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Il Nido: un laboratorio di pedagogia dell’infanzia
Intervista a Duilio Santarini.
Amelia Capobianco*
Sono stato contattato da Maria Belli, allora assessore del Comune di Forlì, la quale mi disse: "Tu devi fare gli asili nido a Forlì". Io le chiesi: "Che cosa sono?", lei rispose: "Non lo so, ma so che tu lo scoprirai!"
Nato a Rimini il 29 agosto del 1921, Duilio Santarini, dopo avere partecipato alla lotta partigiana, è stato maestro elementare formatore, pedagogista dei servizi 0-6 anni.. E’ stato uno dei protagonisti del rinnovamento dei servizi per l’infanzia nel decennio che va dal 1970 al 1980; a lui si devono la strutturazione di spazi e materiali educativi che, sperimentati nel comune di Forlì, si sono poi diffusi entrando a far parte di quel “patrimonio comune”di una cultura e di una competenza educativa che hanno caratterizzato la diffusione degli asili nido comunali.
In questa intervista, Santarini ripercorre la nascita e lo sviluppo del nido a Forlì dalla promulgazione della Legge 1044/71, in una realtà dove la formazione degli operatori, il bisogno di “dare senso” sociale ed educativo all’istituzione nido, facevano di quel territorio un laboratorio di pedagogia dell’infanzia.
Cominciamo dalla sua esperienza in campo educativo, Lei è stato maestro alle elementari, ha realizzato progetti nell’extra scuola, è stato formatore…
Ho insegnato a Forlì in una scuola elementare del centro città, che si caratterizzava per una utenza“alta” dal punto di vista economico e culturale.
Avevo la possibilità di lavorare su determinate problematiche grazie a spazi adeguati e attrezzati che mi permettevano di non limitarmi a insegnare solo a leggere, scrivere e far di conto ma di arricchire l’esperienza dei bambini con altre attività formative.
Mi interessavo di linguaggi del corpo, di gestualità e di linguaggio dei suoni ma soprattutto di linguaggio grafico, pittorico e plastico per il quale avevo maturato una buona specializzazione. Negli anni precedenti avevo frequentato dei corsi del Ministero della Pubblica Istruzione e tenevo incontri per insegnare agli operatori adulti a leggere e a capire i lavori dei bambini e, soprattutto e a non confonderli con “fatti artistici” come spesso accade, poiché il bambino non si propone mai cose del genere.
Questa mia attività si concluse con una mostra nel salone comunale, destando un certo interesse sia nella popolazione sia nell’amministrazione. Quando l’amministrazione comunale di Forlì decise di occuparsi di scuole dell’infanzia e di asili nido si ricordò di me offrendomi la possibilità di pensare, organizzare, dirigere questa attività. Era un impegno oneroso, ma anche un’attività estremamente importante, di questo mi resi conto subito.
Che cosa erano l’asilo nido e la scuola dell’infanzia quando Lei vi è approdato?
Ebbi l’opportunità di documentarmi su quanto era già stato fatto a Forlì, Ravenna, Carpi, Imola, Bologna e in particolare a Reggio Emilia. Con l’esclusione di Reggio Emilia, dove un certo sviluppo dei servizi per l’infanzia era già presente, per altre città tra gli anni ’70 – ’80 si era ancora all’inizio.
Per gli asili nido c’era poco; a Forlì esisteva, presso una grossa industria, una “sala di allattamento” per le donne che vi lavoravano. Uno spazio che in seguito si sviluppò in una specie di asilo nido, un luogo di raccolta e di custodia dei bambini, o poco altro.
Successivamente visitai un asilo ONMI ma di questo preferisco non parlare perché ne ebbi una impressione poco positiva.
Quindi ha dovuto iniziare quasi da zero…
Si trattava di un azzardo; mi assunsi la responsabilità delle scuole dell’infanzia e in quel caso l’orientamento di Reggio Emilia aiutò molto; prendemmo a prestito anche molti elementi da altre esperienze “traducendoli” nella nostra realtà, e anche questo portò a buoni risultati. Quando, invece, venne progettato il nido il discorso cambiò; si trattava veramente di “inventare”.
A Forlì si iniziò a sentire l’esigenza del nido nel ‘56, quando la grande modificazione economica del Paese portò la donna nel processo produttivo esterno alla famiglia, modificando il modo di essere della famiglia stessa e ponendo problemi nuovi.
