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La lezione delle cose: un percorso in fieri e le sue ragioni
Monica Ferrari*
Nel suo Emilio, Jean-Jacques Rousseau mette in rilievo i problemi cruciali del percorso formativo, affermando:
L’educazione ci deriva dalla natura o dagli uomini o dalle cose. Lo sviluppo interno delle nostre facoltà e dei nostri organi costituisce l’educazione della natura; l’educazione degli uomini ci insegna quale uso dobbiamo fare di tale sviluppo; l’educazione delle cose consiste nell’acquisizione di un’esperienza personale attraverso gli oggetti da cui riceviamo impressioni .
Alla fine del XVII secolo, in un’Europa che sta cambiando il modo stesso di intendere il potere, pervasa da profondi cambiamenti culturali, si discute nell’Emilio, romanzo di formazione, di strategie pedagogiche efficaci che fanno presa nei processi di individuazione e in cui le “cose” hanno un ruolo essenziale.
Le pratiche educative si avvalgono di oggetti, si radicano nelle cose e negli ambienti, agiscono, se pure a diversi livelli di formalizzazione e veicolate da agenti più o meno istituzionalizzati, sui processi che stanno alla base della “fabbricazione degli individui” , strutturano gli aspetti concreti di quella “microfisica” cui Foucault assegna un ruolo centrale nelle relazioni tra sapere e potere .
La questione, che si è cercato di riassumere nella locuzione – presa a prestito dal dibattito pedagogico della seconda metà dell’Ottocento – de “la lezione delle cose”, è di assoluta centralità in una storia dei processi formativi ancora in larga misura da farsi, se intesa in una prospettiva che consenta di comprendere, tra progetto e attuazione, tra dover essere ed essere, il radicarsi della teoria nella pratica o, piuttosto, le aporie delle relazioni tra teoria e pratica, il sorgere dalla pratica di una nuova teoria, le questioni di metodo e di didattica, così difficili da imbrigliare in un testo scritto che ne dia conto una volta per tutte, eppure essenziali – ieri come oggi – per la costruzione di “professionisti riflessivi” .
Tale questione è connessa alle modificazioni del “sentimento dell’infanzia” , cioè del particolare atteggiamento culturale degli adulti verso un’età della vita umana che è permanente dal punto di vista generazionale, a detta di sociologi come Hengst e Zeiher , anche se è stata considerata per secoli solo nella prospettiva del proprio divenire e non studiata nei fenomeni che esplica in un dato momento contestuale e circoscritto. L’iniziale citazione di Rousseau non è casuale. Il Sette e l’Ottocento hanno avuto parte essenziale nella delineazione di una serie di proposte che hanno radicalmente cambiato il modo di intendere la relazione educativa, assegnando anche in nome dell’efficacia dell’intervento, soprattutto in certi testi oltre che in rari laboratori dell’educare, agentività a un allievo che si vuole sempre più protagonista del proprio processo di individuazione e iniziando a pensare a materiali educativi essenziali non solo alla formazione delle élites. Sappiamo bene che le relazioni educative pensate per i “Grandi” si sono sempre avvalse di materiali, di oggetti costruiti ad hoc, di un outillage specifico (seppure sovente fragile) e fortemente ideologico. Tale strumentario ha consentito, ad esempio, a Massimilano Sforza, figlio di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, di rispecchiarsi, grazie a un imponente apparato di miniature che corredano i suoi “libri di scuola”, nei ritratti degli antenati e del padre , a Luigi XIII di apprendere la geografia muovendo cavalli d’argento in miniatura su preziose carte geografiche o ancora a suo fratello, Gaston d’Orléans, di studiare il latino grazie a una grammatica visiva che gli proponeva la guerra tra il re del nome e il re del verbo . Sappiamo dell’importanza delle immagini nei meccanismi formativi , che vediamo, nel passato europeo, teorizzati nelle strategie pedagogiche pensate per le élites, perché i Grandi, a loro volta, avrebbero dovuto “reggere gli altri” grazie a una competenza estetica acquisita tramite un’educazione visuale che radica nella memoria i concetti e prepara alla spettacolarizzazione del potere . Sappiamo, ad esempio, che Erasmo, sia nel De pueris statim ac liberaliter instituendis sia nell’Institutio principis christiani dedicata al futuro Carlo V , propone stratagemmi educativi centrati sull’immagine, sull’ostensione di oggetti significati dai segni del potere (anelli, stemmi…) e di un certo modo di esercitarlo, mentre Tommaso Campanella prefigura solo in un’utopia, la sua Città del Sole, una polis che si fa libro per tutti coloro che la abitano, disegnando sulle mura il proprio sapere.
