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Sladyana
Gianni Balduzzi
Sladyana è una bambina di tre anni, o poco più, proviene dal Kossovo e conosce soltanto poche parole d’italiano. E’ alta come un soldo di cacio, con lunghi capelli corvini, spesso abitati dai pidocchi, e due occhi neri, profondi e tristi. Abita in una roulotte nel campo nomadi di Cascina Piana e tutti i giorni viene a scuola accompagnata da Denis, un operatore che tiene i contatti fra la scuola e il campo. Non è molto bella da vedere: infagottata in vestiti spesso più grandi di lei, poco pulita, con l’odore di stantio di abiti e biancheria usati troppo a lungo, non attira la simpatia immediata dei compagni, tutti ben puliti e ben tenuti, ma neppure di noi maestre. Gioca sempre da sola, appartata; rifugge il contatto con gli altri, come se si guardasse nello specchio e si ritraesse, consapevole della sua diversità. Quando la chiamo per nome e le rivolgo la parola, mi risponde con uno sguardo assente e si vede che non capisce ciò che le dico. Non ride mai, o almeno io non l’ho mai vista ridere; o, forse, ha sorriso la prima volta che, andando a letto per il riposo pomeridiano, ha potuto abbracciare un panda di pelouche uscito inaspettatamente dal fondo di una vecchia cesta, ma tanto spelacchiato che nessun altro lo voleva.
Abbiamo più volte ripetuto a Denis che … insomma … se l’avessero lavata e cambiata un poco più spesso … Per un pò Denis ha fatto finta di non capire, finché una volta ha risposto, che al campo dove Sladyana viveva non c’era acqua corrente: lui la portava a fare la doccia due volte la settimana, ma di più non poteva fare.
Questa mattina, quando è arrivata a scuola, Sladyana puzzava più del solito: era impossibile starle vicino. Ho chiesto alla bidella di turno, se era possibile fare qualcosa. La dada Luisa l’ha presa per mano, dirigendosi verso il bagno. Sladyana recalcitrava, non capiva che cosa volessero farle, mostrava molta paura; ma la dada Luisa è un donnone grande e grosso e non ci sono state difficoltà ad aver ragione della ritrosia della bambina.
Quando è rientrata in sezione, i compagni hanno lanciato un “Oooh” di meraviglia, e devo dire che anch’io sono rimasta molto sorpresa. La dada Luisa le aveva lavato i capelli, raccogliendoli a treccia, l’aveva sgurata ben bene dappertutto e profumata, l’aveva rivestita con una sottanina verde, un maglioncino e dei calzettini rossi, utilizzando abiti che la scuola aveva raccolto e conservato per qualsiasi evenienza. Solo le scarpe erano rimaste quelle di prima, ma erano forse la cosa migliore che aveva indosso. Sladyana sembrava diventata un’altra: per la prima volta la vedevo con un sorriso che le illuminava il viso ramato e gli occhi divenuti sfavillanti. Si mise a correre per la sezione, mostrando a tutti la sottana, la maglia, persino le mutandine bianche e pulite.
Verso le dieci uscimmo in giardino. Il giardino è molto grande e i bambini, benché piccoli, sanno ormai che non debbono allontanarsi tanto da non vedere più la maestra (o le maestre, quando siamo più d’una) e obbediscono alla consegna. Lasciamo i bambini liberi di correre, di giocare a ciò che più loro aggrada, stando attente che non si comportino in maniera da correre pericoli.
Ho osservato Sladyana, al momento dell’uscita: s’è ficcata in testa il suo cappelluccio sdrucito, s’è avvolta la sciarpa al collo, ma non ha voluto indossare il giubbotto, nonostante fosse fresco, fiera del nuovo abbigliamento. Guardo i bambini giocare a gruppi di tre o quattro. Saldyana passa da un gruppo all'altro, poi, a un certo punto, si guarda attorno con fare circospetto e si allontana; la seguo con gli occhi e la vedo sparire dietro l’angolo della scuola, dirigendosi verso luoghi “vietati”.
Dove starà andando? Mi chiedo un pò inquieta. Prego la collega di guardare un attimo anche i miei bambini e mi avvio per andarla a prendere e a sgridarla (se riesco a farmi intendere) per non avere rispettato la consegna. La scorgo in un angolo lontano del parco, intenta a raccogliere qualcosa. Rassicurata, e incuriosita, mi fermo decidendo che non è il caso di sgridarla, almeno in questo momento in cui mi sembra finalmente felice. Però la chiamo: ormai è ora di rientrare per il pranzo. Con un rapido movimento, come se non volesse mostrare che cosa stava facendo, nasconde ciò che ha raccolto dentro il cappello e se lo calca in testa, coprendo la fronte.
Sladyana rientra, sorridendo e accodandosi alla fila, con uno sguardo furbetto sotto la visiera.
La dada Luisa arriva con il carrello e il pentolone della pasta e comincia a scodellarla. Quando arriva al suo tavolo, Sladyana s’alza all’improvviso, senza che io riesca a intercettarla, e corre verso il bagno: l’inseguo, ma prima di raggiungerla vedo una cosa che mi fa arrestare, senza parole. S’è tolta il cappello, da cui ostinatamente non aveva voluto separarsi andando a tavola, rovescia per terra le margherite che aveva raccolto, incantucciata nell’angolo del giardino, le riordina per farne un mazzolino e ritorna, sempre di corsa, verso il suo tavolo.
La dada Luisa sta mettendo la pasta nel suo piatto. Sladyana la tira per una manica, le porge il mazzolino, puntandola con il dito, come per dire: “Sono proprio per te!”.
Il piatto di Sladyana era il penultimo da riempire: io, se ho voluto mangiare la pasta, me la sono dovuta scodellare da sola.
La dada Luisa era scappata in cucina.