Chi a Forlì sostenne questa istituzione fu l’Assessore Maria Belli, una signora che voglio ancora ringraziare, donna piena di inventiva ed estremamente disponibile, che ha seguito e aiutato tutta questa esperienza. Mi fece chiamare, mi riservai prima di capire bene la questione e solo in seguito accettai.
Nello stesso periodo uscì la Legge istitutiva dei nidi, la 1044 del 1971, che destò in me interesse perché conteneva un elemento nuovo e importante, questo:
“[…] gli asili nido devono essere realizzati in modo da rispondere, sia per localizzazione sia per modalità di funzionamento, all’esigenza delle famiglie, essere gestiti con la partecipazione delle famiglie e”, questo è il punto chiave a mio avviso, “delle rappresentanze delle formazioni sociali organizzate nel territorio” .
La Legge presentava un’apertura totale allo spazio sociale come “compresenza” nel processo delle istituzione nidi. Questo era un fatto completamente nuovo anche se altre parti della Legge risultarono insufficienti e contraddittorie .
Inoltre, continua le Legge:
“[…] gli asili nido devono essere dotati di personale qualificato e idoneo a garantire l’assistenza sanitaria e psicopedagogica del bambino e possedere i requisiti tecnici, edilizi e organizzativi tali da garantire l’armonico sviluppo del bambino”. Ribadisco: “spazio sociale” e “assistenza sanitaria e psico-pedagogica”.
La 1044 fu il risultato di un compromesso politico tra le forze di allora questo è certo.
In che senso “compromesso”? C’era un problema di identità politica e pedagogica del nido?
Da una parte si insistette sull’aspetto sanitario, che rappresenta il vecchio carattere di queste istituzioni; gli asili nido furono lasciati all’allora Ministero della Sanità e credo sia ancora oggi così, il che era ed è contraddittorio o quanto meno limitante rispetto all’aspetto psico-pedagogico, pure contemplato nella Legge. Questi compromessi creano sempre contraddizioni.
Il problema esplicitato in questo modo: “[…] delle rappresentanze delle formazioni sociali organizzate nel territorio […]” qualificava in maniera precisa gli asili nido. Non si trattava più di un rapporto inteso come “patto chiuso” fra famiglia e istituzione ma veniva dilatato a tutto il contesto sociale. Una società intera, nelle sue articolazioni, interessata al problema della prima infanzia.
Quale è il rapporto giusto che si stabilisce tra le parti e che governa tutta la questione? È un rapporto certamente non di dipendenza, che non chiude o risolve le insufficienze della famiglia, se insufficienze ci sono, ma è una rapporto ampio, interattivo, che comprende istituzione, famiglie e società. Questo elemento era importante perché ricco e produttivo nell’interno del pensiero pedagogico del nido, erano presenze feconde in grado di aiutare il funzionamento dell’istituzione.
A mio parere, tale rapporto decide della qualità del servizio stesso.
Da queste premesse nasce l’affermazione dell’istituzione nido come istituzione socio-educativa, due termini che devono essere e restare perennemente in equilibrio, pena stravolgere il significato dell’istituzione stessa perché se prevale l’elemento sociale prevale, in pratica, l’aspetto “quantitativo” dei bambini al nido. Il bisogno è sempre superiore all’offerta.
Se, invece, prevale solo l’aspetto educativo si rischia di cadere nella “tecnica dell’educazione” che si risolve sul piano metodologico-didattco.
Concepita nel modo che dicevo, tutta la questione assume un respiro diverso che raccoglie, implica e risolve in comunità tutti questi elementi. Ritengo che in questa ottica la Legge 1044 intendesse il nido. Le Leggi Regionali che si sono succedute hanno cercato soprattutto di perfezionare, sviluppare, dare corpo ad un processo innescato dalla 1044.
C’è stato un asilo in particolare, a Forlì, che ha avuto un ruolo significativo per lo sviluppo di questo servizio sul territorio?
Il “Grillo” è un asilo nato in una zona povera e socialmente depressa della città nominata la “Baia del Re”, dove le case erano spesso fatiscenti…
Quando si decise di edificare il nido in quella zona si tenne presente proprio la necessità di risanare un territorio e il nido rappresentò un “segnale culturale” che aiutò a cambiare quel luogo.
