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Comunicazioni per gli studenti
Un palcoscenico per mettersi in gioco. Un percorso di educazione e consapevolezza corporea sulle tracce di M. Feldenkrais**
Ai bambini il percorso serviva a conoscere il proprio corpo, complessivamente e nelle sue parti, attraverso l’esperienza motoria, a divenire consapevoli di quanto avveniva in loro durante il movimento; per gli adulti, capire quanto l’educazione può incidere nello sviluppo della mente in stretta connessione con il corpo.
Aureliana Baldani*
E’ arrivato il momento: mano nella mano genitori e figli fanno il loro primo ingresso nella scuola.
Una figura unica che si avvicina, una fusione di due corpi attorno ai quali l’occhio attento può vedere un’aura di emozioni.
E’ questa immagine complessiva che noi accogliamo, sapendo che dietro le sue quinte ci sono delle storie, un archivio di affetti, sentimenti, emozioni, legami, relazioni, conoscenze raggiunte e in attesa di essere apprese, perché “ogni essere umano […] è un individuo particolare, con le sue peculiarità personali uniche, che fa esperienza in un contesto storico unico in un mondo che ha specifiche opportunità ed esigenze riservate a lui solo”(1).
L’immagine in breve si sfoca, si divide, una parte di essa entra solitaria nella nostra mente e diviene un vissuto, possibile e futuro, che si dilata, di conseguenza il corpo che la caratterizza passa in secondo piano, perché questo elemento tangibile non lo vedremo più come proprietà unica e ben delineata, ma unita a una complessità che si estende e acquisisce senso e significato nelle relazioni che, nel nuovo contesto, si movimenteranno.
Il corpo visibile è simbolo della bambina e del bambino che condividerà con noi, per un lungo tempo, luoghi fisici, emotivi e della mente tipici dell’esperienza della scuola dell’infanzia; un corpo della cui esclusiva tangibilità ci accorgeremo nuovamente e improvvisamente, in un giorno imprecisato, perché un dolore lancinante ci colpirà lasciandoci momentaneamente senza fiato, un fulmine a ciel sereno: “Caspita come pesi, sei finito dritto sul mio povero piede!”
Alle prime esperienze educative, ansiose di stabilire subito un buon rapporto con i bambini, si tende a prendere in braccio i piccoli al loro ingresso nella scuola dell’infanzia, magari sollecitate da mamme più in ansia dei figli, dimenticandoci che questi sono perfettamente autonomi negli spostamenti...
Il tempo e l’esperienza portano a riflettere, a mettersi nei panni della bambina o del bambino e allora ecco l’incantamento: appare una grande piovra sconosciuta che allarga sorridente due dei suoi tentacoli e cerca di intrappolarti, chiuderti in una gabbia; sollevandoti ti sradica da terra e ti impedisce di fuggire e tornare verso chi si sta allontanando (e forse ti sta abbandonando?).
Sperimenti un contatto morbido ma vigoroso e rigido nello stesso tempo, che ti contiene implacabile, avverti un odore diverso perché, si sa, la paura acuisce i sensi: niente di più inquietante può capitare in un momento di cambiamento. Allora sbatti velocemente le ciglia, hai compreso: sorridi, ti avvicini, riduci la tua altezza a livello del bambino per non sovrastarlo, gli parli dolcemente e gli lasci anche lo spazio per rifiutarti, fuggire, oppure accogliere il tuo invito a sperimentare un gioco o un giocattolo, un angolo o un ambiente; volendo potresti permettergli di restare anche fermo sulla porta con gli occhiali scuri dietro cui nascondersi e il cappello calato in testa, come ha fatto per un lungo periodo l’amico Mattia, immobile, in silenzio, con il viso che non tradiva una minima emozione ma con il corpo che dimostrava una notevole chiarezza e determinazione dei propri intenti: io sono qui perché mi hanno accompagnato, non è mio desiderio rimanerci e sfido chiunque a schiodarmi da questo pavimento!
Il corpo custode di sé a protezione del proprio Sé.
