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È mio e non si tocca! ... Ma come è difficile separarlo dalla sua“copertina di Linus”!
Percorso di vita dell’oggetto transizionale nello sviluppo psicoaffettivo del bambino
Se si afferma che l’oggetto transizionale aiuta il bambino a crescere, è perché lo rende capace di regolare da sé le sue emozioni. Ma il suo valore non è riducibile a un dimensione consolatoria. Esso mostra una varietà di funzioni e “relazioni” tali da farne un suggestivo oggetto di indagine.
Raffaella Rosciano*
Molti e di vario genere sono gli oggetti che sin dalla più tenera età cominciano a gravitare intorno al bambino. Alcuni di essi diventano un’inseparabile appendice, sembrano caricarsi di emozioni intense, acquistano una vera e propria vita. Che sia un ciuccio, una copertina, un fazzoletto, un orsacchiotto di peluche o ancora una bambolina, fino ad assumere gli aspetti meno convenzionali e attesi di un pigiama o addirittura di indumento intimo materno, si tratta di ciò che gli psicologi definiscono comunemente oggetto transizionale.
Se da un lato è oramai consolidata la prassi di lasciar il bambino adottare un oggetto transizionale, non poche sono le preoccupazioni di genitori e educatori allorquando tale uso si prolunga oltre i 4 anni e insinua il timore di un attaccamento ossessivo. Ma come fare a convincere il bimbo a separarsi da questo oggetto in maniera graduale e soprattutto rispettando i suoi bisogni?
Uno studio da me recentemente condotto osservando diversi bambini in famiglia e al nido, per comprendere la natura e l’evoluzione dell’attaccamento dei bambini piccoli a certi oggetti, sembra proporre delle risposte e suggerire delle utili indicazioni.
Se da un lato è legittima la necessità espressa dagli adulti di convincere il proprio bambino a non restare attaccato a un oggetto materiale che può rompersi, sporcarsi, perdersi, questa separazione comporta una reale sofferenza per il bambino e non la semplice rottura di una routine né l’espressione di un capriccio. È necessario dunque muovere da un’attenta riflessione sull’importante ruolo che questo oggetto svolge nello sviluppo emotivo e identitario del bambino.
Come nasce l’oggetto transizionale e perchè?
In molti casi e prima ancora che il bambino nasca i neo-genitori cominciano a preparare un “nido” per accogliere il proprio pargolo. Non è raro vedere nella culla del bimbo, già prima della sua nascita, un morbido oggetto di peluche che lo attende. È il primo compagno che i genitori si premurano di offrire al bambino in segno di accoglienza e per comunicargli la loro attesa e il desiderio di non lasciarlo solo.
Questo atteggiamento non è l’espressione di una moda attuale né una tendenza materialistica: in verità ha radici lontane. Donald Winnicott parla di oggetto transizionale già negli anni cinquanta per dare definizione e spiegazione a questo diffuso fenomeno. Mentre oggi assume in genere la forma di un orsacchiotto, o comunque di oggetti morbidi e colorati, piacevoli al tatto con lembi da succhiare o manipolare, inizialmente si trattava di un semplice lembo di stoffa. La funzione psicologica di tale oggetto resta tuttavia invariata, al di là della finalità materiale a cui risponde. Si trattava un tempo (e alle volte tutt’oggi) di una pezzolina messa accanto al bimbo in culla oppure sulla spalla dei genitori per assorbire i rigurgiti o le tracce di saliva. Questa pezzolina entra pian piano a far parte del corredino del bambino e a stargli vicino continuamente quando succhia al seno, al momento del ruttino, prima di addormentarsi cullato dalle braccia materne, assorbendo gli odori non solo della madre né solo del bambino ma del loro stare insieme. La sua costante presenza diventa rassicurante per il fatto di ricreare intorno al bambino un ambiente ben conosciuto testimone della cura amorevole e presente dei suoi genitori. Queste funzioni di rassicurazione, di testimonianza e di compagnia continuano a essere svolte da questo oggetto man mano che il bambino cresce, partecipando e strutturando questo percorso così delicato.
Osservando il comportamento dei genitori con i loro bebè oppure ascoltando le raccomandazioni o le strategie suggerite a coloro che si occupano temporaneamente del bambino, scopriamo che ogni coppia genitore-bambino costruisce una modalità specifica di relazione, dei comportamenti stereotipati che si ripetono sempre nella stessa maniera e che permettono alla coppia di sentirsi unita e di sperimentare delle emozioni molto piacevoli e rassicuranti.