Il primo asilo nido, a Forlì, fu costruito nel 1969/70; l’edificio é cosa da prendere seriamente in considerazione perché decide della vita del nido stesso; non esiste uno spazio “neutro” dove si possa fare tutto. Uno spazio può essere “anche” polivalente ma deve essere prima di ogni altra cosa uno spazio “definito” e finalizzato.
Quando affrontammo la questione dell’edificazione del primo nido erano presenti diverse competenze: oltre alle aziende e agli esperti c’erano i tecnici, l’architetto, il pediatra, il pedagogista, lo psicologo… ma l’intervento più significativo fu quello del personale che lavorava quotidianamente con i bambini.
La “sezione” é una questione primaria. Un asilo nido è condizionato dal numero di sezioni che all’interno vi operare. A Forlì lavorammo su nidi di 4 sezioni; quella che richiede maggiore attenzione è certamente quella dei lattanti dove vive buona parte della sua giornata un bambino con un’età che va da qualche mese all’anno. Questa sezione deve essere organizzata pensando ai due momenti delle attività e del sonno, e su questi diventa decisiva l’organizzazione degli spazi.
Proviamo ad andare nel dettaglio, lo spazio delle attività…
Quando il bambino è nella zona delle attività compie determinate azioni: sta supino, si muove, si gira; quando inizia a gattonare acquisisce una certa indipendenza, può spostarsi, non è più uguale al bambino che sta sul tappeto, sul cuscino…
Organizzammo uno spazio che non fosse troppo grande, perché non risultasse dispersivo, ma nemmeno troppo ristretto perché i piccoli avessero la loro possibilità di movimento.
Doveva essere un spazio ricco, di tappeti, di cuscini, di colore… anche se il bambino non “conosce” gli oggetti ne ha delle “impressioni” che hanno un peso.
Su una delle pareti, per tutta la sua lunghezza, posizionammo uno specchio. All’inizio della sua esperienza al nido, quando ha pochi mesi, il bambino non sa chi è il soggetto che si riflette nello specchio ma col tempo prende coscienza attraverso piccoli esperimenti che lui stesso conduce, come provare a guardare dietro allo specchio per vedere chi c’è.
Osservai un’interazione fra un bambino e l’educatrice; lei aiutò il piccolo a compiere dei movimenti, lasciando che li guardasse nello specchio, un po’ alla volta il piccolo comprese e iniziò a compiere piccoli gesti, come alzare la mano, in autonomia, senza l’aiuto dell’educatrice. Il bambino era stato aiutato nell’apprendimento dei primi elementi che riguardavano se stesso.
Nella zona delle attività si consumava anche il pasto.
Per il nido si pensò a una cucina separata dove si preparasse solo per i lattanti, sotto la responsabilità di una dietista e dell’educatrice.
La cucina metteva a disposizione il latte, i biberon ovviamente personali, e le prime pappe. Anche in questo caso occorreva avere uno spazio e un materiale, pensato per questo specifico momento; studiai il tavolino a semi cerchio per 6 bambini (l’asilo nido tipo ha 12 lattanti) con la seggiola rotante per l’adulto che permette al bambino di guardare negli occhi l’educatrice mentre dà loro da mangiare. Nei tavoli rettangolari si perde il contatto visivo e spesso il cibo è offerto da posizione laterale.
Tra tutti, l’elemento più importante da definire era quello igienico; uno spazio dove lavare e cambiare il bambino. Lo studiai come posto mediano tra la zona di attività e la zona del sonno; la centralità del bagno aiutava l’insegnante, che poteva occuparsi dell’igiene di un bambino senza avere davanti un muro ma un vetro divisorio che le permetteva di tenere sotto controllo visivo gli altri bambini rimasti nella zona di attività. In seguito, dal bagno, l’educatrice trasferiva il bambino nella sala collegata, quella del riposo.
Lei ha osservato molto le educatrici durante il lavoro per arrivare a prendere certe decisioni nella strutturazione degli spazi
Allora i tecnici delle costruzioni non avevano una grande esperienza di asili nido, semplicemente perché non esistevano; diventava quasi impossibile organizzare uno spazio a questi livelli senza conoscere le vere necessità di un bambino. Per questi motivi diventava fondamentale l’apporto del pedagogista e delle educatrici.
