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I tagli: un’arma a doppio taglio
Roberto Farné
C’è una parola che ultimamente viene scritta, detta, urlata e variamente declinata nel mondo della scuola, dentro e fuori le sue aule: Tagli. Una parola ambigua nella sua accezione di verbo (tagliare) e di sostantivo (taglio). C’è chi decide di morire tagliandosi le vene; in passato si era condannati a morte col taglio della testa; una dose di droga tagliata può provocare la morte di un ragazzo e tagliare la strada può essere molto pericoloso. Ma c’è dell’altro: il taglio del fieno in montagna è segno della primavera, tagliare il traguardo significa comunque arrivare alla meta, il taglio dei vini è una scienza e un’arte enologica per ottenere vini pregiati, tagliare i rami secchi è un’operazione necessaria per migliorare la produttività di un albero da frutta e di un’azienda. E poi ci sono i tanti significati di questo termine i senso figurato (l’arma a doppio taglio, colpire la palla di taglio ecc.). Ce n’è abbastanza per suggerire esercizi e giochi di educazione linguistica che, a partire da questa parola, provocherebbero un po’ di sana animazione anche all’attività didattica di un insegnante, oltre che a quella sindacale e politica.
Questo per dire che la parola “tagli” andrebbe pronunciata e usata con buona competenza, perché è ambigua, rischiosa, perché quando si taglia ci si può tagliare. Nelle attività di laboratorio con i bambini tagliare è un’attività normale ed essenziale, ma si insegna loro che è importante lo strumento (il cutter o le forbici, piccole o grandi) e come lo usi in rapporto al materiale; il bravo Muciaccia in Art Attack raccomanda sempre di usare le forbici con le punte arrotondate… Tagliare, inoltre, non è mai un fine ma un mezzo, perché a questa azione segue il “cucire” (taglia e cuci) o l’incollare (taglia e incolla, lo si fa anche su computer con testi e immagini…). Bisogna saper tagliare bene, perché anche da questo dipende il buon esito delle fasi successive del lavoro: è ciò che deve sapere un sarto, un chirurgo, un falegname. Ciò che si insegna e si impara nelle attività di laboratorio in cui si usa “tagliare” è da una parte tagliare in modo da produrre meno scarto possibile (c’è spreco anche quando si taglia), dall’altra riutilizzare al meglio il cosiddetto materiale di scarto. Lezioni eccellenti su questo ci vengono dall’arte contemporanea e anche da certe industrie che producono a partire dai materiali che altri scartano. Per chi voglia lasciarsi andare ai “tagli”, non mancano le suggestioni letterarie e cinematografiche: mi viene in mente il malinconico racconto lungo (o romanzo breve) Il taglio del bosco, di Carlo Cassola, e la fiaba cinematografica di Tim Burton: Edward mani di forbice. Non me ne voglia il ministro Tremonti, ma la mia fantasia si diverte un po’ a immaginarlo come una sorta di Edward “condannato” a tagliare tutto ciò che gli capita sotto mano…
Personalmente, ma chiunque potrà esprimere pareri diversi su questa rivista, non sono per principio contro i tagli nel mondo della Scuola e dell’Università, ma bisogna sapere cosa viene dopo, cosa si vuole costruire sulla base dei tagli, perché è solo in base a questo che i tagli possono essere giudicati adatti, necessari, o inutili e pericolosi. Questo è il punto: il progetto di scuola che vogliamo. Non si tratta tanto del progetto che cala dall’alto, ma di quello che dal basso, cioè a partire dalla scuola stessa e dai suoi insegnanti si riesce a costruire in una determinata comunità, dove vale il principio dell’agire localmente e pensare globalmente. Le esperienze e i progetti che hanno segnato la storia dell’educazione, della scuola e dei suoi metodi sono nati così: la scuola di Barbiana, la “casa dei bambini” al quartiere S.Lorenzo di Roma, l’asilo di Mompiano in provincia di Brescia, la scuola “Rinnovata” di Milano, gli asili di Reggio Emilia ecc.
E’ per questo che dedichiamo il Focus di questo numero di Infanzia, che occupa eccezionalmente tutta la prima parte della rivista, a uno di questi esempi eccellenti di costruzione di un progetto educativo, di un metodo e di una identità pedagogica nella quale si riconoscono coloro che attivamente vi hanno partecipato: quello di Giuseppina Pizzigoni e della scuola “Rinnovata” di Milano. Per dire che l’educazione si identifica con l’atto di costruire, non con quello di tagliare; ma sta a noi dimostrare che nelle nostre scuole siamo capaci di progettare e realizzare “buone costruzioni”. Questo non sempre avviene e comunque avviene a livelli molto diversificati. Quando un edificio mostra delle crepe vistose o rischia di crollare si può dire che la colpa è degli ingegneri, del progetto, dei muratori che hanno lavorato male, di chi ha “tagliato” sui costi del materiale. Siamo al corto circuito delle responsabilità e delle colpe. Come per la scuola: se non va bene di chi sono le responsabilità?
E allora serve cominciare a rompere questo corto circuito, e agire: servono idee e progetti per la scuola, che diventino pedagogia, cioè sistema, teoria e metodo con cui si fa educazione, perché in educazione, fra il dire e il fare non può esserci di mezzo il mare. Anche questo ci ha insegnato Giuseppina Pizzigoni.