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Ernesto Caffo*, Barbara Forresi**
La prevenzione dell’abuso sessuale: il ruolo dell’insegnante e dei servizi per l’infanzia
L’insegnante costituisce un punto di riferimento indispensabile per ritrovare un senso di fiducia e sicurezza. Numerose ricerche hanno dimostrato che l’essere sostenuti e supportati da adulti anche al di fuori del contesto familiare è uno tra i più importanti fattori che prevengono l’insorgenza di conseguenze negative dopo il verificarsi di un abuso.
Bambini vittime di abusi sessuali
Sarebbe erroneo ritenere l’abuso all’infanzia un fenomeno di recente diffusione: nel corso della storia, infatti, bambini e adolescenti sono stati oggetto di disinteresse, di abbandono materiale, di violenze e sfruttamenti di ogni genere.
Per molti anni, tuttavia, il fenomeno dell’abuso e della violenza sui bambini è stato considerato marginale, isolato nella cultura scientifica delle discipline che si occupano di infanzia e di famiglia. L’attenzione per i casi di abuso era dunque legata più alla cronaca che a una seria riflessione scientifica: poiché l’abuso era ritenuto una “eccezione”, non si investivano risorse nello studio e nella ricerca di possibili soluzioni.
Negli ultimi venti anni la sensibilità sociale su questo tema è decisamente cresciuta. Innumerevoli sono state le iniziative congressuali, informative e formative che anche in Italia hanno avuto a oggetto il tema dell’abuso all’infanzia. Similmente, le ricerche e dunque le conoscenze in materia hanno fatto passi da gigante, soprattutto a livello internazionale, sia nell’ambito della valutazione sia in quello del trattamento e della presa in carico. L’allargamento della lettura del problema alla famiglia e al contesto di vita del bambino, in particolare, ha permesso di comprendere molti aspetti del fenomeno prima trascurati, iniziando a superare antichi stereotipi che limitavano lo sviluppo delle conoscenze.
Molto resta ancora da fare, però, soprattutto nell’ambito della prevenzione, sia in termini di riflessione, sia in termini di attuazione di progetti di intervento. Il problema dell’abuso sessuale, infatti, assume proporzioni significative anche nel nostro Paese e richiede urgenti azioni preventive, soprattutto se si considerano le gravi conseguenze che può avere nello sviluppo di bambini e adolescenti.
Le statistiche a nostra disposizione indicano che le violenze su bambini non rappresentano affatto un fenomeno marginale, raggiungendo al contrario cifre significative, anche in età prescolare, sia all’estero sia in Italia. I dati relativi alla realtà americana, ad esempio, mostrano come approssimativamente il 10% delle vittime di abusi sessuali abbia un’età fino a 3 anni; tra i 4 e i 7 anni la percentuale arriverebbe a triplicarsi (28.4%) . Dati simili si ritrovano nella casistica delle segnalazioni pervenute alle linee di ascolto di Telefono Azzurro. Nel periodo 1° gennaio al 31 dicembre 2009, il Centro Nazionale di Ascolto di Telefono Azzurro ha gestito 3.014 casi di bambini e adolescenti con problematiche rilevanti. Di queste 637 erano richieste di aiuto relative ai quattro abusi principali: più in dettaglio abuso fisico 42%, abuso psicologico 35,5%, abuso sessuale 14,1% e trascuratezza 8.4%. Nel 2009 gli abusi sessuali segnalati a Telefono Azzurro sono stati 105, di cui 40 su bambini di età compresa tra 0 e 6 anni.
Venendo agli effetti sullo sviluppo, è ormai evidente come l’esperienza dell’abuso sessuale produca conseguenze psicopatologiche più gravi in bambini in età prescolare e che gli abusi avvenuti in età precoce sono associati a un ampio range di sintomi e difficoltà di adattamento , che possono persistere fino all’età adulta. A differenza dei bambini più grandi e degli adolescenti, che presentano con maggiore frequenza sintomi ansiosi e depressivi, i bambini più piccoli manifestano spesso paure, ansia da separazione, comportamenti regressivi, incubi notturni, rabbia, irritabilità e comportamenti sessuali inappropriati; anche i sintomi fisici e comportamentali sono molto diffusi .