La Legge 1044/71 precisa che lo Stato attribuisce i finanziamenti agli Enti locali i quali dovranno farsi carico della realizzazione dei servizi. Si è trattato, però, in molti casi di una promessa non mantenuta; occorre fare molta attenzione perché l’asilo nido ha costi finanziari estremamente alti, il denaro non può essere disperso commettendo degli errori a cui si deve, in seguito, riparare.
Le altre sezioni sono più semplici da organizzare: i bambini sono più autonomi, il lavoro delle educatrici è diverso.
Non si è limitato a pensare le sezioni ma anche gli spazi per la socializzazione dei bambini e delle attività…
A un certo punto del mio lavoro, mi resi conto che era importante creare, all’interno dell’asilo, un punto che fosse centrale a tutta l’attività del nido, un punto di incontro di tutti i bambini, (con l’ovvia esclusione dei lattanti) che potesse essere usato insieme o separatamente. Pensai così al “Giardino d’inverno” che posizionato al centro dell’edificio forniva una possibilità di socializzazione alle tre sezioni, rappresentando il “cuore” stesso dell’asilo che innervava tutte le altre attività. Ritengo rappresenti la sintesi ultima di tutte le attività che si realizzano all’interno di questa istituzione. E’ una proposta ludica e didattica, ovviamente a discrezione degli insegnanti, e fruito da bambini con grande partecipazione e gioia.
Nel suo progetto di asilo nido è prevista anche una sala riunioni, si trattava di una novità?
Ho pensato a un luogo attrezzato con materiali, tavoli e sedie, da utilizzare e riporre per “l’incontro con la popolazione” interessata all’attività culturale del nido.
Nel corso della giornata, le educatrici hanno utilizzato questo spazio come “Atelier” per i più grandi individuando per esso una nuova funzione alla quale io stesso non avevo pensato.
Lei progettò materiali specifici suddividendoli per età, immaginandone diversi per ogni sezione, tenendo come criterio che ogni oggetto poteva essere spostato, integrato...
Nella sezione lattanti, come abbiamo già visto, inserì il tavolo pappa ma anche una serie di strutture che erano e sono “giocate” dal bambino e che furono pensate con una finalità educativa. Penso al “Box aperto” ai “Triangoli polivalenti”, all’ “Alessandro B”…
Era importante offrire un numero abbondante di materiali, molti erano di recupero altri finalizzati. Il “Triangolo polivalente” non diede buoni risultati nella sezione lattanti come, invece, nella sezione dei grandi.
Un ottimo risultato lo ottenne un “grosso giocattolo” che passa sotto il nome di mio nipote, Alessandro B, ma viene chiamato anche “Primi passi”. Ha avuto una buona diffusione nel territorio non solo regionale. Lo definirei un “materiale strutturato” concepito per aiutare il bambino ad assumere, in modo autonomo la “stazione eretta” senza precocismi o ritardi, quando lo sviluppo fisico ha raggiunto i livelli adeguati.
Fino a quel momento tutto al bambino veniva portato, ciò che sperimentava era limitato a ciò che riceveva, ora invece il bambino può muoversi autonomamente, relazionarsi all’ambiente, allargare le proprie scelte e le proprie esperienze: quindi crescere.
Ci sono state delle obiezioni sui materiali strutturati…
Sì, che il materiale sarebbe vincolante, che il bambino non sarebbe libero, ecc. Io, invece penso che sia un materiale capace di offrire molte opportunità. L’ Alessandro B ha dato dei buoni riscontri in tutti gli asili che lo hanno adottato; i materiali strutturati, anziché essere rifiutati, andrebbero valorizzati per la loro specificità, non si tratta di mitizzarli.
Proviamo a descriverlo e a comprenderne le potenzialità…
Deve essere ovviamente ad altezza di bambino e questo è il primo requisito di quel materiale. Quando hanno cercato di copiarlo hanno sbagliato le misure rendendolo inutilizzabile; io stesso, in fase di progettazione feci questo errore. Portai il primo modello, ancora grezzo, in un nido per sperimentarlo; i bambini non lo usarono affatto! Era troppo alto non riuscivano ad afferrare il corrimano.
E’ una struttura composta da tre elementi: uno lungo e due della metà del primo, in modo da fornire il maggior numero di possibilità al bambino attraverso la modificazione di vari percorsi conseguenti ai vari posizionamenti.