L’oggetto transizionale per il fatto di esser presente accanto al bambino, anche e soprattutto in questi momenti relazionali intimi, diventa testimone di questa maniera di stare bene insieme. Questo oggetto che inizialmente si trova quasi accidentalmente coinvolto nelle relazione a due finisce col parteciparvi attivamente diventandone lo strumento. Successivamente permetterà al bambino di replicare la stessa attività, di procurarsi le stesse sensazioni e riattivare le stesse emozioni anche da solo, cioè anche quando la mamma non può esser presente
Si osservano ad esempio bambini calmati dalla mamma attraverso un dondolio e l’intonazione di una melodia, che si auto-rassicurano replicando lo stesso movimento e mugolio, altri bimbi rasserenati dalla carezze materne dietro la nuca o sulla fronte che cercano di riprodurre lo stesso effetto strofinandosi il capo sul lenzuolino per riuscire ad addormentarsi. Tipico è il caso del lembo di stoffa usato per solleticarsi la zona tra il naso e il labbro superiore accompagnando la suzione di dito o ciuccio e che richiama esattamente lo stesso stimolo prodotto dal seno materno quando lo sfioramento del capezzolo con questa parte del viso produce nel neonato una reazione istintiva di orientamento.
Quello della suzione è l’aspetto della relazione con la madre più frequentemente riprodotto nell’attività manipolatoria con l’oggetto transizionale ma non è l’unica. É il caso ad esempio di una bimba che riesce a calmarsi strofinando tra le dita una ciocca di capelli della mamma e ha adottato tra i tanti oggetti che la madre le ha proposto per dormire sola, o per non piangere quando lei deve andare a lavorare, due bamboline identiche come oggetto transizionale. Le bamboline gemelle presentano dei capelli simili a quelli materni. La bimba prende a sfregare tra le sue dita a ogni nanna o momento di tristezza le ciocche di capelli di una di queste, al punto da dar loro un aspetto molto particolare che permette alla bimba di riconoscere e adottare come strumento rassicurante sistematicamente solo questa bambolina e non l’altra, seppur inizialmente identica.
L’oggetto transizionale ha l’imprescindibile compito di ricreare la dimensione emotiva (quella sensazione di essere amato, di esser coinvolto in una relazione, di non essere esposto all’ignoto) di cui è stato testimone e strumento. Ma non è finita qui. Se si afferma che aiuta il bambino a crescere è perché lo rende capace di regolare da sé le sue emozioni, cioè di auto-calmarsi, di ricreare questa stessa dimensione emotiva senza bisogno della presenza costante della mamma, semplicemente ripetendo l’attività routinaria grazie all’uso del suo oggetto transizionale.
Questa funzione ha una grande importanza perché aiuta il bambino a superare il dolore della separazione costruendo in più un primissimo livello di autonomia e un sentimento di fiducia. Fiducia nell’amore di una mamma che seppure assente continua a prendersi cura di lui per il fatto d’avergli lasciato un testimone della loro intimità e di avergli insegnato a utilizzarlo per riattivarne le sensazioni. Fiducia nel ritorno della mamma, per cui l’oggetto diventa solo un tampone momentaneo alla sua assenza, che permette di prolungare l’attesa grazie al ricordo vivificato. Costruttore di un sentimento di esistenza, indipendente dalla presenza-assenza dell’altro. Infine, fiducia in se stesso, e nella possibilità di sopravvivere, di far fronte all’assenza di punti di riferimento e di ristabilire un proprio equilibrio emotivo tramite la riproduzione autonoma dell’attività rassicurante maturata nella relazione e grazie a essa.
L’oggetto transizionale nasce dunque nella relazione e grazie a questa. Non è né scelto solo dal genitore né solo dal bambino. Il bambino lo sceglie tra le varie possibilità che il genitore ha creato e messo a sua disposizione più o meno volontariamente. È un oggetto che appartiene al bambino nella misura in cui è lui ad averlo investito di certe funzioni e lo utilizza sistematicamente per ricreare a suo piacimento la situazione relazionale che gli consente di star bene. Si tratta, dunque, del depositario di una relazione, un testimone della dimensione emotiva condivisa in modo esclusivo col genitore, ma anche di uno strumento creato nel corso dell’interazione e utilizzato nel momento in cui il partner è più o meno assente per rivivere simbolicamente le emozioni legate alla sua presenza.