Non bisogna temere che questo rispetto non invasivo venga letto dai genitori come incapacità nello stabilire relazioni con le bambine e i bambini. La comunicazione silente ma significante che al momento passa è più importante di un eventuale giudizio adulto: ti guardo, ti conosco, ti accetto, ti rispetto, comprendo il tuo disagio, spero di esserti d’aiuto. La “ricerca in campo infantile ha messo in luce che esiste una conoscenza implicita, più automatica e non riflessiva che si esprime attraverso il nostro corpo senza che ce ne rendiamo conto”(2).
Ciliegina sulla torta: cogliamo distintamente un profondo sospiro di sollievo e una risatina poco contenuta che proviene dalla “nostra provata” schiena: il corpo dell’insegnante si rilassa e ci ringrazia.
Corpo e mente: una prestigiosa sinfonia consapevole
Sembra così facile parlare di corpi e di tutto ciò che li caratterizza, i movimenti, eppure è anche molto difficile comprendere i tanti livelli di coinvolgimento del corpo nella nostra esistenza e percorrere certi un’unica strada maestra di pensiero in cui tuffarsi per individuare ed elaborare prospettive pedagogiche e proposte didattiche.
Dal fermento cognitivo escono sempre più richieste impertinenti, che tra l’altro ci impediscono di condurre in modo spensierato una “sana lezione di educazione fisica” alla vecchia maniera e ci suggeriscono che un normale esercizio di ginnastica è separato dallo stato emotivo e quindi lontano anni luce dal nostro intento educativo.
Allora ecco l’inizio di una cascata di travolgenti dubbi: è la mente e il corpo oppure la mente o il corpo? Ovvero la mente “è” attraverso il corpo o il corpo “è” perché modificato dalla mente? Il cervello, tradizionale o quantico che sia, con i suoi neuroni a specchio, sarà lievito o sale per il corpo? E se fossero insieme collegati in una sorta di feedback evolutivo? E se invece mente e corpo fossero quelle parti concettuali ma non reali la cui somma supera l’intero, cioè se fossero una unità inscindibile? E quanto la riflessione che può scaturire da queste “amene curiosità” incide sulle modalità educative nella scuola dell’infanzia?
Il cammino è lungo e arduo, sicuramente sarebbe più agevole abbandonarsi a ripetere ciò che nel nostro curriculum scolastico abbiamo sperimentato come studenti; se però consideriamo che il divenire è nelle mani degli educatori i quali, notoriamente, sono avventurieri instancabili e inesorabili, allora avviamoci “verso la brughiera della nostra vita, faremo incontri, sperimenteremo, conquisteremo traguardi e vivremo davvero”(3).
Ci addentriamo, un passo dopo l’altro, nel cuore della nostra sceneggiatura educativa variabile e movimentata, così come lo sono il corpo e la mente, con il desiderio, un pò piratesco, di vivere pienamente e alla ricerca di quell’immenso tesoro iscritto nel codice genetico della grande e nobile scuola pubblica italiana: sulle spalle un leggero bagaglio composto solo da due cose: la Costituzione Italiana che all’articolo 9 dichiara “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e all’articolo 33 sostiene “L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento”, e con il “sapere di non sapere” come bussola per la ricerca.
Da anni rodeva il tarlo che mi aveva condotto a un lavorio e una raccolta di stimolazioni per partire nel viaggio del corpo, e quest’ultima non sembrava mai esaustiva, o forse la paura di non essere all’altezza di un così, per me, grave compito, mi permetteva di assommare limitazioni a limitazioni.
Un primo approccio alle percezioni corporee era già stato avviato in precedenza, in un progetto riguardante le emozioni: al suo interno le bambine e i bambini venivano aiutati a gestire le emozioni stesse attraverso la scoperta del piacere e del benessere fisico con esercizi per il controllo della respirazione e momenti di massaggio corporeo, ricevuto e praticato, sia individualmente che a coppie. Ora la cosa appariva più complicata. Dopo una lunga meditazione e complice un sole estivo particolarmente sfavillante, sulla mia mappa di ricerca sono apparse, come per incanto, le indicazioni del percorso che è stato poi intrapreso durante un intero anno scolastico su “Un palcoscenico per mettersi in gioco”(4).
Non si tratta di improvvisare ma di cercare, studiare, valutare, modificare, osservare e… ricominciare da capo. Avanti, l’avventura ti aspetta!
“Oh, Buongiorno!”
“Buongiorno a Lei”
“Sono Moshe Feldenkrais!”
