Numero 4, luglio-agosto 2010


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Internamento pedagogico, con qualche ora d’aria.

 

Roberto Farné

 

Alcuni anni fa, nell’ambito di un progetto di formazione che stavo conducendo con una cooperativa che gestisce servizi per la prima infanzia in convenzione con alcuni Comuni dell’Emilia-Romagna, feci la proposta di sperimentare un modello che definimmo “Nido all’aperto”. Si trattava di impostare l’intero programma educativo sulla centralità nell’uso degli spazi esterni e sulla “sussidiarietà” di quelli interni. La cosa era pensata per le sezioni dei bambini grandi, ma con una gradualità che coinvolgeva anche le altre sezioni. Nidi come ce ne sono molti nelle nostre realtà, dotati di una propria area verde, con spazi all’aperto adeguati e sicuri, anche se il progetto non era pensato solo in funzione dell’uso di questi spazi, ma più in generale dell’ambiente esterno…
La fisionomia delle Scuole dell’Infanzia e dei Nidi che ci è familiare, dal punto di vista della tipologia architettonica dei suoi spazi, richiama l’idea del Giardino d’infanzia Fröbeliano (Kindergarten) cioè di uno spazio educativo in cui la dimensione “naturale” non è solo evocata come metafora pedagogica (il bambino è come una pianta che cresce…), ma ha una propria fisicità didattica in cui il corpo, il movimento, il gioco all’aperto, ma anche l’esplorazione, l’osservazione e la cura dell’ambiente sono dimensioni educative fondamentali da vivere fuori.
I  nostri bambini sono prevalentemente “internati”: in casa e a scuola, con qualche sporadica “ora d’aria”. Il tempo che i bambini trascorrono negli spazi esterni dei nidi e delle scuole dell’infanzia è pochissimo rispetto al tempo che trascorrono all’interno delle sezioni. Perché? Pare che uno dei motivi siano le condizioni atmosferiche percepite come sfavorevoli e il conseguente rischio che i bambini, stando fuori, si ammalino più frequentemente. Poiché si tratta di una “percezione” ci si dovrebbe chiedere se le cose stiano realmente così sulla base di ricerche empiriche; ma perché ci siano ricerche in tal senso, bisognerebbe che ci fossero dei Nidi e delle Scuole dell’Infanzia dove i bambini stanno molto all’aperto e vedere, dati alla mano, l’effetto che fa.
Ciò che si può dire, ricorrendo al buon senso, è che dopo due ore trascorse da 20 bambini all’interno di una sezione, il tasso di antropotossine non rende l’aria che si respira e il clima interno più salubri di quelli che si trovano all’esterno. Ma portare i bambini fuori genera preoccupazione: se è nuvoloso potrebbe piovere, e se è piovuto il terreno è bagnato, se c’è vento si prendono “colpi d’aria”, se è freddo va da sé che è facile ammalarsi (ma quando “è freddo”?), l’umidità fa male ecc. ecc. Eppure noi siamo il “Paese del sole”, certo in Sicilia più che in Lombardia, ma in Lombardia più che in Germania e in Svezia dove i bambini nei Kindergarten fanno attività all’aperto molto più di quelli italiani. “Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento” ha detto Baden Powell, il fondatore dello scautismo, che di educazione se ne intendeva… I Nidi e le Scuole dell’Infanzia, i bambini e le insegnanti, sono ben equipaggiati?
A proposito: come andò a finire quel progetto di “Nido all’aperto”? Non andò a finire perché non ebbe inizio: famiglie preoccupate, educatrici perplesse, ansie diffuse. I bambini si accontentino di qualche ora d’aria.

 

Le persone emettono CO2 e vapori di H2O con l'aria espirata, oltre agli odori che emanano dal corpo (antropotossine) con la respirazione, la traspirazione e la sudorazione. E’ la sensazione di “aria pesante”, di fastidio che si avverte quando si entra in un ambiente chiuso dove si trovano diverse persone per un certo tempo. Gli odori del corpo consistono in una miscela di vapori e gas organici che, pur non essendo di per sé tossici, sono oggetto di attenzione e di monitoraggio per le condizioni di igiene e di salute negli ambienti di lavoro.