E’ facile comprendere come queste conseguenze abbiano evidenti costi non solo in termini di sofferenza individuale, ma anche a livello economico e di sicurezza sociale, richiedendo urgenti interventi di prevenzione. Come sostiene Cohen , «la presa in carico in ogni fase dello sviluppo e la precoce evidenziazione delle difficoltà sono molto più utili ed efficaci – per il bambino, per la famiglia e per la società – di quanto lo possa essere il tentativo di rimediare a una situazione negativa che si protrae da troppo tempo». Intervenire tempestivamente nelle situazioni di grave disagio, come in caso di abusi e maltrattamenti, permette di contenere possibili conseguenze di natura biologica, fisica, psicologica e relazionale, a breve e a lungo termine, che possono arrivare a compromettere la crescita di un bambino.
In questo senso anche la scuola, dato il mandato educativo che le è proprio, è chiamata a intervenire nell’ambito della prevenzione degli abusi e della promozione della salute dei bambini e degli adolescenti.
All’interno di questa concezione ecologica, multidisciplinare e multifattoriale della salute mentale, la scuola è chiamata a dare il proprio contributo al fine di rendere bambini e ragazzi più resistenti alle situazioni di disagio e di sofferenza mentale, ovvero a potenziare la cosiddetta resilience.
La prevenzione primaria nelle scuole
Secondo recenti ricerche internazionali i bambini beneficiano della partecipazione a programmi di prevenzione primaria dell’abuso, poiché acquisiscono conoscenze che li aiutano a proteggersi e abilità che possono aiutarli ad allontanare un possibile abusante. Questi programmi sono focalizzati sull’acquisizione di abilità di comportamento, sul rafforzamento di abilità di auto-protezione e sull’acquisizione di una maggiore consapevolezza delle proprie sensazioni corporee.
Analizzando i risultati delle più importanti ricerche sulla prevenzione all’abuso sessuale, Duane e Carr hanno individuato alcune linee-guida che si dimostrano particolarmente efficaci non solo a breve, ma anche a lungo termine, costituendo preziosi suggerimenti per orientare la progettazione.
In primo luogo, il focus degli interventi preventivi sull’abuso sessuale dovrebbe essere posto sui seguenti aspetti:
Nonostante l’impatto emotivo dell’argomento, tutte le ricerche realizzate evidenziano come questi programmi di prevenzione non abbiano avuto effetti negativi sui bambini: non hanno creato ansie e paure, né comportamenti sessualizzati; al contrario hanno aumentato il senso di auto-efficacia. Questi interventi di prevenzione primaria, inoltre, hanno avuto una ricaduta positiva nel facilitare la rivelazione di eventuali abusi subiti da alcuni bambini.
Al fine di garantire l’efficacia dell’intervento preventivo, oltre ai contenuti, è fondamentale offrire agli insegnanti la giusta formazione sugli aspetti metodologici e sull’utilizzo di tecniche quali il role-playing e la drammatizzazione, sull’utilizzo di materiali audio-video, sulla gestione delle lezioni frontali e dei momenti di discussione.
Qualsiasi intervento di prevenzione primaria che voglia avere un’efficacia a lungo termine, infine, deve necessariamente coinvolgere le figure educative più vicine al minore, vale a dire i genitori. Come si evince da ricerche internazionali , i programmi di prevenzione più efficaci non si focalizzano esclusivamente sul bambino, ma coinvolgono anche le famiglie, attraverso incontri informativi, tavole rotonde, discussioni in piccoli gruppi, finalizzati alla condivisione di strategie educative per affrontare il problema.