“Piacere, ho già sentito parlare di Lei, da una supplente e nello studio di un Professore a me carissimo … Io sono un’insegnante di scuola dell’infanzia e visto che Lei non è una persona del tutto sconosciuta, se me lo permette, l’affiancherò per un tratto di strada così cercherò, col suo aiuto, di chiarire qualche dubbio che mi aleggia attorno. Conoscendomi, però, potrebbe accadere che ne venga sommersa da infiniti altri, e questo sarebbe l’identico finale di storia che si perpetua ogni volta che desidero un pò di luce.
Quanta altra gente! Scusate ma da dove sbucate? Oh no, lo sapevo! Mai una cosa lineare, la complessità, a volte, è il mio incubo - ma mi piace molto -: Rizzolatti, Boadella, Lapierre, Aucoutourrier, Varela, M.Erickson (5)… che nutrita schiera, mi sento in difficoltà davanti a tante menti eccelse, il timore mi fa venire la tremarella e mi porta a pensare con una manovra di evitamento, che forse era meglio una “sana lezione di ginnastica” alla vecchia maniera!”
Il focus centrale può essere sintetizzato con un termine: consapevolezza; consapevolezza che il nostro corpo, a una prima definizione semplicistica che risale alla dicotomia mente/corpo, partecipa alla costituzione della nostra identità e del nostro vivere in relazione con gli altri; consapevolezza che le nostre azioni e reazioni fisiche e la comunicazione che esprimiamo attraverso il nostro corpo influenzano chi interagisce con noi; consapevolezza, come educatori, dell’importanza che assume il nostro agire attivo, l’agire di chi sa di conoscere e sa essere in grado di reagire alla realtà esterna afferrandone la policromia esistenziale che include e supera il monocromatismo dell’abitudine a lasciarsi vivere e che può essere trasmessa, senza parole altisonanti, alle bambine e ai bambini semplicemente con la nostra presenza.
Muoversi e divertirsi
“Aureliana e Sira hanno scritto nel loro progetto “motricità consapevole”, ma noi non sappiamo neanche che cosa vuol dire, però ci divertiamo molto anche perché facciamo una motoria speciale tutti i giorni. I movimenti sono un pò difficili, le pensano tutte quelle due per complicarci la vita, però sembriamo proprio degli animali veri: la lucertola, il gatto, la rana, l’orso ….
I muscoli della schiena si tirano, le gambe vanno da un’altra parte, ti rotoli su un lato però giri la testa nell’altro, bisogna persino pensare di muovere gli occhi, che di solito fanno quello che vogliono”(6).
Ma perché essere consapevoli? Come abbiamo cercato di sintetizzare blandamente nella programmazione annuale: “perché ciascuno di noi è differente dall’altro, percepisce la realtà e la agisce quindi diversamente e per questo va rispettato, però se non si conosce e comprende se stessi anche nell’esperienza fisica-corporea, difficilmente si potrà astrarre teoricamente il principio del rispetto della diversità e viverla nella convivenza civile”(7). Questo è un aspetto sociale.
“Questa consapevolezza fornisce la capacità di giudizio, di differenziazione, di generalizzazione, la capacità del pensiero astratto. L’immagine di noi stessi si espande e diventa chiara, più fedele a come “dovrebbe essere”; di conseguenza ci muoviamo meglio, pensiamo meglio, percepiamo meglio”(8).
A tre anni le bambine e i bambini apprendono informazioni che giungono loro dall’ambiente esterno, iniziano a categorizzare in modo adeguato le percezioni relative all’organizzazione sia spaziale in rapporto a se stessi (forme dimensioni distanze) sia temporale (tempo durata struttura ritmica) e avviano processi di interiorizzazione e intenzionali, cioè diventano pienamente coscienti di quanto il corpo riceve ed elabora rispetto a sé e al mondo vissuto.
In questa età cominciano a prevalere i movimenti finalizzati, anche se viene mantenuto, in particolar modo nel gioco, il piacere del movimento fine a se stesso. Il proprio corpo viene vissuto consapevolmente come strumento recettivo ed espressivo in cui la percezione sensoriale, il pensare, l’immaginare si intrecciano con l’esperienza quotidiana, favorendo il mettersi in gioco, il miglioramento dell’autostima e il senso di autoefficacia, nonché l’abitudine ad osservarsi e a riflettere, a valutare il proprio comportamento, a creare prime connessioni logiche fra ciò che si percepisce, le emozioni e la loro espressione a livello simbolico.
