Numero 3, maggio-giugno 2010


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Il Sapore del Sapere

Al nido d’infanzia inizia ogni giorno intorno al cibo una trama di relazioni ed esperienze nella quale gli adulti e i bambini trovano spazi e occasioni per stare insieme, per sviluppare e definire la propria identità, per costruire una e mille storie familiari, individuali e professionali.

Fiorella Fiocchetti*


La giornata è scandita da un tempo e da un luogo dove si valorizzano i gesti quotidiani e i grandi pensieri, si osservano le piccole mani dei bambini e il loro riflesso nella mente, si scoprono nuove abilità e si raggiungono importanti competenze. I primi suoni e le voci dei più piccoli divengono giochi di parole e articolate narrazioni, i passi traballanti si trasformano presto in corse e intrepide capriole. Negli angoli del nido, dietro alle tende sfumate dal ricordo del gioco del cucù, nascono le amicizie e i bisticci, le collaborazioni e le profonde solidarietà. Fra le pieghe dei libri e le domande dei bambini si raccontano storie infinite.
Al nido lo sguardo s’incanta. In certe mattine si raccoglie il rumore dell’acqua e la fragilità dell’autunno, si può ascoltare la musica di Mahler e far scorrere le dita nei colori di Matisse. Si cerca l’anima del mondo, la forma delle cose e il volo delle farfalle. Si esplora il micro per capire in macro. Si incontra l’altro per definire meglio sé stessi.
Qui, al nido, come sullo sfondo di uno straordinario alambicco, c’è sempre un tempo per l’opus. Si cerca e si dialoga, si indaga e si osserva, si sparge e si raggruppa; si compiono infiniti viaggi nell’essenza delle cose e veloci scorribande tra gli affetti. La mano e la mente esplorano per conoscere, guidati dal piacere e dall’emozione. Al nido si gioca con i sensi tutti, come in una trottola “ batesoniana”, dove l’educazione rimanda sempre anche a una relazione educativa.
Ogni giorno, da trent’anni, le cuoche del nido accendono presto i loro fornelli. I profumi dei cibi, sapientemente lavorati, riempiono i luoghi del gioco, invadono i sensi, rendono all’esperienza quotidiana dei bambini e degli adulti un significato unico; offrono l’occasione di un’esperienza, al tempo stesso concreta e impalpabile, che getta le basi per un futuro non troppo remoto.
Da allora, quando aprì a Modena il primo nido d’infanzia nel 1969, a oggi nelle cucine, nei gesti e nel tempo delle cuoche qualcosa è rimasto inalterato: quella cultura profonda del cibo e del significato che esso assume nel presente e nel futuro del bambino.
E’ quella dimensione culturale e pedagogica insieme, quell’impegno mai “solo” sugli alimenti, sulle grammature, sui tempi di cottura o relativo alle procedure igienico sanitarie. Al nido le cuoche e gli educatori fanno del cibo un “gesto di cura” dell’infanzia. Il tempo scorre lento, ma per i bambini le piccole autonomie si conquistano velocemente: dall’impugnare correttamente le posate a scambiarsi le briciole di pane per fare amicizia, da gradire non solo le creme frullate o i tiepidi biberon, a organizzare da soli un gioco simbolico sul cameriere e condividere sulla tavola dell’immaginario fusilli ben conditi e verdure a pezzettoni. Gli alimenti possono anche diventare “oggetti” di esplorazione e conoscenza del mondo fisico e culturale, entrare a pieno titolo nelle attività quotidiane e nei progetti educativi.
Fin dai primi mesi di vita il cibo, fra le mani dei bambini, diviene un oggetto meraviglioso e misterioso, si trasforma in un ponte per il mondo del simbolo, in un andirivieni fra i concetti scientifici e la costruzione di nuove intelligenze.
Affondare le mani nella farina, sbriciolare i biscotti fra le dita, far galleggiare una foglia nell’acqua, soffiare l’aria nei liquidi, far rotolare i piselli, assaggiare e mescolare i sapori e le forme non sono solo alcuni dei più frequenti gesti dei bambini piccoli, ma sono soprattutto momenti di gioco e apprendimento. Sono frammenti di delicati processi cognitivi, di esplorazione, sperimentazione, sono piccole tappe di una continua esplorazione della realtà che ci circonda e del mondo fisico. Sono piccoli gesti che aprono la porta a una idea di scienza e conoscenza che è comunque sempre sulla punta delle dita e quindi all’interno di una visione non astratta delle cose e delle rappresentazioni .
Sono importanti occasioni di sviluppo della mente, elementi per un “gioco simbolico” prima e un “gioco di finzione” poi, tracce di un’immaginazione che si sviluppa ogni giorno, in modo quasi invisibile. Spesso attività solitarie dei bambini, che possono trasformarsi in occasioni evolutive grazie all’intervento dell’adulto, che prepara, predispone, offre e sostiene il gioco di scoperta e conoscenza del bambino. Si allude a un adulto competente, sia esso educatore o genitore, nonno o semplice amico dell’infanzia. Un adulto che, come già indicava Vygotskij , sostiene le sue scoperte e il suo percorso di sviluppo dell’identità; gli sta accanto nel gioco e nella relazione con gli altri, gli trasmette cultura e interesse. Egli supporta il bambino nelle conquiste di autonomia e nell’apprendimento del sapere, nella ricerca sulle piccole cose, nel dominio dei codici simbolici, comunicativi ed espressivi. Lo ascolta e lo aiuta a costruire i suoi “mondi possibili”, con cortesia e gentilezza come precisava Bruner in alcuni suoi interventi sul tema della cultura dell’educazione .