Il bambino sceglie se accettare o rifiutare la proposta e l’educatrice attenta può notare il bambino che azzarda o quello che rifiuta l’esperienza; molti bambini arrivano a camminare da soli ma non affrontano il “rischio” del tunnel ricavato al centro dell’elemento lungo, altri lo affrontano subito… L’educatrice, osservando i piccoli in relazione con l’Alessandro B, può ricavarne informazioni per comprenderne il carattere e la disponibilità ad affrontare difficoltà e timori.
Piaget ci ha spiegato anche che per il bambino piccolo una cosa esiste se cade sotto il controllo dei suoi sensi, in particolare la vista; nel momento in cui non la vede questa per lui cessa di esistere. Pensando a questo ho inserito su di un fianco dell’Alessandro B uno sportellino con un’apertura circolare dove il bambino, infilando la mano, può trovare giocattoli o altre cose. Molti bambini, dopo aver assunto la stazione eretta, incuriositi, inseriscono la mano e recuperano il giocattolo; altri bambini non osano farlo. Nel momento in cui inseriscono la mano non la vedono più e forse pensano di averla perduta… Anche da questo particolare, l’educatrice attenta può ricavare valutazioni.
L’Alessandro B, o Primi Passi, si caratterizza per un corrimano che trova posto in tutta la sua lunghezza, questo è il sussidio chiave per aiutare il bambino ad alzarsi…
Sì, nella parte superiore c’è un corrimano a cui il bambino si aggrappa; ha diverse forme, può essere lineare, avere una linea spezzata… presenta delle zone di legno ruvido e liscio che forniscono al bambino, dal punto di vista sensoriale, un’impressione diversa di quella fredda avuta, per esempio, col metallo. C’è uno spazio riservato a un rivestimento di gomma. il bambino, muovendosi attorno all’Alessandro B, sperimenta, forse incosapevolmente, sensazioni di tipo diverso.
Tra i materiali che lei ha creato c’erano anche i Box aperti…
Si, il “Box aperto” si contrappone al Box in cui le mamme collocavano i bambini per limitarne gli spostamenti e i pericoli intanto che si occupano di altre cose, come la cura della casa.
Il “Box aperto” è legato a un principio molto semplice, la possibilità per il bambino di avere uno spazio per se, che appartiene solo a lui. Si presenta con un tetto mobile che fornisce l’idea della casa, ha un’entrata anteriore e un’uscita posteriore in modo che il bambino che si trovi in difficoltà abbia la possibilità di uscire rapidamente. Può essere utilizzato sia dall’interno sia dall’esterno della struttura per raggiungere la posizione eretta, poiché lateralmente ha delle barre perpendicolari e altre orizzontali alle quali il bambino può reggersi.
E’ una struttura che si può considerare come l’avvio ad acquisizioni semplici come la “topologia intuitiva” cioè la capacità di definire la propria posizione nello spazio: davanti al Box, dietro di esso, a fianco, da un lato, dentro, fuori… Sono acquisizioni alle quali possono essere iniziati i bambini di 2/3 anni.
I servizi 0-6, in quegli anni, erano ambiti quasi completamente nuovi dal punto di vista della progettazione ducativa, c’era la necessità di “inventare”…
Tra le prime decisioni che presi ci fu quella di rifiutarmi di proporre più di un nido all’anno; sapevo che avrei commesso errori quindi volevo, visti i costi rilevanti degli asili, avere la possibilità di rettificarli, se non in corso d’opera, almeno tra un nido e l’altro. Nel corso dei dieci anni in cui ho lavorato con i nidi abbiamo realizzato solo 7 asili; l’ultimo, quello che io ritengo riassuntivo di tutta l’esperienza, è “Lo Scoiattolo” che ha il “Giardino d’inverno”.
Ho visto nella nostra regione realizzare 7 asili nido in un colpo solo, sbagliato il primo sono stati sbagliati tutti; sono delle tane con il corridoio a fianco! Non esiste legame, elasticità tra gli spazi; il “Giardino d’inverno” per il nido e l’Atelier per la scuola dell’infanzia, devono trovarsi al centro dell’edificio, perché siano di immediato uso da parte del bambino.