“Lei prima ha accennato alla ginnastica e visto che stiamo percorrendo insieme il medesimo cammino, le suggerisco semplicemente che questa modalità operativa, conosciuta da entrambi perché, come me, certamente l’avrà sperimentata a scuola quand’era piccola, è molto lontano dall’attuale pensiero educativo che ci guida quotidianamente. È stato compiuto un salto di qualità nel riconoscere l’Altro nella sua interezza ed è per questo motivo che sostengo che non esiste nessuna connessione tra (il mio) metodo […] e la ginnastica. Noi non otteniamo la completa gamma di gioco di ogni articolazione mediante ripetizioni, esercizi muscolari, o aumento di velocità e forza, ma attraverso l’ampliamento e il raffinamento del controllo cerebrale sull’escursione muscolare. Nella nostra tecnica tutto viene fatto molto lentamente e non dobbiamo dimenticarci che “l’uomo nella sua interezza deve muoversi all’unisono” (9) cioè deve mobilizzare “contemporaneamente il pensiero, l’emozione, l’intenzione, i vari segmenti corporei e tutti gli strumenti effettori, armoniosamente coordinati per raggiungere lo scopo” (10).
Sono più sollevata, i bambini, più intuitivi di me, hanno capito bene il senso di questa cosa e ogni mattina si divertono tantissimo in salone: si tolgono le scarpe, indossano le calze antiscivolo e in cerchio, spostandosi in senso orario e antiorario, attivano il rito, perché questa è una motoria speciale che assume autorevolezza solo dopo aver recitato la filastrocca degli iniziati da loro redatta.
Si tratta di fare finta di essere qualcosa d’altro o qualcun altro, di mettersi nei panni di … e agire.
Durante una parte del progetto sono state seguite le indicazioni tratte dal testo Motricità consapevole con i bambini (11) dove sono ripresi i principali movimenti di vari animali, la cui esecuzione segue la tecnica educativa del metodo Feldenkrais: “Attraverso i movimenti di alcuni animali i bambini vengono guidati a capire come loro stessi si muovono e come l’osservazione primordiale della natura può aiutarci a scoprire cose interessanti” (12) .
Ecco che fa il suo ingresso la scattante lucertola. I bambini conoscono bene le lucertole, ogni tanto entrano curiose in sezione e fra rincorse e strilli fuggono disperate, oppure in giardino vengono catturate con i secchielli, mezze soffocate dalle foglie, che secondo i piccoli dovrebbero alimentarle, e quando fra i vari “fammi vedere…!” e “Anch’io voglio vedere…!” riescono a riconquistare la libertà, spariscono senza alcuna nostalgia per l’esperienza vissuta.
Tutti quindi hanno visto i movimenti compiuti dalla lucertola, ma sfido chiunque a ricordarli con esattezza anche perché ai nostri occhi risultano come un susseguirsi di gesti estremamente veloci, perfettamente coordinati e armonici.
Ripetere dunque questi movimenti non è proprio così semplice e più difficile ancora risulta riconoscere e nominare le parti del corpo coinvolte e le sensazioni percepite durante l’azione.
Dire “fa male” questo movimento è esprimersi in modo riduttivo, appare più chiaro se dico “sento tirare il collo” oppure, mentre la lucertola muove il capo, chiedere “ma perché se giro la testa tira la schiena?”. “Tirare” per le bambine e i bambini significava avvertire una maggiore tensione, allora non “fa male” ma c’è un muscolo che mi chiama e mi dice che inizia a intraprendere un lavoro impegnativo e insolito da cui possono avere origine alcuni fastidi.
La lucertola termina il suo ruolo di “tutor posturale” e tutti si rilassano, commentano tra di loro liberamente, perché è un gioco anche se speciale, e si chiude il rito con il cerchio iniziale.
“Il termine postura, che viene nominato in molte occasioni quando si parla di corpo, a volte viene confuso con la posizione statica. Bisogna prestare attenzione perché questo concetto “ha a che fare con l’azione, e non con il mantenimento di una qualsiasi posizione”(13).