 

Le alchimie dei sensi e della mente

Il cibo fra le mani delle cuoche è sempre stato anche un solido ponte di relazione con le famiglie, entrando, così, ogni giorno, in quel territorio che è soprattutto pedagogico, per stringere, come dice Maria Grazia Contini , una vera “alleanza educativa” con la famiglia.
Senza ormai ombra di dubbio sappiamo che dietro alla preparazione del cibo ci sono sempre molte storie, culture e scelte politiche sulle quali riflettere. C’è una relazione con l’altro e il non conosciuto, un rimando all’integrazione e al rispetto della diversità. C’è il corpo e l’ascolto di noi stessi, la creatività di popoli e culture. C’è il nostro rapporto con l’infanzia e il mondo dei suoi Diritti. C’è il riflesso della coscienza antropologica e di quella ecologica, quella civica e terrestre. C’è il concetto di Terra-Patria , dove il cibo è sempre un viaggio nella storia dell’uomo e nelle percezioni: il gusto e la vista, il tatto e l’odorato, finanche l’udito.
Il sapore, ci ricorda Carlo Petrini , ci viene regalato dalle nostre nonne e nasce nella mente più che nelle papille gustative. Come gli altri sensi, il gusto è un dono, che facciamo ogni giorno ai bambini e a noi stessi: cibo da guardare, da amare, da toccare, rifiutare, assaggiare, immaginare, scegliere, ricordare e anche “giocare”. Quel gioco inteso non solo come diletto, ma come percezione, sapere e conoscenza.
Una linea che viene da lontano: in greco il verbo “vedere”, nella coniugazione del tempo passato (εἰδέναι, eidénai) significa “sapere”. Per i greci dire “io ho visto” è come dire “io so”, e anche il concetto di idea (εἶδος, éidos) si riconnette alla stessa radice (ἰδ, id). Avere visto equivale a sapere. Pitagora di Samo, riteneva che il vedere negli esseri umani avvenisse attraverso particolari azioni quasi fisiche: era l’occhio stesso che emanava raggi verso l’oggetto da conoscere, fasci di luce sottili come tentacoli, che tastavano la forma del conoscibile.
Anche Plinio, nella sua Naturalis Historia affermava che il vero organo della vista non è l’occhio, bensì la mente. Nei secoli successivi, durante tutto il Medioevo e in buona parte del Rinascimento, la visione del cibo cambiò completamente, acquisendo valori sacri e simbolici. L’attenzione all’aspetto cromatico delle vivande era vivissima e quasi ossessiva: il giallo dello zafferano, ad esempio rimandava all’oro, alla luce, alludeva al concetto di eternità .
L’antica linea che collega la mente ai sensi del corpo riappare anche ai giorni nostri. Anche le più recenti ricerche neuroscientifiche confermano l’importanza delle percezioni nello sviluppo complesso della mente: il cervello del bambino, sin dalla nascita, e ancor prima, ha la straordinaria capacità e possibilità di operare infinite distinzioni e discriminazioni, attraverso i sensi. Seleziona e differenzia enormi insiemi di alternative e tutto in qualche frazione di secondo . Gestisce e rielabora infinite informazioni sensoriali, uditive e tattili che, pur modeste e brevissime, possono offrire dati importantissimi e insostituibili.
In questo campo, Pierantoni, studioso delle percezioni sensoriali, ha scelto una banalissima patata bollita, per guidarci nella straordinaria complessità della mente e del corpo: quando la pungiamo con la forchetta per sapere se è cotta al punto giusto, compiamo un’operazione elementare che possiamo fare a occhi chiusi. Non tocchiamo neppure la patata, le uniche informazioni sono le semplici pressioni tattili esercitate sui polpastrelli: si tratta di segnali inviati al cervello da un centinaio o poco più di recettori. L’unico evento registrabile è una piccola pressione applicata a una superficie . Eppure dietro questo gesto minimo scorre un fiume d’informazioni, collegamenti mentali e operazioni matematiche, organizzazioni future, emozioni, sentimenti e azioni successive.
Ogni giorno, anche il più semplice gesto del bambino nasconde, dunque, sempre un tesoro d’informazioni. Il cibo, dunque, si presta a riflettere su molti aspetti, apparentemente distanti fra loro. Non ultimo fra essi, emerge la dimensione psicologica, quella che mette in luce il senso più profondo del rapporto alimentare.
Dalla nascita agli esordi dell’adolescenza, le esperienze mentali ed emotive del bambino sono strettamente legate alle prime esperienze nutritive. La fame, da questa prospettiva, assume allora diversi significati: fame di imparare, di affetto, di comprensione, di vita . Il rapporto alimentare non è quindi più solo un bisogno primario di sopravvivenza, di conoscenza della realtà o di cultura, ma anche un mezzo con il quale in bambino scopre il proprio bisogno di essere compreso, amato, protetto e riceve quindi un’esperienza nutritiva anche a livello emotivo.
Lo svezzamento diviene, in quest’ottica, un importante compito emozionale, un “prototipo” della separazione materna. Sulla tavola apparecchiata e nelle procedure di preparazione degli alimenti si celano, altresì, infinite relazioni familiari, genitoriali e rimandi sociali, come emerge dall’ampia letteratura psicoanalitica e dalle opere di Winnicott e della Klein. L’alimentazione, dunque, porta in primo piano anche le dinamiche e le relazioni più profonde degli individui. Sappiamo bene che, già appena nato, il bambino scandisce il suo tempo interiore e biologico con ritmi di attività e pausa nella suzione, in sintonia con la madre o chi lo accudisce, attraverso comportamenti attivi e relazioni di attaccamento .
Già nella vita prenatale la bocca è un organo elettivo di straordinaria complessità, per svilupparsi poi in raffinato strumento percettivo, sempre accompagnato dal tatto, dal gusto e per contiguità dall’olfatto. Nel grembo materno, dai primissimi mesi di vita fetale, si registrano le prime percezioni sensoriali legate all’odorato e alle attività l’area del rinoencefalo, che agiscono e influenzano lo sviluppo psicologico e quello fisiologico. L’odore evoca ricordi lontanissimi e dona ai cibi quasi il 90% del loro sapore. Il sentire è conoscere, il gustare è ricordare, come nel gioco di memoria che Proust avvia sui tondi biscotti “madeleine”.
Approfondire le tematiche relative al cibo non ci guida solo verso la dimensione dell’educazione alimentare, dell’obesità e anoressia, della salute del corpo e dello sviluppo della mente, ma ci impone di mettere al centro l’uomo, il bambino, l’essere vivente, la dimensione delle biodiversità, la compatibilità ambientale o lo sviluppo sostenibile. Ci porta a dichiarare la nostra posizione in merito ai prodotti precotti e take away, a riflettere sugli effetti collaterali dei cibi “funzionali” o di quelli denominati junk food, a diffidare di quelli medicamentosi e risolutivi per la salute, ma sempre carenti di grassi o zucchero e troppo ricchi di “energia”.

 

Che cos’è il buon cibo?