Prevenire significa allora potenziare le risorse e i fattori protettivi di questi due ambiti e avviare percorsi che abbiano come scopo precipuo il coinvolgimento di scuola e famiglia, rafforzando l’alleanza educativa tra di esse. Il continuo scambio di esperienze tra genitori e insegnanti permette, infatti, di lavorare secondo linee e obiettivi comuni, rinforzando così i messaggi che i bambini ricevono nei diversi ambiti di vita.
La prevenzione secondaria: riconoscere i segnali
E’ necessario che interventi di prevenzione secondaria affianchino quelli di prevenzione primaria, rivolti all’intera popolazione scolastica. La prevenzione secondaria è da intendersi come il riconoscimento precoce di eventuali fattori di rischio e segnali di disagio presenti nel bambino.
In età evolutiva, la sofferenza si manifesta attraverso una serie di segnali che possono essere colti dalle figure di riferimento: il primo passo che gli insegnanti possono compiere in termini di prevenzione secondaria è dunque quello di imparare a leggere e a riconoscere tutti quei campanelli d’allarme che possono indicare la presenza di una situazione di abuso.
Nella maggior parte dei casi, gli insegnanti si trovano di fronte a segnali comportamentali “aspecifici”, che non sono riconducibili a un particolare tipo di abuso (fisico, sessuale o psicologico) e che più in generale indicano che il bambino sta vivendo una situazione di disagio o sta attraversando un momento particolarmente difficile a livello personale o familiare. Tali segnali sono definiti “aspecifici” proprio perché possono essere riferiti a diversi tipi di situazioni di pregiudizio, che vanno dall’abuso, al maltrattamento, alle difficoltà in famiglia legate a un divorzio o a un’elevata conflittualità, alle situazioni di abuso di sostanze dei genitori o ad altri eventi traumatici.
Per citare solo alcuni di questi segni di disagio comportamentale: significativo e improvviso peggioramento del rendimento scolastico e difficoltà di concentrazione; improvvisi cambiamenti nel comportamento e nelle abitudini; umore negativo duraturo, instabilità emotiva, tendenza all’isolamento; stanchezza cronica, mancanza di interesse; scarsa autostima; iperattività, irritabilità ed inusuale aggressività; continue lamentele fisiche; difficoltà relazionali con adulti e coetanei; comportamenti regressivi, tipici di fasi evolutive precedenti (ad es. enuresi). Se non individuate per tempo o mal interpretate, queste difficoltà possono accrescersi e compromettere addirittura lo sviluppo psico-fisico di bambini e adolescenti.
E’ però anche possibile che un insegnante sia chiamato ad ascoltare il racconto di un abuso subito da un bambino: in tal caso, è necessario che rispetti il suo racconto, i suoi vissuti, i suoi pensieri, il suo linguaggio, evitando di esprimere commenti, pareri o giudizi che potrebbero inibire o distorcere il racconto.
Accogliere il racconto di un bambino vittima di un evento traumatico quale un abuso, non è compito facile, sia per il peso emotivo che comporta, sia per le competenze che vanno messe in gioco. L’insegnante, ovviamente, non è tenuto ad avere competenze specifiche per l’ascolto del minore; dovrebbe però essere consapevole che con il proprio stile relazionale e con le proprie domande, può facilitare o ostacolare il percorso di “raccolta della testimonianza” e di indagine. Una domanda mal posta, un giudizio o una conclusione affrettati, soprattutto con i bambini più piccoli, possono condizionare il successivo iter giudiziario. Meglio allora limitarsi ad ascoltare, offrire il proprio sostegno - l’insegnante non ha compiti di indagine o di valutazione - evitando di influenzare il bambino o di sottoporlo a un “interrogatorio” per raccogliere ulteriori elementi. Non bisogna insistere nel farsi raccontare più volte l’accaduto, né essere induttivi nel porre le domande: è importante che l’insegnante accolga quanto il bambino esprime spontaneamente senza fare troppe domande o comunque utilizzando domande “aperte”, che facilitino il flusso del racconto senza incanalarlo in una determinata direzione.
