di immagini, odori ed emozioni…..
La caratterizzazione di fondo della mia attività di volontariato consiste nel considerare l’oggetto libro nelle sue innumerevoli e nascoste potenzialità…..in grado di toccare in noi “corde profonde” e di risvegliare e smuovere sentimenti spesso sopiti; il libro come oggetto di “cura” e come modalità di entrare in contatto con l’altro in una dimensione profonda e inconscia.
Quest’esperienza mi rende consapevole di quanto la lettura sia in grado di dare non solo all’ascoltatore ma anche e forse soprattutto a me come narratrice.
Nella mia esperienza settimanale mi relaziono con un pubblico di piccoli utenti di età differenti e spesso sempre diverso ogni settimana poiché essendo in un contesto ospedaliero le degenze sono relative allo stretto periodo necessario di guarigione della patologia fisica.
Quest’ultimo aspetto rappresenta da un lato un motivo innovatore e di possibilità di nuove chiavi interpretative e dall’altro inibisce la conseguente possibilità di essere processo iniziatore dell’affinamento delle capacità interpretative del testo, estendendo questa possibilità a una rilettura più critica del reale , senza mai interpretare la lettura attraverso i canoni adulti dell’”adatto” e dell’”utile” .
La presenza durante “Il raccontastorie” di un pubblico eterogeneo, comporta difficoltà nel processo di scelta del testo (lo stesso per tutti) e nella conseguente narrazione che deve essere accessibile a tutti, seppur vi sia una ricezione e una diversa interpretazione a seconda dell’età, della specifica individualità e del bagaglio di esperienze relativo al contesto socio – familiare proprio di ogni “utente”.
Questa difficoltà non compare nell’attività di “Fata Libretta” poiché la scelta del libro rispecchia fedelmente le competenze e gli interessi del singolo bambino a cui è rivolta la lettura.
Un’ulteriore e non marginale difficoltà emergente è legata al controllo della situazione in termini di coinvolgimento emotivo. La criticità del contesto comporta un’inevitabile processo di immedesimazione empatica e se da un lato questo è necessario, dall’altro un eccessivo coinvolgimento può ridurre il centro dell’attenzione non sul bambino come risorsa umana e veicolo di relazioni, ma sulla patologia, portando così il bambino a considerarsi una sorta di unità inscindibile con la malattia, in termini identificativi, quasi nella convinzione di una condizione (quella della patologia clinica) non più estrapolabile dalla sua realtà umana.
Lo sguardo attonito e scrutatore dei bambini, velato di paura (forse perché credono sia l’ennesimo dottore travestito) e di curiosità suscita in alcuni momenti un inevitabile imbarazzo che si risolve nel momento in cui chiarisco la mia “reale” identità di fata, percependo in loro uno sguardo curioso e desideroso di capire quali “viaggi” andrò a proporre loro, estraendo uno dopo l’altro i libri dalla mia “borsina”.
Frequente è, soprattutto nei bambini più piccoli, uno spiccato interesse per il mio travestimento, alternando lo sguardo dalle pagine del libro al mio vestito e spesso nascondendo una mano sotto il lenzuolo tentano di avvicinarsi a me, quasi come se volessero accertarsi della mia identità, giungendo spesso a chiedermi direttamente di poter toccare le “mie ali” a forma di libro e le tante farfalle appese al mio cerchietto.
Una soddisfazione proviene inoltre quando da una fase di iniziale di rifiuto ne consegue un atteggiamento di interessamento e di partecipazione quasi a voler smentire l’idea dei genitori che sostengono che il proprio figlio/a: “non ama leggere o preferisce giocare” e non considerano che l’educazione alla lettura significa non solo essere in grado di operare una decifrazione del testo scritto, ma anche essere consapevoli della valenza del “clima” giusto per quest’attività, rivalutando anche l’importanza del silenzio.
La più grande scoperta di cui acquisisco sempre più consapevolezza è la funzione auto-terapeutica della lettura in cui l’atto del narrare diviene specchio in cui la fantasia inserisce ogni motivazione del disagio, attraverso la sua portata salvifica in termini estranianti.
Abbandonare i racconti di fiabe significa abbandonare la migliore via d’accesso a quel mondo fantastico di cui il bambino necessita, significa privarlo di un supporto utile, anzi indispensabile ad affrontare e a risolvere le sue angosce.
Il messaggio che attraverso l’animazione di storie, ogni volta cerco di diffondere è quello che considera la fiaba un vero e proprio atto d’amore, riferendomi alla definizione di Lewis Carroll che lo ha indicato un “dono d’amore” indirizzato agli altri e a noi stessi come narratori, in un’interazione scambievole di dare e avere per raggiungere un “dove” in cui riscoprirci; la lettura come un “volo” verso l’autenticità!