Che cos’è il buon cibo? Ci domandiamo.
E’ quello che mangiamo volentieri e digeriamo facilmente, preparato con cura, utilizzando ingredienti freschi e di buona qualità?
Certamente, ma la gioia, il piacere, la bellezza sono necessari quanto le vitamine e i sali minerali . Cibarsi non è solo un’azione del nutrire, ma è offrire un tempo per stare insieme. Non solo un tempo ma anche un modo: un modo del “noi”, della comunione, “una quotidiana danza interattiva” direbbe Sergio Manghi . E’ un ritmo lento per l’ascolto e per il dialogo del corpo. Insegniamo ai bambini la differenza fra cibi ben cotti e quelli già cucinati, chissà quando e chissà dove. Assaggiamo con loro le verdure fresche e poi quelle surgelate. Guidiamo la loro osservazione alla consistenza, al colore, al profumo del cibo. Giochiamo con loro facendo tesoro delle occasioni che l’alimentazione e la quotidianità ci possono offrire.
E’ sempre più urgente insegnare ai bambini ad amare e conoscere la natura, a comprendere e apprezzare la differenza e l’unicità. E il tempo? Cogliamone i valori della lentezza, dello sguardo e della parola. Mai come in questo periodo si diffondono libri e articoli dedicati all’alimentazione, ricettari e menù per tutte le stagioni. Ma è abbastanza raro trovare autori che si soffermino sulle dimensioni culturali, educative e relazionale del cibo. Spesso viene tralasciata o ritenuta non centrale, proprio la complessità dell’esperienza del nutrire e del nutrirsi. Crediamo non possano bastare i dati relativi ai larn , alle tabelle caloriche e dietologiche, agli aspetti neurobiologici che rimandano ai recettori, alle struttura o alle poco note funzioni del cervello limbico.
Occorre anche entrare nella fenomenologia del gusto, camminare fra i labirinti della filosofia dei sensi, entrare nell’area di una memoria collettiva, di un’aura educativa e culturale, senza dimenticare i rituali dello stare insieme, i modi e ritmi della reciprocità. Un tempo le nonne e le madri pensavano al cibo come “cura” del corpo e del futuro dei bambini. La tradizione di allevamento e della nutrizione passava di generazione in generazione, fra mille ricette e preziosi suggerimenti, sui fili di un’infinita tela di Penelope. Oggi, però, quel filo si logora o si strappa sempre più. Allora, come dice Savio, c’è il rischio che gli adulti si occupino del bambino solo quando non ce la può fare da solo e può accadere che il più piccolo gesto educativo si trasformi in una “cura senza cura”, dell’anima e del corpo.
E il messaggio adulto acquista i toni della disapprovazione: ancora ti devi far imboccare... così non diventi grande!
In questo modo si corre il rischio che il corpo del bambino sia trattato in modo frettoloso: anche se quel corpo è il bambino stesso .
Occorre trovare equilibri fra le mura domestiche e i ritmi intensi della vita sociale e del lavoro. E’ necessario trovare un tempo per la famiglia, uno spazio per l’uomo. Fuori dallo spazio della casa, troppo spesso nelle scuole e nelle comunità, il momento del pasto è dominato dalla plastica e dai contenitori usa e getta, dal cibo precotto spesso ore prima, pervaso da quei colori e da quel gusto controllato che lo rendono indifferenziato, consumato in modo frettoloso e caotico.
Il profumo, la bontà, la stagionalità sono spesso rimando o ricordo.