Per quanto possa essere difficile accettare quanto il minore sta riportando, è necessario non enfatizzare parti del racconto, esprimere la propria ansia o le proprie preoccupazioni; è bene evitare anche di esprimere giudizi sul presunto abusante, specialmente se è un membro della famiglia.
E’ bene comunque ricordare che nell’ambito del contesto scolastico, è possibile sempre e solo parlare di situazioni di “sospetto abuso sessuale”: il rilevamento di uno o più segnali non necessariamente definisce la situazione come di abuso; inoltre tutti i segnali devono essere inseriti in un quadro di valutazione multidisciplinare che non può essere svolta all’interno dell’ambito scolastico, ma richiede l’intervento di diversi professionisti con specifiche competenze mediche, psico-sociali e giuridiche. Si parla quindi di cautela interpretativa, ricordando che nessun segnale preso isolatamente consente la diagnosi, ma ogni campanello d’allarme va letto all’interno del contesto di riferimento personale, familiare e sociale .
La priorità per un insegnante, non deve essere tanto quella di catalogare una situazione di disagio riconducendola a questo o a quel tipo di abuso, ma è quella di saper ascoltare e comprendere che il bambino sta vivendo una situazione difficile, anche cogliendo quei segnali a volte nascosti ma non per questo meno dolorosi. Non deve essere neppure quella di accertare che l’abuso sia avvenuto o meno. Il primo e più importante passo da compiere è quindi quello di riferire il sospetto abuso alle persone competenti: la gestione delle situazioni di abuso richiede infatti una stretta collaborazione tra la scuola e i professionisti nel territorio (assistenti sociali, psicologi, neuropsichiatri infantili, procuratori presso il Tribunale per i Minorenni, giudici, etc). L’intervento isolato ostacola la messa in campo di risposte efficaci non solo alle situazioni di abuso, ma ad ogni condizione di disagio infantile.
La prevenzione terziaria: il ruolo della scuola nell’ascolto e nella cura
Qualora un bambino racconti di essere stato abusato è necessario inoltrare opportuna segnalazione all’autorità giudiziaria, essendo l’insegnante un Pubblico Ufficiale. Ma il ruolo della scuola non può e non deve esaurirsi nella segnalazione. A partire dalla denuncia, infatti, il bambino può essere chiamato a ripetere il proprio racconto a più interlocutori, può essere privato della possibilità di vedere uno dei genitori, nei casi estremi può essere allontanato dalla casa familiare.
E’ necessario, allora, che la scuola si affianchi e sia coinvolta nei progetti di sostegno predisposti dai servizi, contribuendo a rafforzare e promuovere la ripresa del bambino, prevenendo le conseguenze negative che un abuso può produrre.
L’insegnante costituisce un punto di riferimento indispensabile per ritrovare un senso di fiducia e sicurezza. Numerose ricerche , infatti, hanno dimostrato che l’essere sostenuti e supportati da adulti anche al di fuori del contesto familiare è uno tra i più importanti fattori che prevengono l’insorgenza di conseguenze negative dopo il verificarsi di un abuso. Un clima di disponibilità, di ascolto e di dialogo può prevenire l’emergere di difficoltà di adattamento e contrastare la cronicizzazione dei possibili sintomi.
La ripresa di un bambino, poi, passa anche attraverso esperienze positive vissute all’interno della classe, buone relazioni tra compagni, un clima empatico e accogliente anche da parte degli adulti, attività scolastiche creative, l’aiuto ad ottenere buoni risultati scolastici. Questi fattori possono limitare il rischio che il bambino sviluppi una scarsa autostima, si isoli, blocchi le proprie emozioni o sviluppi un senso di sfiducia nei confronti del mondo adulto.
È quindi evidente come la scuola sia importante anche durante la presa in carico terapeutica. Per questo motivo, qualora il bambino sia coinvolto in un percorso di sostegno e di supporto da parte di neuropsichiatri infantili e psicologi, è bene che, oltre ai genitori, anche il personale scolastico sia informato e coinvolto, sostenendo e creando una coerenza tra i diversi interventi a sostegno del minore .