La lettura di un libro, nella sua molteplicità espressiva e come viatico verso una nuova realtà, nella sua potenzialità estraniante, permette al bambino (e io con lui) di intraprendere un viaggio in un Altrove dalle molteplici possibilità esistenziali in un coinvolgimento sensoriale totale: un vero e proprio viaggio iniziatico dal quale sia io che lui/lei ritorniamo ogni volta arricchiti e forse un pò cambiati.
Il mio essere fata rappresenta una vera e propria esperienza di vita, strettamente interconnessa con la mia quotidianità, esperienza che è stata ed è in grado di regalarmi tanto e sempre un pò di più!
Entrare in ospedale: l’approccio pedagogico.
In punta di piedi, sono sulla soglia, questa consapevolezza caratterizza la mia entrata nelle camere (data la particolare condizione di vulnerabilità della condizione dei bambini ospedalizzati) analogamente all’approccio adottato per la presentazione della fiaba con la stessa cautela e parsimonia, per dosare con gradualità la vicendevole entrata nel fiabesco, per riuscire ad assaporarne ogni momento.
Il momento della narrazione è lo spazio delle emozioni, della riflessione, dell’incontro tra reale e fantastico.
Raccontare è un bisogno primario: non c’è civiltà che non abbia espresso questo bisogno e trovato le forme per dirsi, raccontarsi, spiegarsi ciò che accade attraverso la narrazione. Raccontare è a mio parere funzionale a comprendere, un comprendere che è capire e sentire allo stesso tempo, a comprendere a comprenderci, a dare senso e significato al mondo che ci circonda e al nostro mondo interiore.
Raccontare è un’arte antica, risponde a bisogni profondi e possiede una dimensione sia comunicativa che relazionale. Rita Valentino Merletti giunge a constatare l’importanza del senso della presenza (leggere significa “esserci”) e dell’essere insieme, tanto che afferma:
“Ciò che si ricorda di più, a distanza di anni, non è la storia raccontata, ma il senso di vicinanza, di autenticità e di condivisione che ha caratterizzato il momento del racconto” .
Secondo la Merletti quindi il messaggio di relazione può diventare più importante del contenuto e un ulteriore caratterizzazione delle storie è che ci rimangono dentro per tutta la vita:
“Le storie, come le poesie, sono fatte in gran parte di immagini. E le immagini raggiungono parti profonde di noi in modo veloce e diretto. Dopo averci raggiunto rimangono dentro, (…) si annidano in qualche luogo della mente e si ripropongono, di quando in quando, anche se non ci occupiamo di loro” .
Da qui si può desumere l’importanza vitale delle storie e come risulti indispensabile dedicare tempo al tempo sospeso delle storie, al loro tempo senza tempo.
Differenti risultano gli approcci alla lettura: guardare le figure, sfogliare le pagine, scoprire la magia delle illustrazioni, immergersi nell’ascolto di una voce che legge…fino ad arrivare alla lettura vera e propria, alla lettura autonoma da parte dei bambini.
Mi accade spesso, in seguito all’istaurarsi di un rapporto di reciprocità, che i bambini diventino essi stessi miei narratori e io divengo attenta ascoltatrice, pronta a seguire i loro itinerari emozionanti nell’Altrove: ogni nuovo lettore, diviene un nuovo autore.
Mediante la narrazione si accompagnano i bambini attraverso passaggi importanti sul piano simbolico che li portano ad attribuire ai segni dei significati, a scoprire che quei “segnetti” neri sul foglio sono parole, che a ogni parola corrisponde un oggetto, un’azione, una persona, una situazione, uno stato d’animo e che una accanto all’altra diventano una sequenza di accadimenti e dunque storie vicine, familiari oppure lontane e sconosciute, ma non per questo meno nostre, perché rivelano parti sconosciute che abbiamo dentro di noi.
