Numero 6, novembre-dicembre 2008


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Enrico Bottero*

INTRODUZIONE:
ATTUALITA’ DI GIUSEPPINA PIZZIGONI

 

La scuola di oggi ha ancora bisogno di metodi. In questo numero di Infanzia il  focus è dedicato a Giuseppina Pizzigoni e alla sua scuola “Rinnovata”, un esempio organico di metodo di insegnamento, con qualche suggestione per la scuola dell’infanzia di oggi.

Un metodo in senso largo

In questo numero il focus della Rivista è dedicato a Giuseppina Pizzigoni, maestra elementare, e alla sua Scuola “Rinnovata”, fondata a Milano nel lontano 1911. Non si tratta da parte nostra di una scelta di pura rievocazione storica, ma di un esplicito riconoscimento dell’attualità del metodo pizzigoniano. Le idee e le pratiche di Giuseppina Pizzigoni offrono infatti preziose indicazioni alla scuola di oggi e non solo alla scuola elementare, cui la maestra milanese dedicò il suo primo e principale impegno professionale, ma, come si vedrà, anche alla scuola dell’infanzia.
Quali sono i motivi che ci inducono a parlare dell’attualità di Giuseppina Pizzigoni? In primo luogo, Giuseppina Pizzigoni, insieme alle sorelle Agazzi, è uno dei rari casi italiani di protagonisti della storia dell’educazione provenienti dal ruolo delle scuole pubbliche. Oggi si parla molto dell’insegnante “professionista riflessivo”, ovvero di un soggetto capace di riflettere sulla propria esperienza anche al fine di elaborare pratiche sperimentate da consegnare alle nuove generazioni di colleghi. E’ proprio ciò che fecero molti  “pedagogisti-insegnanti” in tutto il mondo, soprattutto nel corso della felice stagione dell’attivismo didattico. Oggi questi casi sono piuttosto rari e ci mancano le grandi sintesi metodologiche. Eppure di “metodo” a scuola c’è sempre bisogno, ancor più di ieri. Il metodo, in senso generale, ci dice Giuseppina Pizzigoni, è un modo di fare le cose seguendo un certo ordine o determinate regole. Jean Vial, in tempi più recenti, ha ripreso una concezione analoga: «Noi intendiamo per metodi di insegnamento le teorie e le pratiche coerenti che permettono l’assimilazione di  conoscenze o di nozioni, l’apprendimento di gesti o di abitudini, la formazione della mente» . Dunque il metodo coinvolge  ogni aspetto dell’attività didattica (spazi, tempi,  mezzi, materiali, ruolo dell’insegnante e dell’alunno, ecc.). Non si deve perciò confonderlo con specifiche strategie di insegnamento (insegnamento della lettura e della scrittura, della matematica, ecc.) che ne costituiscono  solo un aspetto, lasciando spesso fuori i fattori organizzativi e di contesto.
Con Pizzigoni, come ricorda Cesare Scurati nel suo contributo, abbiamo a che fare con un’idea ampia e comprensiva di metodo, in quanto «ordinamento sovrastante che orienta e informa gli innumerevoli “metodi” (regole del fare) in cui si attua l’attività quotidiana  a scuola». Perché un metodo abbia  successo è dunque necessario che coinvolga un’intera scuola in quanto struttura organizzativa interdipendente. Si potrebbe obiettare che il rischio dei metodi così strutturati è quello di fossilizzarsi in un canone, in una “scuola” con propri adepti, troppo fedeli alla lettera dell’insegnamento del capostipite, con il risultato di una chiusura al cambiamento. Il rischio c’è e va tenuto presente ma credo che vada comunque corso perché rinnovare e far crescere i metodi di insegnare e di educare è una pratica sociale che investe l’organizzazione. L’individualismo (magari nascosto dietro la bella espressione di “libertà di insegnamento”) non ha mai pagato né migliorato  alcunché, ma ha solo approfondito gli steccati e mantenuto l’esistente. Il gruppo docente di una scuola ha bisogno di condividere senza che vengano meno le naturali differenze individuali. Il metodo, con le sue pratiche, i suoi riti e i suoi materiali, è questo cemento  e come tale serve sia a permettere le innovazioni che a far crescere il gruppo professionale che se ne assume la responsabilità. L’alternativa è il brancolamento nel buio, con l’esito frequente di consegnare la scelta delle pratiche all’empiria dei singoli, siano essi  insegnanti o genitori, o a un’autonomia scolastica priva di coordinate pedagogiche capaci di orientare le scelte e perciò preda inconsapevole delle più strambe domande del “mercato”. Certamente il metodo non deve essere “rigido”. Il gruppo che vi aderisce dovrà essere così aperto da garantire l’innovazione delle pratiche in presenza di nuove condizioni storiche e ambientali. E’ certo, tuttavia, che da pratiche sperimentate e condivise si dovrà sempre partire. Solo così si  potrà evitare di costringere i futuri  insegnanti a entrare in una classe  senza sapere da che parte iniziare.

