Asili nido: nuove, anzi vecchie polemiche
Io Donna, il periodico collegato al Corriere della Sera e dedicato in particolare al pubblico femminile, si è lanciato recentemente in una campagna contro i nidi d’infanzia, attraverso alcuni articoli dove ci si chiede se veramente siano una buona opportunità educativa per i bambini e le bambine fino a tre anni. Su questo numero di Infanzia riportiamo la lettera di Claudia Turzo, un pedagogista di Milano, che risponde a Marina Terragni, autrice di alcuni degli articoli in questione e di cui, per dovere di par condicio, pubblichiamo uno degli interventi.
Non abbiamo bisogno di fare qui una “difesa d’ufficio” degli asili nido, che sono una realtà significativa dei servizi per l’infanzia del nostro paese, soprattutto in alcune regioni. Peraltro, in quei territori dove gli asili nido sono cosa rara non ci sembra che l’infanzia viva, per questo, in un’oasi della gioia. Bene ha fatto quindi Claudia Turzo a reagire a un atteggiamento anti-asilo-nido che ritorna periodicamente, non sul base di argomentazioni nuove sul piano sociale o psicopedagogico, che come tali sarebbero provocatrici di un sano dibattito, ma piuttosto come una sorta di “minestra riscaldata”: la vecchia questione per cui l’asilo nido sarebbe una sorta di luogo che lacera il rapporto fra madre e bambino, un tempo/spazio triste per un’infanzia costretta a subire le conseguenze del lavoro della madre ecc.
L’asilo nido non è buono o cattivo in sé, come non lo è la scuola dell’infanzia e qualunque altro grado di scuola; altrettanto si può dire della famiglia, che tutti ovviamente vogliamo salvaguardare nei suoi valori e nelle sue funzioni educative, anche se sappiamo, per esempio, che gli abusi sull’infanzia, quando avvengono, hanno la famiglia come luogo privilegiato. La qualità di un servizio per l’infanzia non è una merce che si compra e si vende a buon mercato; si costruisce nel tempo attraverso un sistema che mette insieme buone professionalità educative, adeguati investimenti nelle politiche per l’infanzia, cultura dei servizi.
Se le giornaliste di Io Donna avranno l’intenzione, come sembra, di continuare nella loro inchiesta (poiché l’argomento è di quelli che accendono la discussione, come sempre avviene quando ci sono di mezzo i bambini) potranno constatare dal vivo, ma anche sulla base di ricerche che esistono in questo campo e di cui la nostra rivista è testimone da oltre trent’anni, che è anche la qualità educativa degli asili nido a generare la domanda di questo servizio da parte delle famiglie. Sono i cattivi prodotti quelli che non li vuole nessuno, ma se un prodotto è buono sono in molti a volerlo, facendo anche qualche sacrificio. Questo riferimento, parlare dell’asilo nido come un “prodotto” di mercato può sembrare alquanto brutale, ma in realtà gli asili nido sono servizi a domanda individuale; accanto alle offerte dei nidi comunali ci sono quelle del cosiddetto “privato sociale”, quelli regolati da convenzioni pubblico-privato e c’è ormai un panorama di tipologie di servizi per la prima infanzia di cui il “classico” asilo nido non è che una delle possibili opzioni.
Sbaglia si chi tesse gli elogi dell’asilo nido come una sorta di “bandiera ideologica” dell’infanzia, sia chi ne fa una sistematica demolizione in nome del primato della famiglia. Ci permettiamo di suggerire alle giornaliste di Io Donna di proseguire nella loro inchiesta facendo del buon giornalismo, che non vuol dire sparare nel mucchio, ma fare inchieste e documentare una realtà che è più complessa di quanto finora sia apparso nei loro articoli. E se ci sono asili nido poco raccomandabili, lo dicano e lo denuncino. Questo sarebbe un buon servizio, come quello di segnalare gli asili nido e i servizi per l’infanzia dove i bambini e le bambine stanno bene. Secondo noi, al momento, questi sono più numerosi di quelli, per fortuna dei bambini e delle loro famiglie.