Emblematica e per me particolarmente rappresentativa ed emozionante è la descrizione di Elias Canetti in riferimento ai suoi ricordi che testimoniano il suo primo approccio alla lettura, sottolineando il ruolo esemplificativo dell’adulto per la motivazione dell’interesse nel bambino all’attività di lettura:
“Mio padre leggeva ogni giorno la “Neue Freie Presse” ed era sempre un momento solenne quando spiegava lentamente il giornale. Non appena cominciava a leggere, non aveva più un solo sguardo per me, sapevo che in nessun caso avrebbe risposto, anche la mamma non gli faceva domande, neppure in tedesco. Io tentavo di scoprire che cosa lo avvincesse tanto in quel giornale, da principio pensavo fosse l’odore e quando ero solo e nessuno mi vedeva, mi arrampicavo sulla sua poltrona e annusavo avidamente le pagine. Ma poi mi accorsi che per leggere lui muoveva lentamente la testa a destra e a sinistra lungo il foglio e provai ad imitarlo standogli dietro le spalle, senza avere davanti agli occhi la pagina che egli invece teneva tra le mani posata sulla tavola, mentre dietro di lui io giocavo sul pavimento. Una volta un visitatore che era appena entrato lo chiamò, lui si voltò di scatto e mi colse a mimare i movimenti di un’immaginaria lettura. Allora, prima ancora di occuparsi del visitatore, si rivolse a me e mi spiegò che la cosa importante erano le lettere, tutte quelle minuscole lettere stampate su cui puntava il dito. Presto le avrei imparate anche io, mi promise, e in quel modo risvegliò in me una sete inestinguibile di lettere dell’alfabeto” .
Il fascino della fiaba sta proprio nella parola diversa e nella sua non riconducibilità al nostro quotidiano, mentre la sua leggerezza, molteplicità, il suo essere sempre uguale e sempre diversa la rilancia come una sfida per la composizione di un equilibrio e per il ristabilimento di una positività che fa “fuggire” la chiusura di senso e il negativo del quotidiano (ci si riferisce in particolar modo all’esperienza traumatizzante dell’ospedale).
La fiaba rappresenta l’archetipo del racconto e costituisce un punto di riferimento dell’insegnamento narrativo: anche noi adulti abbiamo imparato dalle fiabe che il bene vince sul male purché si abbia il coraggio di guardare la diversità e amarla, vincendo le nostre ritrosie e paure.
La fiaba è un punto di partenza di una “pedagogia del racconto” perché nel tempo in cui la civiltà moderna ruota attorno all’idea di velocità, essa dovrebbe promuovere la lentezza in quanto angolo visuale da cui possiamo osservare l’orizzonte del quotidiano, quello geografico e di senso. In questo modo si pone a confronto il rapporto grandezza – velocità, in cui gli adulti si trovano, con quello della lentezza a reale misura di bambino, perché come affermano Bruner (teorizzatore del “principio narrativo” ) e Gardner l’adulto è tempo, ma il bambino no e con lui non si deve aver fretta né ansia, dilatando il tempo che permette la comprensione e recupera quel “non - valore del troppo pieno (veloce), troppo vuoto” .
L’extra – tempo e l’extra – spazio sono categorie necessarie per dare possibilità all’esperienza di compiersi e di trovare un proprio luogo nel territorio di senso dell’ascoltatore; infatti ogni fiaba dà una misura nuova del mondo e fornisce una nuova prospettiva, un nuovo paradigma, un nuovo colore, un nuovo timbro all’esperienza.
Viene così riconosciuto il carattere rivoluzionario della fiaba “non possiamo rinunciare all’ambizione di proiettarla nel futuro e quindi di ridarla al bambino affinché questi possa continuare a essere, come voleva Gianni Rodari slancio utopico” .
La narrazione è discorso e la prima regola del discorso è che abbia una ragione per essere sottratta al silenzio. L’aspetto interessante della storia è la strada a due sensi fra le parti e il tutto: gli eventi raccontati ricevono significati dalla storia stessa, ma questa nel suo complesso è costituita dalle sue parti. Si costituisce così il circolo ermeneutico che fa sì che le storie si prestino a interpretazione non a spiegazione.
Il contributo pedagogico della fiaba si concretizza nel portare il bambino a prendere atto del presente non per assorbirlo passivamente, ma per avere gli strumenti di giudizio critico per poter essere in grado di progettare una dimensione in cui ciascuno abbia un ruolo attivo nella trasformazione sociale e politica. La fiaba assolve pienamente a tale funzione esprimendo a un tempo la limitatezza e le sconfinate aspirazioni dell’uomo:
“…le fiabe servono alla matematica, come la matematica serve alle fiabe, servono alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: all’uomo intero e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché in apparenza non servono a niente: come la poesia e la musica, come il teatro e lo sport (se non diventano un affare)” .
Rodari ritiene che la fiaba sia un mezzo per aiutare il bambino a conoscere il mondo: una via comunicativa alternativa, ma molto efficace.
Relativamente alla proposta pedagogica occorre tener presente il contesto affettivo, psicologico o di campo in cui questa proposta viene fatta al bambino. Uno stesso contenuto può portare a effetti opposti in base al contesto e al clima nel quale viene recepito .