 

La Rinnovata, scuola a metodo didattico differenziato

Se tutto ciò è vero, si deve guardare con rispetto e attenzione alla coraggiosa battaglia che Giuseppina Pizzigoni intraprese per ottenere dagli Enti Pubblici l’apertura della scuola “Rinnovata” e successivamente il suo riconoscimento come scuola a metodo didattico differenziato. Il riconoscimento ha permesso di dare  sostanziale continuità all’organizzazione didattica prevista dalla fondatrice  e soprattutto  di formare al metodo gli insegnanti che aspiravano a insegnare presso questa scuola attraverso specifici corsi riconosciuti dalle autorità. I corsi non sono più stati autorizzati dal 1991\1992, con la conseguenza di mettere in difficoltà tutta l’organizzazione didattica della scuola (si veda, a questo proposito, il contributo di Anna Gima Manicone). E’ probabile che questa scelta sia stata dettata da ragioni più che comprensibili, forse legate alla compatibilità tra le scuole a ordinamento speciale come la Rinnovata e il nuovo quadro venutosi a determinare con l’autonomia scolastica.
Sono convinto che sia comunque possibile trovare un nuovo quadro che permetta alla Rinnovata di continuare a funzionare mantenendo la sua specificità (e magari di far crescere la sua esperienza anche grazie al contatto con altre scuole). Ciò determinerebbe un indubbio arricchimento per la scuola tutta. Vi si affacciano, infatti, nuove generazioni di insegnanti che,  più che di cumuli di corsi modulari sulle più disparate discipline accademiche, hanno  bisogno di riferimenti didattici provati dall’esperienza dell’insegnamento, di modelli pratici e, perché no, anche etici, da cui partire.
L’attualità di Giuseppina Pizzigoni non è solo legata a una visione “larga” del metodo ma riguarda anche le specifiche scelte didattiche. Il suo metodo ha infatti contenuti innovativi ancor oggi di grande interesse. Vediamone brevemente alcuni, rinviando ai testi del focus per i singoli approfondimenti. Nella concezione pizzigoniana di una scuola che superi i vecchi metodi trasmissivi assumono un ruolo centrale i fattori di contesto: l’organizzazione dello spazio (ad esempio, la costruzione di un edificio scolastico ad hoc) e del tempo (l’organizzazione della giornata scolastica  a tempo pieno con un’articolazione adeguata ai ritmi dei bambini), una ricca dotazione di materiali didattici, il gruppo docente (docente tutor più docenti specialisti).   
Il tutto si fonda su due principi pedagogici. Il primo è la necessità di dare più spazio nella scuola alle attività pratiche e artistiche (attività manuali, artigianali, costruttive, espressive, ecc.)  sia  per il loro valore intrinseco (il valore educativo del “lavoro”, del fare), sia per la loro capacità di introdurre con gradualità alla dimensione intellettuale. Il secondo è la scuola all’aperto,perché una scuola che voglia essere attiva deve guardare anche al territorio come ambiente educativo (sia l’ambiente naturale che quello antropizzato). Ecco allora  la cura della salute fisica, le coltivazioni, l’allevamento degli animali, le visite e le uscite, tutti elementi che hanno costituito nel tempo la cifra distintiva della scuola Rinnovata. Da questo slancio innovativo, iniziato nella scuola elementare, è stata coinvolta anche la scuola dell’infanzia. Aperta nel 1927 con intenti prevalentemente socio-assistenziali, ha assunto sempre più i tratti di un’innovazione didattica  articolata  e strutturata.