Ma la reale novità tra Sette e Ottocento è il nascere in tali Stati europei di un sistema formativo “pubblico” rivolto ai molti e non solo alle élites, oltre che il sorgere di laboratori dell’educare per i più piccini, pensati per folti gruppi di giovani allievi,“figli del povero”, sovente miseri e derelitti. Le scuole infantili aportiane a Cremona aprono i battenti tra il 1828 e il 1831 e rapidamente esportano idee e persone, costruendo una rete d’alleanze filantropiche e pedagogiche su cui si fondano le speranze di un risorgimento civile e nazionale . Anche a Mantova nel 1837 nascono le prime scuole infantili di ispirazione aportiana ove, come ricorda Roberto Farné , l’ostensione degli oggetti ha un’importanza centrale nelle lezioni di nomenclatura, forse alle origini di quell’oggettistica in cui si distingueranno alla fine del secolo case editrici specializzate, oltre che quei produttori locali, noti e meno noti, che metteranno a punto alcuni dei materiali presenti nella mostra che abbiamo costruito insieme al Comune di Mantova e grazie alle attività del Centro di ricerca interdipartimentale dell’Università di Pavia per lo studio e la valorizzazione dei beni culturali scolastici ed educativi.
A distanza di più di vent’anni dalla mostra mantovana Quando i nonni erano bambini (1985), ci è parso di dover riflettere su questi temi, nell’anno del 150° anniversario della morte di Ferrante Aporti, anche in vista della costituzione di un centro di documentazione a Mantova che, in sinergia con altre realtà, sappia promuovere sensibilità e gusto per le questioni pedagogiche radicate nelle “cose”, siano esse costruite e pensate da diversi soggetti in vista della strutturazione di relazioni formative efficaci oppure “date” casualmente dalle circostanze sottese alla vita di una agenzia educativa.
Il nostro percorso di ricerca, ancora a uno stadio incoativo, è volto non solo a ricostruire aspetti meno evidenti delle teorie pedagogiche più note attraverso l’attenta lettura dei materiali suggeriti e costruiti ad hoc, ma, anche e soprattutto, a discutere di quella “cultura della scuola” – per i più piccini in questo caso – non sempre documentata sistematicamente, eppure frutto della “rielaborazione interpretativa” degli aspetti teorici, nell’intreccio con le pratiche d’uso in un contesto locale. Tale percorso si situa nel seno di una serie di iniziative di ricerca sempre più connesse ad aspetti “microstorici” dell’educare, nella convinzione che, come si diceva, la storia dei processi formativi sia ancora in parte da scrivere a partire da contesti circoscritti.
Si tratta di una prospettiva di lavoro che consente:
A tal fine, in un momento in cui si parla con sempre maggiore insistenza di “cultura dell’infanzia” , di cultura per l’infanzia e di cultura della scuola , lo scavo dei contesti locali è essenziale non solo per rivisitare materiali e proposte a essi connesse e ora slegati, al contrario, anzitutto dal punto di vista del senso e del significato, ma anche per consentire agli operatori del territorio un processo di riappropriazione del senso della propria professionalità e, insieme, della propria storia.
Nonostante le parole scritte agli inizi del Novecento nella sua storia della scuola da Giuseppe Manacorda , poco si è fatto in questa direzione del nostro Paese e invece c’è molto da fare, forse anche perché poco ci si conosce. Sappiamo che va costruita una rete tra coloro che si occupano di questi temi in vista della valorizzazione di percorsi che, da locali e particolari, possono acquisire un senso più ampio. Molto si può intraprendere: ad esempio riflettere nei contesti locali, valorizzando, grazie a opportune sinergie, il lavoro di tanti attori pedagogici, tra passato e presente (ce ne parlano qui Irma Pagliari e Ida Foroni oltre che Matteo Morandi), discutere su aspetti specifici delle proposte pedagogiche per i più piccini note negli aspetti teorici ma meno conosciute nella concretezza della pratica didattica e nelle cose che produce (ce lo ricordano Massimo Grazzini, Grazia Honegger Fresco ed Egidio Lucchini), progettare e valorizzare musei della didattica, sulla falsariga di realtà già presenti (ne discute qui Patrizia Zamperlin), costruire delle collezioni digitali (lo sottolinea Enrico Platé) per promuovere lo scambio di riflessioni, di esperienze e la condivisione dei saperi che si vanno costruendo sulla materialità delle proposte educative.