Così i luoghi del pasto, le mense divengono spazi senza identità, “non luoghi” dove il suono e le voci rimbombano senza sosta e l’acustica generale raggiunge limiti intollerabili per l’essere umano. Un paesaggio sonoro insostenibile che genera i sintomi di quella sindrome che viene definita “annoyance”, un malessere profondo, quanto sottovalutato, che crea danni incalcolabili all’equilibrio psicologico dei bambini e degli stessi adulti.
Vanno spesso in queste direzioni, e raccolgono questi risultati, quelle scelte genericamente più “economiche”, ben lontane dai percorsi di riflessione sulla qualità dell’alimentazione, dell’ecologia umana e dall’architettura del contesto che intorno al pasto si struttura.
A Modena, trent’anni fa le cuoche andavano a fare la spesa con la borsa di paglia, al mercato o dal droghiere. Si mangiava quello che la stagione offriva: nulla di surgelato, freschezza catturata dall’alba al tramonto. Varietà, colore, sapore. Piacere della preparazione. Sorpresa nell’assaggio.
Oggi, come allora, il cibo non viene mai solo “somministrato”, ma più semplicemente preparato e offerto. L’applicazione rigida delle regole sanitarie può anche portare, in alcuni territori e particolari realtà a “disinfettare” in modo indifferenziato la cucina e tutto ciò che ha a che fare con il pasto dei bambini, a consigliare l’uso di guanti di plastica e dei grembiuli bianchi in ogni situazione didattica, si può giungere anche a far indossare il cappellino bianco quando si porge il cibo ai lattanti di pochi mesi. Occorre sfuggire e contrastare queste realtà, con forza politica e decisione pedagogica, nella certezza che, pur nel completo e rigoroso rispetto della normativa del settore alimentare, ci sono diversi modi di pensare al cibo e organizzare le comunità, senza timori salutistici.
Il cibo va assaggiato con piacere e toccato con buonsenso. In tutti questi anni, le cuoche del nido hanno scolato tonnellate di pasta, ma hanno anche insegnato a migliaia di famiglie come si fa a preparare le famose crocchette di pesce, come si può svezzare il più restio e inappetente fra i bambini, come si arriva a far gradire la verdura e il minestrone, come un pasto serale può diventare un piacevole momento d’incontro fra i commensali.
Hanno suggerito come mettere d’accordo adulti e bambini, controllato la naturale preoccupazione dei genitori, invitando piccoli e grandi a sedersi alla tavola educativa dell’ascolto e del piacere. Le cuoche hanno contribuito a far vivere il pasto come un modo per volersi bene, come un luogo per conoscersi e per stare insieme, come spazio di valore sociale e di positiva attesa del futuro.
Le cuoche dei nidi d’infanzia, mescolano e sorridono, la sanno lunga sui bambini e i loro gusti. Sostenute dal prezioso aiuto dei collaboratori, hanno da sempre organizzato infiniti incontri e corsi di cucina, messo il grembiule alle mamme e infarinato le mani dei papà. Accanto a loro gli educatori, parte di quella “comunità educante” che è propria del nido d’infanzia, hanno da sempre colto nel cibo straordinarie occasioni di conoscenza, di conquista di abilità e capito che gli alimenti si trasformano senza sforzi in un continuo, fantastico e interminabile viaggio educativo.
Al nido, in tanti anni di gioco e sapienza, si è costruita una straordinaria cultura dell’infanzia, piena di trucchi e segreti dello stare con i bambini, che passa anche attraverso l’alimentazione, la relazione e la quotidianità.
Da questa cultura, esperienza di lavoro e formazione professionale è nato un breve ricettario dedicato alle famiglie Un libretto che raccoglie qualche briciola metaforica di una calda e profumata pagnotta che vorremmo spezzare insieme ai genitori, sulla gioiosa tavola dei nostri bambini.

