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Nessun-luogo a piacimento*
Narrazione, gioco e rappresentazione
di Jack Zipes**
Osservate un bambino in qualunque posto. Non c’è nessun luogo in cui non giochi, e nessun-luogo è quella sfera utopica dove noi tutti siamo liberi di giocare e sperimentare e restare così in contatto al contempo con noi stessi e con il nostro ambiente. Nessun-luogo è quello spazio che viene brevemente designato dai bambini (e dagli adulti) come luogo di gioco, quello che i tedeschi chiamano Spielraum – dove immaginativamente giochiamo con le possibilità e prefiguriamo quello che possiamo fare dei nostri sogni e delle nostre potenzialità. Ma i nessun-luoghi stanno scomparendo; sono stati compressi.
Quando ero bambino, eravamo soliti appropriarci delle strade e giocare a pallone, a pallamano e a molti altri giochi. Guai alle auto che osavano passare da lì! C’erano spazi vuoti e parchi che occupavamo e in cui ci organizzavamo per giocare a guardie e ladri o per costruirci una casa. Ce ne andavamo in giro a giocare da soli, a volte tra i mucchi di immondizia. Ma il gioco è diventato sempre più regolamentato e irregimentato. Gli spazi sono badati, limitati, protetti, posseduti e controllati. Se si gioca, sono gli adulti a determinare le regole. I bambini vengono supervisionati e sorvegliati attraverso l’occhio di una telecamera. Sempre di più le nostre vite vengono controllate e presidiate da quello che Michel Foucalt chiamava l’occhio panottico. Tuttavia, un bambino o una bambina giocherà comunque in qualunque luogo, creerà uno spazio là dove non ce n’è uno, e quel nessun-luogo diventerà il suo spazio anche se solo per un momento – un momento in cui racimola qualcosa di importante e fa esperienza delle proprie capacità, proietta le proprie visioni, si mette alla prova. Andrà in bicicletta e fingerà di essere un pilota in una pista di formula uno, o forse un cowboy in sella al suo cavallo che si affretta ad avvertire gli abitanti di un villaggio di un imminente attacco. Giocherà a pallacanestro da solo in un cortile e vincerà un importante campionato all’ultimo minuto. Si lancerà in una corsa e salterà sopra le lattine per vincere i 100 metri ostacoli alle Olimpiadi. Racconterà alle amiche di un sogno fatto di abiti magnifici e di un ballo a cui ha partecipato, e tutte insieme inizieranno a danzarlo, usando quella storia come stimolo. Una bambina nel suo cortile incomincerà a giocare alla casa, parlando da sola o al proprio cane o a persone immaginarie. Un fratello e una sorella annoiati in spiaggia costruiranno una città e creeranno figure con la sabbia che parlano fra loro o entrano in conflitto. La sabbia è il loro luogo perché la sabbia è nessun-luogo, il luogo di nessuno, e loro lo occupano brevemente per progettare quello e se stessi.
Fino a quando i bambini saranno curiosi, creeranno i propri spazi di gioco o si approprieranno di spazi, perché il mondo è il loro laboratorio, uno nel quale è necessario sperimentare per trovare il proprio posto. Sfortunatamente, la maggior parte della gente non trova mai il proprio posto, un posto di cui si appropria e che può chiamare suo nel senso che lo sente davvero suo. Non è che non lo cerchi. E’ che è stata tarpata da piccola. L’immaginazione di molte persone è stata domata e disciplinata. Le loro braccia e gambe sono state legate. Sono state rese “normali” dalle loro famiglie e scuole. Sono state riempite di bugie e illusioni che promettono un nuovo mondo, un mondo fatto di consumi e che le ha consumate. Le loro menti sono state offuscate e annacquate così da renderle più miti e farle adattare alle condizioni che le circondano senza troppe proteste. Hanno paura di deviare e di essere chiamate devianti. E’ stato dato loro sempre meno spazio per giocare e per diventare fino in fondo se stesse.
Da molto tempo ci stiamo muovendo verso un “nuovo mondo del progresso” con l’idea di perfezionare la mente e il corpo umani e forse di diventare senza difetti ed immortali. Siamo stati spinti ad eccellere e a essere il numero uno in ogni cosa, e ad approfittare di ogni situazione. I genitori investono nei propri figli e pianificano le loro vite perfino prima che siano nati. C’è poco spazio per giocare già dalla prima infanzia.
E tuttavia… I bambini sono per natura sovversivi perché sono per natura curiosi, e se noi come adulti potessimo renderci conto di come usiamo il potere per manipolare i bambini e potessimo imparare a rispettare la curiosità dei bambini, loro crescerebbero attraverso il gioco in qualunque improvvisato spazio, e prospererebbero in qualunque luogo o in nessun-luogo. E forse lo faremmo anche noi.
Le scuole, anche le migliori fra esse, sono istituzioni penali e penose. So che questa è una grossolana esagerazione. Ma sono fondamentalmente basate sui principi e la pratica della disciplina, sia essa fisica o mentale. Le scuole sono sempre state rese tollerabili dal gioco illegittimo dei bambini, che avvenga esso all’ingresso, nelle aule, nei bagni, negli sgabuzzini o nel cortile. In generale, tuttavia, è un tabù giocare contro o con le restrizioni della scuola. Il gioco deve essere assegnato. E deve avere un luogo deputato.
