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La buona qualità della vita pensata dai bambini.
Valentina Mazzoni*
Questo articolo presenta un lavoro di ricerca che ho recentemente pubblicato nel volume «Una qualità della vita è…». Fare Ricerca pensando insieme ai bambini, FrancoAngeli, Milano, 2009. L’idea è quella di presentare qui alcune idee chiave che hanno guidato il mio lavoro di ricerca, proprie della prospettiva educativa che mi ha guidato e che ne fa un esempio di quella che si può definire “ricerca per i bambini.
Qualità della vita e infanzia
La nostra organizzazione sociale moderna tiene conto in larga misura della figura del bambino, «riconoscendone, come non mai prima, caratteristiche precipue e conseguenti diritti». In nome “del bambino” molti saperi sono stati costruiti, è stata predisposta una legislazione giuridica particolare, particolari scelte politiche sono state motivate e si sono sviluppati servizi a lui dedicati; inoltre l’industria e il mercato hanno creato linee di prodotti espressamente definiti «per i bambini» (Bertolini, 1984: p. 26).
Tutto questo potrebbe essere considerato espressione e testimonianza di una crescente qualità della vita infantile sennonché, per affermare questo, occorre «identificare il concetto di qualità della vita con quello di benessere materiale, ovvero con la prospettiva del soddisfacimento dei bisogni legati alla sicurezza fisica e a quella economica» (ivi, p. 14). Mentre prendere come riferimento il concetto di qualità della vita significa, considerare non solamente gli elementi oggettivo-materiali, in cui un bambino o una bambina vive, ma anche come tali elementi sono percepiti da lui o lei e realizzano il loro soddisfacimento. Lo spostamento che occorre fare è dal livello materiale a quello soggettivo, ossia far riferimento al vissuto personale e sociale, al valore delle cose.
Cercare di comprende qual è il significato che i bambini danno agli elementi che compongono la loro buona qualità e quale valore rivestono tali elementi per loro è diventato così l’oggetto di una ricerca, in cui bambini sono stati coinvolti come soggetti, piuttosto che come oggetti su cui raccogliere informazioni.
«Una qualità della vita è…» è l’espressione che i bambini hanno utilizzato per raccontarmi la loro esperienza, emersa attraverso un percorso realizzato per pensare insieme a loro (Mazzoni, 2009).
Una ricerca per i bambini
Lavorare con i bambini è un’impresa che chiede all’adulto contemporaneamente spirito di iniziativa – prendersi cura di loro, perché soggetti bisognosi di cura – e capacità di ascolto – facendo spazio al bambino come soggetto competente e capace di esprimere la propria esperienza. Quando si realizzano le esperienze educative per i più piccoli il rischio è quello di non trovare il punto di equilibrio tra queste due istanze; o costruendo interventi forti, che richiedono al bambino solamente di “assorbire” quello che viene proposto, o limitandosi a seguire spontaneisticamente i suoi bisogni e le sue richieste, di fatto abbandonando il bambino a se stesso.
Trovare quello che Bertolini definisce come «equilibrio dinamico» è il lavoro di ogni educatore e, in questo caso, anche di un ricercatore che intende fare ricerca con i bambini.
Obiettivo della mia ricerca era, infatti, comprendere cosa fosse la buona qualità della vita in un modo che fosse significativo prima di tutto per i bambini (Mazzoni, 2009). Come ricercatrice mi sono quindi impegnata a costruire esperienze che non mi permettevano solamente di raccogliere dati per il mio studio, ma offrivano un beneficio ai bambini coinvolti, proponendo loro «buone esperienze». Il punto di partenza è stata una prospettiva teorica in cui il ricercatore è impegnato a pensare e costruire una ricerca per i bambini (Mortari, 2009).
Pensare ad una ricerca che sia per i bambini ha molte implicazioni che vanno dal come un ricercatore entra nei contesti educativi della sua ricerca, al modo in cui costruisce la relazione con i bambini e pensa le attività che propone loro; fino a riconoscere come fondamentali l’etica e i metodi alla base del proprio lavoro.
