Numero 3, maggio-giugno 2010


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Se educare vuol dire alimentare…

Roberto Farné

 

E’ suggestivo pensare che il significato del verbo “educare” venga dal latino edūcere (ex-dūcere) che significa “far uscire”, “trarre fuori”, riprendendo il senso del metodo socratico-platonico della maieutica, per  cui il maestro è colui che aiuta l’allievo a trovare in se stesso la verità e a farla uscire, portandola così allo stato di conoscenza. In greco maieutiké è l’arte ostetrica e dunque si tratterebbe di una sorta di “ostetricia pedagogica”. Ma il semplice buon senso ci porta a pensare che per trarre fuori qualcosa bisogna che qualcosa ci sia già, che in qualche modo o grazie a qualcuno nel soggetto qualcosa sia entrato, anche se non sappiamo esattamente cosa...
Più direttamente, il nostro verbo “educare” è l’esatta trasposizione del latino ĕducāre, che significa “allevare, nutrire, far crescere” quindi anche “educare, formare, istruire” ma con un significato (un processo) diverso da quello maieutico. Qui l’educazione è strettamente legata, in prima istanza, al “prendersi cura” del bambino, cioè a tutte quelle pratiche e a quelle relazioni che consentono al bambino di crescere e formare il complesso della sua persona, nel proprio ambiente, giorno dopo giorno. I due significati a cui rinvia il concetto di educazione (edūcere e ĕducāre) non si escludono ma si rinviano reciprocamente, l’educazione è fatta di entrambi questi procedimenti. Ciò che noi possiamo trarre fuori da un soggetto attraverso la nostra relazione educativa, dipende fortemente da ciò che egli ha acquisito o che noi gli abbiamo dato (messo dentro) sulla base degli “alimenti” con cui si è nutrito/educato il bambino fin dai suoi primi giorni di vita e, ovviamente, non si tratta solo di prodotti alimentari in senso stretto. In altri termini, ciò che possiamo “far uscire” maieuticamente o che il soggetto può utilizzare da sé come proprie risorse, non sarebbe che l’esito di un metabolismo psicologico e pedagogico paragonabile a ciò che avviene con l’assunzione di alimenti: mangiamo pasta, carne, frutta, legumi, derivati del latte ecc., assumiamo acqua e altri liquidi, trasformiamo le materie prime dei nostri alimenti in un’ incredibile varietà di forme, crude e cotte, per renderle più gustose e meglio digeribili. Immettiamo tutto nel nostro corpo giorno per giorno, e il nostro corpo non si limita a svolgere una funzione di assorbimento, ma compie complessi procedimenti di assimilazione che scompongono e poi trasformano quelle materie, facendole diventare elementi costitutivi del nostro corpo e della nostra vita.
Ripartire da cosa e da come si mangia non è ascrivibile in senso stretto all’educazione alimentare didatticamente intesa: informazione e prevenzione, rischi connessi a squilibri alimentari, diete corrette, dibattiti sul “biologico”, sugli ogm ecc. Tutti aspetti importanti, il cui crescente interesse denota anche il disorientamento e le contraddizioni di una società come la nostra, dove il consumismo e il disordine alimentare con i suoi eccessi e sprechi porta disagio… Ripartire da cosa e da come si mangia significa riportare l’educazione al suo significato originario. Se educare significa alimentare, allora possiamo davvero comprendere la straordinaria valenza “formativa” che ha il cibo, perché nel formare biologicamente la crescita di un bambino, dà forma a modelli culturali della società in cui vive e che anche col cibo si trasmettono (si assimilano). E ancora: il cibo educa sul piano estetico, nel senso che sollecita, alimenta le sensibilità (aìsthēsis) del bambino ed è un medium straordinario di relazione e comunicazione con l’adulto: parole, gesti, espressioni che accompagnano le pratiche e le ritualità connesse al cibo.
Aver dedicato il Focus di questo numero di “Infanzia” all’esperienza del cibo negli asili nido di Modena, non è solo il segno di come l’alimentazione dei bambini nei servizi per la prima infanzia diventi il tema di un investimento nelle politiche culturali ed educative di un ente locale, che va ben oltre l’erogazione di un servizio. E’ anche una buona occasione per smentire (o almeno ridimensionare fortemente) la celebre affermazione di Ludwig Feuerbach “L’uomo è ciò che mangia”, nel suo significato di radicale riduzione materialista della condizione umana. La condizione e l’identità di un bambino non sono riducibili a ciò che mangia, poiché egli non si limita unicamente ad ingerire prodotti alimentari, materiali commestibili. Il bambino si nutre anche dell’esperienza connessa alla relazione col cibo: la forma e il contenuto degli alimenti, il lavoro e la cultura che essi contengono. Nel bambino che mangia si coglie l’intenzionalità di una relazione educativa mediata dal cibo, che ci porta, metaforicamente, ad una riflessione che alza lo sguardo dal tavolo e dal piatto in cu si mangia: quante cose “mettiamo dentro” la vita (l’educazione) dei bambini, con quali esperienze e oggetti alimentiamo la loro educazione? Ne va del loro “metabolismo formativo”. Forse non è un caso se in troppi Paesi l’infanzia che soffre la fame soffre anche l’ignoranza.