 

I contributi del nostro focus

  La specificità dell’asilo pizzigoniano emerge in modo particolare nei contributi di Olga Rossi Cassottana e di Sandra Chistolini. La prima, autrice delle più recenti monografie su Giuseppina Pizzigoni, frutto di approfondite e accurate ricerche sui testi, anche inediti, della fondatrice, ripercorre le caratteristiche fondamentali del “metodo sperimentale”: il superamento del metodo trasmissivo, la centralità dell’idea di lavoro (centro di interesse di tutta la didattica), il ruolo fondamentale dell’insegnante (messo in ombra da alcuni attivisti), il tempo-scuola, l’ambiente-mondo e il contatto con la natura (vero e proprio catalizzatore di tutte le esperienze, con conseguente rinnovata attenzione agli studi geografici, scientifici e all’educazione fisica). Viene quindi indagata l’identità dell’asilo pizzigoniano: importanza della motivazione a scrivere e conseguente ostilità nei confronti di un precoce insegnamento della lettura e scrittura, importanza dei piccoli lavori e del materiale didattico accanto al gioco e al disegno libero, ecc.
 Sandra Chistolini,  autrice di recenti studi su Giuseppina Pizzigoni, dopo aver esaminato il senso della riforma introdotta dalla maestra milanese, segnata da una profonda attenzione all’infanzia, ripercorre le pratiche del suo asilo attraverso  le conversazioni  avute con Sara Bertuzzi, insegnante esperta del metodo nella scuola dell’infanzia, oggi in pensione. Emerge un quadro autentico dell’evoluzione nel tempo dell’asilo  pizzigoniano  visto attraverso gli occhi di una protagonista. Si va dall’incontro con il  metodo della fondatrice con i suoi corollari di rispetto del bambino e di attenzione alla creatività e al mondo naturale fino alle esperienze più recenti: la gestione della disciplina, il rapporto con le famiglie, l’attenzione ai bambini di tre anni, la collaborazione con gli esperti (pedagogisti, psicologi, medici, pediatri, agronomi, architetti, ecc.). All’impegno paziente e puntuale di Sandra Chistolini e alla disponibilità di Sara Bertuzzi dobbiamo anche  la ricca documentazione fotografica che accompagna questo focus, vera e concreta testimonianza analitica del materiale  e delle attività dell’asilo pizzigoniano.   
Cesare Scurati, che da tempo dedica la sua attenzione alla pedagogia della maestra milanese, orienta il suo sguardo verso un panorama generale sul metodo ideato dalla Pizzigoni, mettendone in luce gli aspetti innovativi di maggiore attualità. In primo luogo, l’idea di metodo, di cui s’è già detto, inteso come ordinamento generale che informa tutti gli aspetti più specifici delle attività di scuola. Quindi l’idea di scuola “elementare” come  scuola di nobilitazione del popolo, che prende definitivamente le distanze da  una concezione elitaria degli studi e della cultura. La scuola diventa il “lavoro” del bambino, il suo impegno morale e civile. Infine la scuola “materna”, fondata sì sull’assistenzialità ma con una chiara presa di distanza rispetto a una visione meramente  preparatoria.
Gli altri  contributi del focus  vengono da uomini e donne di scuola che  operano o hanno operato presso la Rinnovata e che hanno approfondito diversi aspetti del metodo pizzigoniano. Donatella Musella, insegnante della Rinnovata, dopo aver ripercorso brevemente la vita di Giuseppina Pizzigoni e la storia della scuola fino a oggi, individua alcuni principi base del metodo “sperimentale”: priorità alla sperimentazione personale del bambino, predisposizione attenta dell’ambiente, priorità alla costruzione della personalità e allo sviluppo dell’autonomia del bambino, il “mondo” come  scuola. Di qui discendono specifiche scelte organizzative: l’orario, i laboratori, le uscite  didattiche...