La scuola, dunque, è un anello fondamentale e imprescindibile dei tre livelli della prevenzione ed è sempre più chiamata ad interagire con le altre istituzioni che compongono la “rete” dei servizi per l’infanzia, condividendo conoscenze, obiettivi ed un comune modus operandi. è necessario, allora, abituarsi a lavorare insieme, scambiare informazioni e condividere progetti, favorendo le occasioni di confronto e di dialogo.
Conclusioni
Senza dubbio quello dell’insegnante non è un compito facile. Spesso i docenti sono lasciati soli, non sono sostenuti nella gestione di tematiche delicate, che hanno grosse implicazioni a livello emotivo e relazionale. E’ necessaria allora una formazione permanente degli insegnanti, capace di fornire loro nuovi strumenti e di rafforzarli nel loro compito educativo. Gli insegnanti, infatti, sono quotidianamente esposti a nuove sfide e a nuovi problemi legati al mondo dell’infanzia (basti pensare al dilagare negli ultimi anni di fenomeni quali il bullismo o l’utilizzo di internet). E’ però evidente che una formazione centrata esclusivamente sui contenuti e su specifiche tematiche non è sufficiente: per questo diventa sempre più necessaria una riflessione a 360 gradi su problematiche di altro ordine, come la gestione del gruppo classe, la relazione con gli alunni, gli stili comunicativi più efficaci per raggiungere gli obiettivi prefissati. Troppo spesso si crede che un intervento isolato e limitato nel tempo, focalizzato su un’unica tematica (ad es. l’abuso o il bullismo), sia sufficiente ad ottenere i risultati sperati. In realtà, per incidere realmente sul clima relazionale all’interno della classe e sul benessere dai bambini, le normali attività curricolari vanno integrate con strategie didattiche che favoriscano la maturazione di stili relazionali positivi e di abilità prosociali (ad esempio, lavori di gruppo, apprendimento cooperativo, lettura di testi drammatizzata e utilizzo di materiali audio-video).
Per attuare in modo efficace un passaggio da insegnate a educatore, poi, non bastano nuove conoscenze; è invece necessario un percorso di empowerment, sia in termini di apprendimento di nuovi contenuti e abilità, sia in termini di connessione con risorse presenti all’interno e all’esterno della scuola. La scuola, dunque, è chiamata ad essere parte integrante della rete di tutela dell’infanzia .
Il primo passo può essere quello di costituire all’interno del singolo Istituto un’équipe di lavoro, composta da alcuni insegnanti e genitori, che coordini le iniziative finalizzate alla promozione di progetti per la prevenzione del disagio e dell’abuso. Prima di cercare la collaborazione di esperti dei Servizi del territorio, infatti, è indispensabile che la scuola crei al suo interno un’abitudine al confronto e alla collaborazione tra gli insegnanti e con il dirigente scolastico.
Infine, solo attraverso una maggiore formazione interistituzionale e un raccordo più sistematico tra i nodi della rete dei servizi si può contribuire alla diffusione di una cultura dei diritti del bambino. E’ necessario, allora, che la scuola intrattenga una stretta collaborazione con le altre figure che si prendono cura del bambino (e sia da queste coinvolta); che possa partecipare e contribuire attivamente al buon esito di progetti educativi o terapeutici relativi a quel bambino; che possa condividere informazioni, obiettivi e interventi. Poiché il bambino trascorre un terzo della sua giornata a scuola, un possibile successo pedagogico o terapeutico che non sia condiviso con gli insegnanti, non riconosciuto, sostenuto e rinforzato anche all’interno del contesto scolastico, rischia di essere oscurato e contrastato.
Ciò comporta uno sforzo in termini di comunicazione e di comprensione dei reciproci linguaggi e punti di vista: quello del genitore, quello dell’insegnante, quello del preside, quello dello psicologo scolastico, quello del pedagogista, del neuropsichiatria infantile, dell’assistente sociale, del giudice, dell’operatore delle Forze dell’Ordine. Quando ciò non accade la rete si trasforma in un luogo di attribuzioni di colpe reciproche, di insuccessi di cui in realtà tutti sono co-responsabili e la sofferenza del bambino non trova una risposta.