L'autrice, Pedagogista, Coordinamento Pedagogico Comune di Modena

 


Neri S., Guardare da vicino e da lontano, Fabbri Editori, Milano, 2001, pag. 114

Vygotskij L. S., Pensiero e linguaggio, Giunti Barbera, 1980 e Bondioli A., Gioco e Educazione, Franco Angeli, Milano, 1996

Bruner J, Intervento al Convegno “ La cultura dell’educazione”, Modena 1999

Pedagogista, Università di Bologna

Morin E, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano, 2001, pagg. 77/78

Fondatore dell’associazione internazionale “Slow Food”

Montanari M, “Cibo e storia”, in Cultura che nutre, a cura di Rosa Bianco Finocchiaro, Edizione Regione Emilia Romagna, Bologna 2000, pagg.106/107

Edelman G. M., Più grande del cielo, Einaudi, Torino, 2004, pag. 118

Pierantoni R, La trottola di Prometeo, Laterza, Bari, 1996, cap.1

A.A.V.V., Un bisogno vitale, Astrolabio, 2002, pagg.11-21

Bowlby J., Attaccamento e perdita, Boringhieri, Torino, 1976, pag. 219 e Mantovani S., Attaccamento e Inserimento, Franco Angeli, Milano, 2000, pag. 58

Jesper J., Ragazzi a tavola, Feltrinelli, Milano 2005, pag. 30

Manghi S., La conoscenza ecologica attualità di Gregory Bateson, Raffaello Cortina, Milano 2004, cap 2.

Livelli di assunzione giornalieri raccomandati di nutrienti per la popolazione italiana, Società Italiana di Nutrizione Umana

Savio D., Cure educative e Apprendimento, Regione Emilia Romagna, Scambi pedagogici,  Modena 2007.

Fiocchetti F. (a cura di) Trucchi e segreti della cucina dei bambini. Il nido racconta Ed. Colombini, Modena, 2008