Le funzioni meno conosciute dell’oggetto preferito del bimbo
Col tempo l’uso di tale oggetto diventa talmente sistematico, sia per il ricorso incessante del bambino sia per la proposta continua del genitore, che la possibilità di auto-regolarsi sembra dipendere, a un certo punto, dalla presenza di questo oggetto transizionale e dalla libertà d’accesso che è consentita al bambino. I momenti nei quali fa più ricorso a questo oggetto sono quelli in cui ha più bisogno di avere un punto di riferimento e una garanzia di amore. Non si tratta solo del momento in cui si separa dal genitore e quindi la nanna o il primo giorno al nido. Occorre al bambino ogni qualvolta il suo equilibrio è turbato a causa dell’irruzione di un elemento sconosciuto nel suo ambiente di vita, o nel caso di una nuova esperienza, o di un nuovo incontro per esempio con i compagni o una maestra. Ma ne ha bisogno quando si annoia ed è esposto a questa sensazione di inattività o disinteresse difficile da gestire. Ne ha bisogno anche semplicemente quando deve passare da un’attività a un’altra esprimendo la necessità di un ponte, di un trampolino tra ciò che è familiare e ciò che non lo è. É questa la funzione che si definisce transizionale.
Questo ricorso all’oggetto ogni qual volta il bambino deve far fronte a una transizione permette inoltre di chiarire un’ulteriore funzione che consiste nello strutturare il senso di continuità di sè attraverso tutte le esperienze vissute.
L’oggetto transizionale trasporta con sè il mondo relazionale del bambino e il fatto di averlo costantemente a portata di mano consente al bambino di disporre della totalità delle sue esperienze, delle sue risorse, delle sue emozioni come una sorta di collante interno. È un vero amico, testimone di tutto ciò che vive proprio perché, diversamente persino dai genitori, sta col bambino sempre, anche quando si dorme, persino quando con lui non resta nessuno. Esso diventa parte del suo mondo più intimo, ecco perché cosi spesso si ha l’impressione che facciano tutt’uno e siano letteralmente inseparabili.
La funzione di compagno dell’oggetto transizionale non va trascurata nè sottovalutata perché aiuta il bambino a oggettivare le sue esperienze, a organizzarne la memoria e a costruire un sentimento di continuità di sè, che struttura in una storia unica quei pezzi di esperienze, relazioni, emozioni, vissute in contesti e momenti diversi della giornata, e che rimarrebbero altrimenti dispersi e confusi. Diventa, insomma, un garante esterno del fatto che il bimbo resta e si sente sempre lo stesso al di là di tutti i cambiamenti di abitudini, pratiche, regole e relazioni, insite in ciascuno dei contesti per i quali egli transita.
La relazione identitaria con questo oggetto transizionale crea una tensione contraddittoria intorno a tale oggetto, in quanto il bambino gli si identifica, entra in simbiosi quasi fossero la stessa cosa e al contempo ci si relaziona come un personaggio distinto da sè, come fosse un’amico speciale. La fusione-identificazione con questo oggetto consente al bambino di riappropriarsi in maniera attiva del suo vissuto e di diventare protagonista anche di questo aspetto della costruzione identitaria. Ma gli permette ugualmente di riconoscere le proprie esigenze e i propri stati d’animo e di comunicarli esternamente: è l’orsetto che ha paura, la copertina che si sente sola e non vuol rimanere a casa senza il bimbo, la bambolina che sa e può raccontare cosa è successo al nido. Inoltre è colui che fa coraggio al bambino compiendo le sue imprese, facendo le sue scoperte o dicendo anche qualche volta le sue bugie.
Se è vero dunque che l’adozione di un oggetto transizionale aiuta il bambino a sopportare l’assenza materna, a separarsi dai propri genitori questo significa anche che diventa lo strumento consegnato nelle mani del bambino perché riesca a percepirsi come un’esistenza separata dagli altri, con un suo vissuto, le sue emozioni, la sua volontà, le sue esperienze.
Strumento per costruirsi internamente a partire dalle relazioni vissute ma anche per costruire le sue nuove relazioni.
Il ciclo di vita dell’oggetto transizionale.
Lo studio realizzato intorno agli oggetti di appartenenza del bambino ha messo in evidenza le funzioni dell’oggetto transizionale mettendole in relazione con l’evoluzione dei suoi ruoli e con il sistema di regole e di attese che ne definiscono l’uso. Questo sistema di regole si modifica intorno al bambino e all’interpretazione dei suoi bisogni man mano che cresce. Abbiamo visto come la sua adozione sia inizialmente più o meno volontariamente stimolata dai genitori e auspicata da chi si prende cura del bambino in loro assenza al momento dell’adattamento a nuovi ambienti.