Gli autori
* Ernesto Caffo, Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e direttore scientifico del Master di II livello «La valutazione e l’intervento in situazioni di abuso all’infanzia e pedofilia». È fondatore e presidente dell’Ente Morale SOS Il Telefono Azzurro Onlus, presidente della Fondazione Child e Past President della European Society for Child and Adolescent Psychiatry (ESCAP).
** Barbara Forresi, Docente a contratto di Psicopatologia dell’età evolutiva presso l’Università degli studi di Bologna, sede di Cesena. Dal 2002 è coordinatrice didattica del Master di II livello “La valutazione e l’intervento in situazioni di abuso all’infanzia e pedofilia”. Coordina il Centro studi e ricerche di SOS Il Telefono Azzurro Onlus.
Note al testo
Putnam, F.W., Ten-Year Research Update Review: Child Sexual Abuse. Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, 42, 2003 pp. 269–78.
Kendall-Tackett KA, Williams LM, Finkelhor D., Impact of sexual abuse on children: a review and synthesis of recent empirical studies. Psychol Bull 113, 1993, pp.164–180.
Trickett P, Noll J, Reiffman A, Putnam F., Variants of intrafamilial sexual abuse experiences: implications for short- and long-term development. Dev Psychopathol 13, 2001 pp.1001–1019
Cohen D.J., Caffo E. Development and psychopathology: a framework for planning child mental health. Epidemiologia e psichiatria sociale, n.3, 9 1998
MacIntyre D, Carr A., Evaluation of the effectiveness of the stay safe primary prevention programme for child sexual abuse. Child Abuse Negl. , 23(12) 1999 pp.1307-25.
Duane, Y., Carr, A., Prevention of child sexual abuse. In: Carr, A., Prevention: what works with children and adolescents? A critical review of psychological prevention programs for children, adolescents and their families. Hove: Brunner-Routledge, 2002
Caffo E., Camerini G.B., Florit G., Criteri di valutazione nell’abuso all’infanzia. Milano: Mc Graw Hill, 2002
Con il termine “abuso sessuale all’infanzia” si fa comunemente riferimento al coinvolgimento in pratiche sessuali di soggetti minori che, per ragioni di immaturità psicoaffettiva e per condizioni di dipendenza verso gli adulti, non sono ritenuti in grado di poter compiere scelte consapevoli o di possedere un’adeguata consapevolezza del significato e del valore delle attitudini sessuali in cui vengono da altri coinvolti. Il punto di riferimento per tali definizioni in Italia è costituito dalla recente legge sulla violenza sessuale (Legge n. 66 del 15 febbraio 1996) che ha radicalmente modificato la presente normativa; infatti, la nuova formulazione dell’art. 609-bis che sanziona la violenza sessuale ricomprende ora, sotto questa denominazione, tutti quegli atti che la legge definisce come “sessuali” e che un soggetto compie o subisce dietro violenza o minaccia. Ciò ha determinato il venir meno della vecchia distinzione tra la violenza sessuale (che presupponeva la congiunzione carnale) e gli atti di libidine (che includevano invece tutti quegli atti diversi dal rapporto sessuale) e la riunione di tutte le ipotesi in un’unica fattispecie, demandando quindi al giudice il compito di graduare la pena in relazione alla maggiore o minore gravità della condotta; in sostanza ciò dovrebbe consentire di colpire in modo proporzionato al danno arrecato fatti che, pur non comportando una congiunzione carnale, non per questo debbono considerarsi meno gravi.
Fuligni, C., Romito, P., Il counselling per adolescenti. Prevenzione, intervento e valutazione. Mc Graw Hill, Milano, 2002
Celi, F., Psicopatologia del bambino a scuola. In: Lambruschi, F. (a cura di), Psicoterapia cognitiva del bambino. Torino:Bollati Boringhieri, 2004