L’elemento chiave che caratterizza una ricerca per i bambini, è la sua preoccupazione educativa, a fianco di quella euristica-conoscitiva; dove per preoccupazione educativa non si indica solamente un riferimento all’educativo quale oggetto o contesto di ricerca, ma si intende la realizzazione di un processo d’indagine che, mentre si attualizza, contribuisce ad arricchire le esperienze dei soggetti coinvolti (Mortari, 2009, p. 54).
Pensare insieme
Pensare a un percorso capace di offrire qualcosa di buono ai bambini mi ha portato a riflettere sul modo in cui potevo coinvolgerli. Ho quindi costruito la ricerca con l’obiettivo di pensare insieme a loro. «Pensare insieme» parte dal presupposto che per i bambini è essenziale trovare qualcuno a cui comunicare la propria esperienza e i propri pensieri. Il bambino, infatti, impara a comprendersi se c’è qualcuno che lo comprende, ossia lo aiuta a guardare la sua esperienza e il suo mondo interiore, per introdurlo alla scoperta di ciò che avviene.
Coinvolgere in questo modo i bambini ha significato, utilizzando alcune parole di Bertolini «ascoltarli», «farsi capire» e «farli parlare» (1984, p. 26), in una prospettiva che intende prendersi cura del loro pensiero (Mortari, 2002).
L’adulto è in ascolto quando si pone di fronte a un bambino nell’attesa di scoprirlo, attento a vedere e intuire particolari elementi della sua esperienza e disposto ad accettare ciò che lui esprime. Ascoltare è quindi lasciare spazio al dirsi dell’altro, permettere che possa raccontare la sua esperienza e, attraverso questo sguardo, il bambino impara a guardare e scoprire il proprio mondo e quello esterno, imparando a stimare ciò che vive.
Ascoltare un bambino significa però non solo mettersi in ascolto, ma sollecitare le sue potenzialità, «farlo parlare», ossia stimolarlo attraverso esperienze che lo supportino nell’esprimere il proprio vissuto e le proprie esperienze interiori. Compito dell’adulto non è semplicemente mettersi in ascolto del bambino, come fosse un oggetto, ma guidarlo nel compito di guardare alla propria esperienza e giudicarla.
Nel guidare il bambino l’adulto pensa e mette in atto strategie educative, che devono trovare un linguaggio capace di metterlo in comunicazione con il bambino. «Farsi capire» è un compito che l’adulto deve assolvere e che si traduce nell’aver cura delle parole, ossia nel fermarsi a pensare alle forme e gli strumenti da utilizzare per lavorare con loro.
La qualità della vita si è così trasformata in un «nido» e i bambini hanno utilizzato le uova per esprimere quali elementi rendono più bella la loro vita. La costruzione di un cartellone mi ha poi permesso di dialogare insieme a loro sul significato che tali elementi hanno nella loro vita. Gli amici, la famiglia e la scuola sono diventati alcuni dei temi del nostro dialogo e il lavoro di ricerca mi ha permesso di restituire ai lettori le parole dei bambini su questi argomenti. Nel libro le parole dei bambini hanno il loro peso e sono riportate per testimoniare la loro consapevolezza e capacità riguardo ai loro bisogni e desideri.
Un percorso che può essere riproposto da chi desidera scoprire come i bambini pensano alla loro buona qualità della vita.
Bertolini P.,1984, La qualità della vita infantile, in: Bertolini P. (a cura di) La scuola dell’infanzia verso il 2000, La nuova Italia, Scandicci, Firenze, pp. 13-30;
Mazzoni V., 2009, «Una qualità della vita è...» Fare ricerca pensando insieme ai bambini, FrancoAngeli, Milano;
Mortari L., 2009, La ricerca per i bambini, Mondandori, Università, Milano;
Mortari L., 2002, Aver cura della vita della mente, La nuova Italia, Scandicci, Firenze.
L'Autrice, Ricercatrice a contratto all’Università di Verona, dove svolge la sua attività di ricerca con i bambini delle scuole elementari.