Parlando della Legge 1044/71, abbiamo visto che il nido si caratterizza come realtà che si muove in stretta relazione con la famiglia e con il territorio a favore del bambino. Qual è la sua esperienza in merito, avendo vissuto la nascita di questa istituzione?
Il primo aspetto con cui venimmo a contatto fu la complessità del rapporto nido-famiglia. Fino all’inserimento all’asilo, il bambino vive quasi esclusivamente in ambito familiare; di solito il nido corrisponde al primo distacco dalla madre. Entrambe, madre e bambino, vivono questo momento come doloroso, in alcuni casi drammatico. Le madri spesso avvertono un senso di colpa, come se, per necessità, stessero “abbandonando” il loro piccolo. I bambini avvertono il disagio dei genitori e lo vivono di riflesso; ne consegue che il primo passo è quello di rassicurare la famiglia.
Si iniziava aprendo l’asilo all’utenza interessata perché questa potesse incontrare le educatrici, chiedere informazioni sull’organizzazione della giornata, vedere gli spazi rendersi conto della validità della proposta.
Quando il bambino veniva accettato si organizzavano riunioni con le famiglie, non solo dove si discuteva degli aspetti primari in gioco: l’alimentazione, l’igiene, il sonno. Raccomandavamo anche ai genitori di non lasciare troppo tempo il bambino al nido, soprattutto all’inizio. Ritenevamo opportuno che i genitori ritirassero i propri figli subito dopo le attività del mattino, intorno alle 13.30 per non gravarlo di un peso troppo grande all’inizio.
In seguito, sempre nel corso di riunioni con la famiglia, l’educatrice presentava le attività e i ritmi di vita dell’asilo. Il bambino era considerato il protagonista e tutto era fatto in funzione di questo protagonista. Attraverso questi incontri si muovevano i primi passi verso un rapporto di fiducia tra l’istituzione e la famiglia.
L’inserimento al nido non era repentino, ma veniva fatto in presenza, laddove possibile, della madre. Normalmente i bambini si adattavano col tempo, ma ci sono stati anche casi in cui il bambino non si è adattato vivendo il nido come sofferenza. I primi responsabili di questo fallimento eravamo certamente noi, ed era importante comprenderne le motivazioni.
Nel suo libro parla anche della possibile presenza di figure maschili, ancora oggi gli educatori sono molto rari nei nidi. Cosa pensa in proposito?
Sì, avevamo un educatore, preparato e disponibile operava preferibilmente nella sezione dei più grandi. Non posso dire di aver capito perché, ma la constatazione reale fu questa: la figura maschile era richiesta nelle sezioni dei più grandi, addirittura era preferita alle educatrici. Ritengo che la doppia presenza, femminile emaschile, sia positiva nell’interno del nido ma un’ulteriore difficoltà stava nel fare accettare la figura maschile alle famiglie, c’erano problemi in questo senso.
Come fu individuato il personale dei primi nidi?
Inizialmente si verificò la disponibilità di insegnanti impegnate nelle scuole dell’infanzia, i titoli di base allora richiesti per accedere ai concorsi erano il diploma della scuola magistrale, il diploma dell’istituto magistrale.
Costituito il primo nucleo si crearono occasioni di aggiornamento continuo, si imparò a lavorare collettivamente soprattutto nel proporre, anno per anno, un settore specifico sul quale lavorare: il linguaggio verbale nella sezione dei lattanti, per esempio.
A distanza di quasi 40 anni dalla sua nascita, quale è stata l’evoluzione del nido? Ha fatto nuove conquiste, si è fermato, o ha modificato la sua identità?
Vuoi una risposta? E’ molto impegnativa! Sulla mia esperienza, che va dal 1970 al 1980 si è depositato un grosso spessore di polvere…! Quell’esperienza non la si vede più.
Però un mio giudizio te lo voglio offrire, io parlerei di “altro”; gli asili nido di oggi, almeno quelli che io conosco, non hanno più molti agganci all’esperienza che noi facemmo 30 anni fa. Sono un’altra cosa; certo forniscono risposte diverse, probabilmente le più giuste e le più attuali, ma sono altro.
Mi rendo conto che forse è una risposta ingenerosa ma per quella che è stata la mia esperienza non ne avrei un’altra.
L'autrice
* Educatrice, presidente dell’Associazione Culturale MediaEducation.bo di Bologna. Attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna.
Note al testo