Una rinnovata consapevolezza è forse questo il dono più bello di quest’esperienza di volontariato, riscoprendo la fiaba in quanto categoria con cui interpretare il nostro ethos ingiungendoci un agire intenzionale, problematizzante, rivalutando il senso della contemporanea pluralità e relatività delle vedute, una pluralità gnoseologica in grado di rappresentarne fedelmente una ontologica:
“la lettura è, come l’amore, un modo di essere” .
Leggere il reale attraverso lo sguardo del narratore ci porta a non cogliere mai un punto di arrivo, rivalutando “socraticamente” il sapere di non sapere:
“In ogni modo, mi parve di essere più sapiente di quell’uomo, almeno in una piccola cosa, ossia per il fatto che ciò che non so, neppure ritengo di saperlo.”
Tale approccio ci induce a considerarci sempre eticamente impegnati e responsabilizzati nella costruzione in fieri del nostro percorso di esistenza.
E’ proprio durante il mio essere “Fata Libretta” che sono giunta a constatare tangibilmente il cambiamento e ciò mi ha indotto anche grazie al percorso di ricerca compiuto, a rivalutare senza alcun fanatismo una concreta valenza terapeutica della narrazione.
E’ proprio quest’ultimo aspetto quello per me più emblematico e meraviglioso, in grado di rispecchiare ciò che è la letteratura per l’infanzia.
Anche nella fase di elaborazione del mio lavoro di tesi mi sono più volte accorta di come sia sempre giunta per me prima l’esperienza, inducendomi numerosi collegamenti ai diversi ambiti disciplinari affrontati, che mi sono risultati spesso una conferma dei vissuti (a volte anche per me incredibili) esperiti attraverso il leggere e il raccontare, ingiungendomi il desiderio di approfondire un ambito così ricco di “meraviglioso” quale è la narrazione.
La terapia della fiaba si traduce nel suo essere contemporaneamente un percorso di conoscenza, uno specchio della nostra identità, con le nostre molteplici maschere, un melting - pot di sentimenti in costante metamorfosi e una fonte inesauribile di messaggi da rifiutare, condividere, potenziali interpreti del quotidiano.
A mio parere il più grande contributo terapeutico della fiaba si esplica nella sua portata educativa all’esistere e come tale anche al dolore.
Coltivare uno sguardo fiabesco significa aprirci alla possibilità del cambiamento, senza mai rinnegare la “datità” del reale nella sua potenziale drammaticità, così come proprio si presenta spesso il contesto dell’ospedalizzazione.
La magia della fiaba si traduce proprio nella sua salvifica portata pedagogica, per arrivare là, proprio là, dove solo credendoci veramente possiamo arrivare.
Note al testo
* Studentessa del Corso di Laurea Specialistica in Pedagogia, Facoltà di Scienze della Formazione, Università degli Studi di Bologna, ed Educatrice nido del Comune di Bologna.
Il desiderio di cambiamento e un’ottica critica e problematizzante sono proprio quelle peculiarità che a pare della Prof.ssa Giorgia Grilli (in Lurie A., Bambini per sempre, Milano, A.. Mondadori, 2005, pp. 7-10) caratterizzano i grandi autori di libri per bambini, così come l’infanzia stessa. L’aspetto sovversivo dell’infanzia, così come parte dei testi a loro indirizzati è stato ripreso dallo stesso Lurie A., in Non ditelo ai grandi. Libri per bambini tutto ciò che gli adulti (non) devono sapere, Milano, A. Mondadori,1993.
Aspetti rivalutati in Pontremoli, G., op.cit., in cui l’autore si contrappone al dettato pedagogico classico che considera il leggere libri e il raccontare storie inventate in quanto azioni spregevoli e non attività che racchiudono in sé la capacità di inventare altri mondi, ampliare la fantasia, estendere la conoscenza, eccitare la curiosità, conservare, tramandare e rinnovare la memoria.
Aspetto quello della curiosità più volte citato dalla stessa Giorgia Grilli in Le maschere del mondo e i buchi delle serrature (cap. V) di Beseghi E., op. cit. intendendolo come atteggiamento incline alla novità e alla possibilità, in opposizione alla securitas.
Cfr. Lis, A.- Stella, S.– Zavattini, G. C., Manuale di psicologia dinamica, Bologna, Il Mulino, 1999, pp.16-65, 80-91
Cfr. Bruner, J., La cultura dell’educazione, Milano, Feltrinelli, 2001, cit. in Trequadrini, F., op.cit.
Cfr. Rodari, G., La grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie, Torino, Einaudi, 1973, p.171.