Il bambino comincia a scegliere e decide quale oggetto adottare come transizionale, tra i tanti che gli sono stati proposti, nel momento reale in cui si sente esposto all’ignoto e privato del supporto dei suoi punti di riferimento. Può trattarsi del momento in cui il bambino comincia a dormir solo nella sua cameretta, o quello in cui comincia a dover star separato dalle figure di riferimento, per esempio quando va al nido o anche a stare dalla nonna. Non è neppure tanto raro che l’oggetto transizionale sia adottato al momento di un trasloco o di partire in vacanza. Anche se nella nostra società c’è una maggiore probabilità che questi eventi si verifichino tra il sesto e l’ottavo mese, non esiste un’età precisa che ne determini la scelta, ma piuttosto un certo tipo di esperienze (di separazione) e una certa spinta degli adulti a indirizzare il bambino verso un primo livello di autoregolazione emotiva.
Una volta che la relazione del bambino con tale oggetto è ben strutturata cominciano a farsi significative le pressioni sociali verso il suo abbandono. I genitori cercano di convincere il bambino a separarsene, a non prenderlo sempre con sè e a non “farne una tragedia” in caso di perdita o dimenticanza. Analogamente in molte scuole dell’infanzia, e persino durante l’ultimo periodo al nido, è sempre meno consentito al bambino portare con sè questo genere di oggetti.
Difatti ci si aspetta che il bambino di 3-4 anni sia ormai diventato capace di sopportare l’assenza dei genitori, non sia turbato dalle novità e di conseguenza sia pronto a liberarsi da queste appendici.
Accanto a delle ragioni di ordine pratico (evitare di gestire e ritrovare gli affetti personali di ogni bambino ogni giorno) la ragione educativa di questa nuova istanza è riconducibile alla volontà e all’attesa di coinvolgere maggiormente il bambino negli scambi relazionali e di favorire la sua autonomia affettiva rispetto alla famiglia. In questa prospettiva allora l’oggetto transizionale non è più d’aiuto ma addirittura un ostacolo dal momento che sembra piuttosto favorire l’isolamento del bambino nel suo mondo interiore.
Di pari passo anche l’atteggiamento del bambino si modifica un po’ dopo i 36 mesi. Il ricorso all’oggetto transizionale diventa meno ossessivo: il bambino ha bisogno di sapere che l’ha con sé e che nessun altro può prenderlo, ma non ha bisogno di interagirvi continuamente. Ciò non vuol dire tuttavia che sia pronto a separarsene. Il bisogno di ricorrervi nei momenti di insicurezza, di tensione o di passaggio continua a esser vivo. Contemporaneamente un nuovo comportamento fa la sua comparsa ed è proprio questo a mettere in allarme gli adulti e far loro temere che il bambino si stia progressivamente attaccando a tutto ciò che è materiale anziché svincolarsene. L’oggetto transizionale comincia a duplicarsi, sdoppiarsi, circondarsi di una famiglia di oggetti simili. Le funzioni inizialmente tutte svolte da un unico oggetto, appunto l’oggetto transizionale, cominciano a differenziarsi e a essere assegnate ciascuna a un nuovo oggetto. Alla scuola dell’infanzia si può allora notare il bambino portare ogni giorno con sè da casa un oggetto diverso che, oltre tutto, diventa strumento per attirare l’attenzione dei compagni, strumento di scambio, stimolatore di giochi comuni ma anche provocatore di invidie ed esclusioni.
È così che, progressivamente dopo i 4 anni, l’oggetto transizionale sembra man mano svuotarsi della sua funzione di inseparabile compagno di vita. In realtà il suo significato per il bambino non cambia e oltretutto si intensifica l’atteggiamento fedele e premuroso di protezione. Il bimbo costruisce nel suo lettino un nido per il suo amico del cuore, sottraendolo così in modo inequivocabile agli altri, agli scambi, alle richieste di prestito, e utilizzando altri oggetti, meno importanti dal punto di vista identitario, come strumento di scambio sociale. La differenziazione delle funzioni dell’oggetto transizionale e la loro dislocazione su oggetti differenti permettono al bambino di non rimanere sprovvisto di un valido strumento per gestire le sue emozioni, svincolarsi dall’esigenza della presenza concreta dei suoi riferimenti affettivi, costruire un sentimento d’unità personale, vivere nuove relazioni e di conservarne la memoria, senza dover tuttavia dipendere da un unico oggetto.