Che cosa succederebbe, però, se la scuola favorisse il gioco non importa dove e lasciasse che i bambini si impossessassero dello spazio e lo trasformassero nel modo che desiderano? Che cosa succederebbe se i bambini collaborassero con gli adulti, insegnanti ed artisti, per formare una sfera pubblica dei bambini in cui ogni bambino ha diritto di esplorare e di immaginare un mondo diverso in cui vivere? Per la verità, sappiamo che cosa accadrebbe, dal momento che ci sono state molte sperimentazioni nell’educazione progressista (in America già dall’inizio del ventesimo secolo) basate sul gioco. I metodi pedagogici fondati sul gioco sono stati esplorati con successo dalla Montessori e dalle scuole di Reggio Emilia diffondendosi nel mondo. Sfortunatamente, queste sperimentazioni non hanno messo radici o non sono state sostenute nella maggior parte delle scuole nel mondo, e noi non abbiamo colto fino in fondo quanto sia significativo il gioco per i bambini. Di fatto, è più importante ora di quanto non lo sia mai stato, in un’epoca in cui l’alfabetizzazione funzionale, l’apprendimento meccanico e le continue verifiche dominano le scuole, che il gioco sia promosso all’interno di tutti gli istituti di apprendimento.
Non è facile, ma vale la pena farlo. Negli ultimi otto anni ho collaborato con artisti-docenti, con insegnanti, con amministratori e con bambini per portare avanti un programma di narrazione e drammatizzazione creativa nelle scuole elementari di Minneapolis e St.Paul chiamato Neighborhood Bridges. L’intento filosofico di base del programma è di animare i bambini così che essi diventino narratori delle proprie vite, giocatori consapevoli delle scelte che compiono e che dovranno compiere. Per fare questo noi, gli artisti-docenti, entriamo in una classe e la trasformiamo con l’aiuto dell’insegnante e dei bambini in uno Spielraum per due ore. Ci sono cinque fasi nel nostro gioco che includono la narrazione e la scrittura improvvisate, la condivisione e l’invenzione delle storie, giochi teatrali, il mettere in scena le storie e la creazione di storie nuove. L’elemento cruciale in questo programma è la trasformazione dello spazio-classe in un nessun-luogo. Per essere specifici, spostiamo tutte le sedie e i banchi alle pareti così che l’aula diventi un’area in cui possiamo sperimentare in qualunque modo desideriamo. Anche se c’è una struttura nel nostro programma, si tratta di una struttura flessibile che rende gradualmente capaci i bambini di prendere possesso dei materiali e dei giochi che noi forniamo. Per me, la parte più interessante delle due ore è quella in cui ai bambini, organizzati in tre gruppi, viene chiesto di realizzare degli sketch basati sulle storie che hanno ascoltato o creato. Viene chiesto loro di andare in tre diversi punti all’interno dell’aula trasformata per discutere le loro storie e come vogliono metterle in scena, come vogliono dividersi i ruoli fra loro e utilizzare gli oggetti che trovano all’interno dello spazio-classe, se ne hanno bisogno per la loro rappresentazione.
Generalmente parlando, il caos più totale irrompe, ma quello che sembra essere caos è in realtà un’esplosione della loro immaginazione, che porterà a nuove intuizioni. Per circa dieci minuti i bambini si muovono intorno, chiacchierano, discutono, provano o non provano, mentre gli adulti osservano ciò che fanno. Solo se nasce un conflitto insormontabile, o solo se loro chiedono aiuto, gli insegnanti e gli artisti-docenti intervengono. Dall’inizio, il loro ruolo è quello di animatori, che introducono giochi, storie e consigli cercando di favorire la cooperazione, il pensiero critico e il gioco immaginativo. In una sfera pubblica dei bambini, gli adulti sono necessari come mediatori e facilitatori, ma il loro scopo è quello di potersi defilare. Devono essere sostituiti dai bambini che creano il loro proprio spazio per giocare e imparano cose sulle loro vite.
E’ affascinante osservare i dieci minuti di prove che i bambini hanno a disposizione per produrre i propri sketch, l’elaborazione in corso d’opera. Spesso i gruppi, dopo che hanno discusso le loro storie per ricapitolarne la trama e dividersi i ruoli, si sfaldano. Alcuni bambini provano; altri cercano oggetti da utilizzare. Due o tre si immaginano in una scena che continuano a modificare. A volte i bambini di un gruppo si mescolano a quelli di un altro gruppo. Non c’è alcuna netta divisione dello spazio mentre gironzolano parlando ad alta voce, cantano o emettono strani suoni. Le loro storie e i loro sketch cambiano in continuazione. Non c’è alcuna sceneggiatura e spesso uno dei bambini funziona da narratore/regista così che ci sia una qualche parvenza di ordine nella loro rappresentazione.
All’improvviso, lo spazio di prova diviene uno spazio teatrale. Due gruppi si siedono per terra e fanno da pubblico. Un gruppo recita di fronte a loro, acquisendo abilità drammaturgiche e imparando ad articolare quel che è stato immaginato. L’intero sketch è basato sull’improvvisazione, e gli accordi presi durante le prove vengono spesso infranti e cambiati durante la rappresentazione, così che anche quel che non era stato immaginato lo diviene. L’imprevisto è la norma.
Ai bambini viene chiesto di riflettere sulle loro recite e sul recitare in generale alla fine delle due ore attraverso un gioco di scrittura. Si tratta di una riflessione che prende spunto dalle loro esperienze, e la scrittura non è un’imposizione. E’ piuttosto una richiesta che passa per lo stimolo a scrivere di ciò che hanno sperimentato. Se glielo si chiede, i bambini recitano, scrivono, disegnano e cantano come niente. Le loro menti sono piene e in fermento, non vuote e spossate. Sono stati accesi e tengono vive le scintille. Diventano disinibiti e creativi anche se sono timidi, una volta che capiscono che nessun-luogo è il loro luogo.
L'Autore