Franca Zuccoli, insegnante della Rinnovata,  concentra la sua attenzione sull’ambiente e sui materiali della scuola. Emerge così la singolarità del caso “Rinnovata”, una scuola interamente progettata e costruita secondo le indicazioni pedagogiche della sua fondatrice: attenzione estetica, facile accessibilità agli spazi esterni, attenzione alle esigenze fisiche dei bambini, inseriti in una vera e propria comunità operosa e attiva. Attenzione particolare, secondo Franca Zuccoli, merita anche il materiale di sviluppo dell’asilo infantile.
Anna Gima Manicone, anche lei insegnante della Rinnovata e, come le colleghe, studiosa del metodo, dedica il suo contributo alla formazione dell’insegnante. La consapevolezza che il rinnovamento della scuola debba partire dagli insegnanti induce la Pizzigoni a dedicarsi con impegno alla formazione culturale, psicologica e metodologica dei docenti. Nasce di qui l’ambizioso progetto del corso magistrale di differenziazione didattica secondo il metodo Pizzigoni, con lo scopo  di formare nel maestro/a la coscienza didattica affiancando studio teorico e tirocinio.
Giorgio Galanti, già dirigente scolastico della Rinnovata, mette in luce la centralità dell’esperienza nel metodo pizzigoniano, con  conseguente rivalutazione degli aspetti organizzativi,  ricondotti al loro ruolo specifico di modellatori dell’esperienza stessa. Un altro concetto che caratterizza l’esperienza della Pizzigoni, secondo Galanti, è la “cura”: cura nella costruzione della sua scuola, cura nell’ascolto, cura nella relazione affettiva, educativa e umana. La cura è la vera e propria linfa vitale di ogni metodo che voglia essere attivo, ovvero fondato sul protagonismo dei soggetti implicati nella relazione educativa e didattica, siano essi insegnanti, bambini o genitori.
Per chi fosse interessato ad approfondire, in calce al focus pubblichiamo una bibliografia sintetica su Giuseppina Pizzigoni e la Rinnovata. Il lettore vi troverà le opere di Giuseppina Pizzigoni, ormai esaurite, e un elenco essenziale di studi fino agli anni più recenti.
Con  questo focus, grazie alla collaborazione degli autori che hanno accettato con convinzione la nostra proposta, crediamo di  aver offerto un panorama, certamente incompleto, ma comunque significativo, di una delle più interessanti esperienze didattiche della scuola italiana nel secolo appena trascorso. Giuseppina Pizzigoni costituisce un raro esempio di coerenza tra visione pedagogica e scelte didattiche concrete. Non va dimenticato che la coerenza tra idee e pratiche è un tratto fondamentale e ineludibile del lavoro pedagogico Senza la visione pedagogica c’è la dispersione delle pratiche, magari singolarmente interessanti, in mille rivoli privi di una coerenza generale, senza le pratiche c’è il rifugio consolatorio e narcisistico nelle astrazioni. C’è, invece, in Giuseppina Pizzigoni un’idea di educazione del “popolo” (morale, civile, culturale) che si mette subito e senza indugi alla prova dell’azione. Ancor prima che le sue singole scelte didattiche, questa coerenza è una delle sue principali lezioni. A tutti noi l’impegno di raccogliere il testimone  e di  andare avanti su questa strada.

 

 

* Dirigente scolastico comandato presso l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica, nucleo  regionale ex Irre Piemonte.

Vial, Jean, Histoire et actualité des méthodes pédagogiques, ESF, Paris, 1982.