Come possiamo aiutare il bambino a separarsi dal suo oggetto transizionale senza soffrire?
La ragione per cui si consiglia sempre di lasciare che il bambino sia pronto a compiere questo passo da solo, senza obblighi e forzature si evince chiaramente alla luce del ruolo che esso svolge nello sviluppo emotivo, psicologico e sociale del bambino. Non si può intervenire su questo oggetto senza intervenire anche su questi processi di costruzione personale del bambino.
Ciò che tuttavia si può fare per aiutare il bambino a seguire il suo percorso personale consiste nel sostenere tali processi di attaccamento, di consolidamento, di differenziazione e infine di lenta simbolizzazione. È controproducente voler evitare che il bambino si affezioni in modo così adesivo al suo oggetto transizionale con l’intenzione di promuovere la sua autonomia e la sua partecipazione sociale. Il bambino ha bisogno di un simile strumento per rassicurasi, separarsi dai genitori, costruire un’idea di sé come di un’esistenza individuale, dotata di volontà, desideri ed esigenze proprie oltre che di coerenza e continuità.
Se l’attaccamento ansioso e ossessivo all’oggetto perdura oltre i sei anni è probabile che tale oggetto non sia stato sufficiente a permettergli di interiorizzare l’immagine amorevole dei suoi riferimenti affettivi in modo da colmare le sue ansie e andare verso gli altri e verso il mondo con un sentimento di fiducia e serenità. In tal caso il suggerimento è di incoraggiare il bambino a vivere a pieno il rapporto con il suo oggetto transizionale piuttosto che ostacolarlo o accelerarlo. Diverso è il caso in cui il bambino non riesce a investire un oggetto di questa funzione perché proprio la relazione, che avrebbe dovuto trovare nell’oggetto il suo simbolo, non è stata vissuta fino in fondo o in maniera sufficientemente sicura oppure perché non si è verificata un’esperienza di reale solitudine e separazione da essa.
Con questo non si intende affermare che tutti i bambini devono possedere un oggetto transizionale per poter crescere sani. D’altro canto diversi studi dimostrano che il 50% dei bambini non mostrano un oggetto transizionale o perché si presenta in forme inconsuete o perché effettivamente non l’hanno adottato. Ciò che resta importante per lo sviluppo psicologico del bambino è che, a un certo punto, faccia esperienza di separazione e che questa non si traduca in un’esperienza devastante ma piuttosto gli offra la possibilità di affrontarla in maniera costruttiva, elaborando nuovi equilibri e progressive autonomie. L’oggetto transizionale resta lo strumento che la nostra società ha elaborato per rispondere a questa esigenza e supportare questo percorso ma ve ne potrebbero esser molti altri.
Quanto di concreto si può fare è riconoscere tali esigenze del bambino, mediarle con le esigenze del contesto sociale nel quale vive, supportando il percorso di sviluppo che il bambino intraprende senza caricarlo di ansie o paure per i rischi che corre.
Questo vuol dire:
In tutto questo percorso non dimenticare mai che il bambino vive delle reali esperienze d’amore anche se con degli oggetti. È indispensabile non solo rispettare queste emozioni ma anche la maniera in cui si esprimono e dunque comprendere la valenza simbolica di tali oggetti. Si ricordi ancora che una separazione diventa accettabile solo se la relazione è stata interiorizzata, cioè se la si porta dentro e niente (nè il tempo, nè la distanza) e nessuno può distruggerla. Questo è possibile se è stata vissuta pienamente e se può esser custodita nel proprio cuore. Non è utile infliggere al bambino una separazione se non per ottenere un attaccamento più ansioso e ossessivo. Più opportuno è aiutarlo con i gesti e le parole a prendersi cura dell’oggetto del suo amore e quindi, per esempio, a lasciarlo a casa perché si sia sicuri che stia bene e che sia al sicuro. Infine un oggetto unico è necessariamente indispensabile e insostituibile. Può esser allora opportuno diversificare gli oggetti e l’uso che il bambino ne può fare per evitare l’irrigidimento e la chiusura. Indicargli con fiducia quali sono le risorse a sua disposizione o le relazioni di riferimento in caso di disorientamento pò essere una buona regola generale di benessere e sicurezza.
* Dottoranda di ricerca, psicopedagogista, educatrice di nido, lavora in Svizzera.