Numero 05, settembre - ottobre 2009


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Le differenze di gener nell'infanzia

A cura di Rossella Ghigi*

 

Negli ultimi trent’anni la realtà sociale occidentale è fortemente mutata. Le madri sono più presenti nel mercato del lavoro salariato, i padri più accudenti verso i figli e più attivi nelle faccende domestiche. Sempre più spesso i loro ruoli appaiono interscambiabili nell’educazione dei figli e delle figlie. Permangono però ancora forti contraddizioni tra un modello culturale di riferimento improntato all’uguaglianza e le concrete situazioni che i bambini anche molto piccoli vivono ogni giorno: sono diversi i giochi che vengono loro proposti; vedono che è la madre che fa il bucato, mentre il padre non lava il bagno e non stira (Istat 2007a); è il corpo della donna molto più di quello maschile che osservano nei media o nelle pubblicità affisse sui muri. I contenuti che vengono trasmessi ai piccoli sono, insomma, fortemente improntati al genere. Quando i messaggi sono esplicitamente rivolti ai minori, d’altra parte, la loro trasmissione è ulteriormente differenziata a seconda del genere dei bambini stessi: “Molti padri accudiscono, ma è ancora molto raro che si regalino giochi di cura o di affettività ad un maschio; i genitori sono ancora molto più preoccupati dell’aspetto esteriore delle figlie femmine piuttosto che di quello dei maschi (in caso di malattie esantematiche, molti genitori temono che alla figlia resti qualche imperfezione estetica, ma non si preoccupano del figlio)” (Seveso 2000, 84). Altre ricerche mostrano che fino ai due-tre anni di età si lascia che i bambini giochino con gli oggetti in casa, permettendo spesso ai maschi di farsi coinvolgere in compiti che riflettono le attività domestiche. Dopo i tre anni si scelgono però giochi differenziati: alle bambine giochi che riguardano la casa, ai bambini giochi legati alle costruzioni o al movimento. E questo processo si protrae lungo tutte le fasi della formazione dell’individuo.
Alcuni ricercatori hanno esplorato la possibilità di minimizzare le differenze di genere attraverso una socializzazione alternativa (cfr. Maccoby e Jacklin 1975), sostenendo che quella biologica fosse solo una cornice sullo sfondo entro la quale realizzare tutta una gamma di possibili dinamiche sociali. La teoria dei ruoli sessuali e la ricerca sulla differenza sessuale che scaturirono da queste posizioni finivano per confermare, secondo le teorie più estreme, una dicotomia biologica che andava invece contestata, e questo sembrava lasciare aperte più questioni di quante non ne risolvesse (Lorber 1994; Rosenberg 1982).


Quale che fosse la prospettiva analitica adottata, in ogni caso, fin dagli anni settanta un obiettivo comune è sembrato profilarsi negli studi sul tema: “La parità di diritti con l’uomo, la parità salariale, l’accesso a tutte le carriere sono obiettivi sacrosanti e, almeno sulla carta, sono già stati offerti alle donne nel momento in cui l’uomo l’ha giudicato conveniente. Resteranno però inaccessibili alla maggior parte di loro finché non saranno modificate le strutture psicologiche che impediscono alle donne di desiderare fortemente di farli propri, sono queste strutture psicologiche che portano la persona di sesso femminile a vivere con senso di colpa ogni suo tentativo di inserirsi nel mondo produttivo, a sentirsi fallita come donna se vi aderisce e a sentirsi fallita come individuo se invece sceglie di realizzarsi come donna” (Gianini Belotti 1973, 9).


Il tema è quanto mai attuale ancora oggi, dal momento che questo obiettivo proposto da Gianini Belotti appare ancora lontano. La recente creazione del Centro di Studi sul Genere e l’Educazione (CSGE) presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università di Bologna non fa che testimoniare l’importanza e l’urgenza dello studio del genere nell’educazione oggi. Una simile iniziativa, promossa con l’obiettivo di creare un interlocutore privilegiato per formatori e insegnanti che si troveranno di fronte alle questioni relative all’apprendimento della mascolinità e della femminilità nel loro lavoro quotidiano, nasce proprio dall’intento di portare alcuni nodi cruciali relativi al genere nell’educazione al pettine dell’analisi scientifica.
Posta la parità di uomini e donne delle future generazioni come fine ultimo da perseguire, la questione resta infatti aperta ancora oggi: l’educazione che diamo ai nostri figli e alle nostre figlie deve contrastare l’organizzazione sessuata della realtà, oppure l’organizzazione sessista della realtà? Secondo alcuni studiosi, la seconda è connaturata alla prima: nel momento in cui si è posta la differenza si è storicamente posta la gerarchia. Secondo altri, è necessario valorizzare la differenza, mettendo in luce le positività di quelle pratiche e di quegli atteggiamenti finora classificati come “femminili”. Un terzo filone di ricerca indirizza piuttosto a una socializzazione “neutra” che non caratterizzi sessualmente alcune attività.


Tutti buoni propositi, ma difficili da mettere in pratica. Appare ancora oggi più facile socializzare una femmina all’attività extradomestica con una Barbie rampante e carrierista, che socializzare un maschio all’accudimento domestico con un Cicciobello che piange o chiede la pappa. Per lo stesso motivo, potremmo anche pensare di dipingere di azzurro la cameretta di nostra figlia, ma non di rosa quella di nostro figlio. Perché? Quanto è ancora intrinsecamente gerarchizzata la differenza? In che modo la differenza tra i bambini si traduce in disuguaglianza tra gli adulti? Indubbiamente il cambiamento è la strada da intraprendere: ma va fatto interrogandoci sul perché di queste maggiori difficoltà. Ovvero interrogandoci quotidianamente sul sessismo latente di ciò che diamo per scontato.


Le pagine che seguono intendono contribuire al raggiungimento di questo obiettivo, approfondendo il tema della differenza di genere durante l’infanzia attraverso il lavoro di ricercatrici in ambiti disciplinari diversi (psicologia, pedagogia, sociologia), alcune delle quali afferenti allo stesso CSGE. Dall’apprendimento del linguaggio alla appropriazione dei ruoli sessuali, dalla categorizzazione sessuale all’influenza della famiglia, del gruppo dei pari, degli educatori e dei media, la socializzazione di genere si apre all’esplorazione di un’ampia rosa di tematiche e contesti. Cerchiamo qui di tracciare lo stato dei lavori, presentando i risultati di alcune ricerche empiriche e fornendo le linee guida per un intervento efficace e competente, che sappia educare le generazioni future ad un nuovo equilibrio nel rapporto tra uomini e donne.

 

L'autrice

* Ricercatrice in sociologia e Responsabile scientifica del CSGE (Centro di Studi sul Genere e l’Educazione) del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” di Bologna.