Nel caso specifico da cui siamo partiti, la mostra sulle scuole dell’infanzia mantovane tra Ottocento e Novecento , abbiamo voluto sottolineare che in Italia in quel periodo si dedica una sempre maggiore attenzione alle “cose”, proponendo una “ginnastica dei sensi” da cui si mutua anche il titolo della mostra e del progetto. La lezione di cose di Delon, tradotta in italiano nel 1890, diviene la lezione delle cose in un itinerario di lavoro che muove nella direzione di una maggiore consapevolezza condivisa circa il ruolo che l’ambiente, tutto l’ambiente, ha nei processi di individuazione. In questo percorso alcuni testi ci hanno guidato: non solo i più noti contributi di Agazzi e Montessori, ma anche l’operato di quei “pionieri” dell’educazione infantile (Sacchi, Cavazzuti, Claus, lo stesso Pasquali “offuscato” sovente dalle Agazzi) di cui si trova traccia nelle biblioteche magistrali tra Otto e Novecento, oltre che una deriva fröbeliana ancora in parte da ricostruire ed esplorare .
La mostra mantovana si compone di alcune sezioni: quella fröbeliana in cui, appunto, abbiamo accennato anche alle derive dell’oggettistica; quella agazziana che ha al centro le preziose vetrine della scuola materna Angeli Custodi delle Ancelle della Carità chiusa nel 2001; quella montessoriana che valorizza i rapporti di Maria Montessori con il territorio mantovano e che evidenzia come sia nata, qui e altrove a partire dai costruttori locali, un’industria dell’oggettistica e dell’arredo per l’infanzia che fa riflettere su altre e più importanti realtà a livello nazionale e internazionale.
Nella mostra e nel catalogo abbiamo voluto anche andare oltre la teoria, oltre le proposte didattiche più note per mostrare, a partire dalla produzione locale, come la pratica vada meticciandosi con una cultura della scuola e per la scuola.
Su queste stratificazioni delle proposte più formalizzate, su questa complessità della pratica magistrale nella quotidianità della didattica, la mostra getta qualche luce, a partire dai documenti d’archivio, dai quaderni di una maestra che tra il 1947 e il 1953 rendiconta, anzitutto per se stessa, l’andamento delle sue lezioni giorno per giorno, dagli album composti a scuola che recano tracce dei disegni dei bambini, dai burattini e dal loro canovaccio ritrovato in un fascicolo dell’Archivio di Stato di Mantova, dalle filmine prodotte da note case editrici alla metà del XX secolo. Su molti di questi aspetti ci ripromettiamo di intraprendere, con l’aiuto di chi si vorrà unire a noi, nuove e più approfondite ricerche, nella consapevolezza dell’importanza di un compito che, nel restituire dignità a oggetti fragili e muti, oltre che ai segni d’infanzia e della cultura magistrale connessa alla quotidianità, ci aiuti a meglio riflettere, nel presente, sul lavoro artigianale, laborioso, tenace, di una pedagogia “minore” che, tuttavia, ha lasciato tracce profonde nei percorsi di individuazione di tanti cittadini.
L'autrice
* Professore straordinario di Pedagogia Generale e Sociale presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Pavia, dove insegna anche storia della pedagogia. Dal 2006 è direttore del Centro di ricerca interdipartimentale dell’Università di Pavia per lo studio e la valorizzazione dei beni culturali scolastici ed educativi.
Bibliografia
Schön D.A. (1983), Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale, trad.it. Dedalo, Bari, 1993
Ariès Ph. (1960), Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, trad. it. Bari, Laterza, 1968; Becchi E., Julia D. (a cura di), Storia dell’infanzia, Laterza, Roma-Bari,1996
Ferrari M., Per non manchare in tuto del debito mio. L’educazione dei bambini Sforza nel Quattrocento, Franco Angeli, Milano, 2000
Ferrari M., La paideia del sovrano, Ideologie, strategie e materialità nell’educazione principesca del Seicento, La Nuova Italia, Firenze, 1996
Farné R., Iconologia didattica. Le immagini per l’educazione dall’Orbis pictus a Sesame street, Zanichelli, Bologna, 2002
Sideri C., Ferrante Aporti. Sacerdote, italiano, educatore, Franco Angeli, Milano,1999; Piseri M., Ferrante Aporti nella tradizione educativa lombarda ed europea, La Scuola, Brescia, 2008
Farnè R., Iconologia didattica, cit; Id., Diletto e giovamento. Le immagini e l’educazione, UTET, Torino, 2006
Corsaro W. (1997), Le culture del bambini, trad. it.,Il Mulino, Bologna, 2003. Si veda anche il saggio di Becchi E. e di Ferrari M. pubblicato sul n. 14, 2007 degli “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche”
Si rimanda ai lavori di Chervel A. e al contributo di Belhoste B. sul n. 12, 2005 degli “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche”
Manacorda G., Storia della Scuola in Italia, I, Il Medioevo, parte II, Sandron, Milano-Palermo-Napoli, (1913)