E’ vero, spesso nel linguaggio corrente capita di usare le due parole come sinonimi dimenticandosi che la postura, in realtà, è l’atteggiamento spaziale assunto dal corpo umano nel suo complesso a seguito di contrazioni involontarie della muscolatura scheletrica e del differente tono dei gruppi muscolari, e chi come me ha problemi con la propria schiena, sa quanti richiami alla corretta postura giungono dai fisioterapisti.
Dopo i primi giorni di motoria speciale è stato svolto un sondaggio eseguito su tutti i bambini e le bambine della sezione, in merito al gradimento del progetto, da cui è emerso che le impressioni non erano totalmente entusiaste. Per tre partecipanti il piacere era un pò soffocato dal dolore: Gaia V.: “mi fanno male le ossa”; Stefano: “i movimenti fanno un pò male”; Riccardo T: “mi piace, però dopo mi fa male la schiena”.
A tutti gli altri la motoria speciale piaceva molto, soprattutto a Manuel: “perché faccio movimenti facili e difficili”; a Gaia Z. “perché faccio movimenti diversi”. E se per Andrea “ci sono movimenti belli”, secondo Matteo “è bella e non la facevo al nido”.
Comunque tutti intendevano proseguire per vedere cosa ci sarebbe stato dopo. E dopo la lucertola sono arrivati il gatto, la rana e il granchio, l’orso, il leone e la scimmia.
Difficilissima la scimmia e, guarda caso, dopo mesi di imitazione degli animali, proprio due che inizialmente si lamentavano per il “male” sono stati gli unici a impersonarla in modo magistrale: Gaia V. e Stefano si sono presentati con le vesti della nostra progenitrice sull’arena del “Circo Ridicolo” con gli altri “Animali Matti” ricevendo applausi calorosi.
Eh, si! Perché il rito della motoria speciale quotidiana è divenuto sempre più tempo di gioia, con intrusi dell’altra sezione che si dimenticavano di aver chiesto di andare in bagno e partecipavano al gioco.
Dalla gioia alla comunicazione della gioia: facciamolo vedere agli altri bambini. Come? Con tutti questi “Animali Matti” facciamo il “Circo Ridicolo”: queste definizioni sono la sintesi di una lunga conversazione tra le bambine e i bambini snocciolata al termine del periodo di carnevale, e l’influenza si coglie pienamente. Detto, fatto!
“Affiancandola non mi era sembrato che fosse stata così veloce la costruzione del tendone del circo, soprattutto all’inizio quando si è trattato di dividere in settori il vostro salone che ha un’altezza da cattedrale gotica! Ho osservato attentamente il lavoro che avete compiuto tutti insieme e me le ricordo le lunghe strisce fatte con i quotidiani con sopra attaccate delle forme colorate, unite poi insieme per organizzare la sceneggiatura del circo: apri i giornali, incolla i lati corti, scegli i fogli colorati, disegna le forme, tagliale, incollale, avanti così a formare 25 o trenta striscioni, e poi prepara gli inviti con sopra il tendone del circo per i compagni dell’altra sezione … per non parlare dei copricapo e dei trucchi. Mentre le bambine e i bambini pieni di entusiasmo si divertivano mai stanchi in tutto questo lavorio lei e la sua collega ad un certo punto sembravate un po’ pallide e affaticate …”. Devo ammetterlo, signor Feldenkrais, ha perfettamente ragione, il progetto elaborato dai bambini ci ha messo un pò a dura prova.
Davanti all’art director circense che aveva un microfono legato a una caviglia e a un nutrito gruppo di amici col naso rosso da pagliaccio – era questa l’inattesa risposta degli invitati e attenti spettatori che partecipavano alla gioia del gruppo – gli “animali matti” si sono esibiti come il meglio del circo di Montecarlo. Sulle note di un sottofondo musicale un pò marziale non ripetevano degli esercizi ma mantenendo i movimenti e modificandone la sequenza agivano esattamente come gli animali che impersonavano, improvvisando anche a loro piacimento, in totale libertà creativa e suscitando una cascata di risate.
Tutto questo appartiene alla rappresentazione esterna della motoria speciale, ciò di cui le bambine e i bambini hanno avuto piena consapevolezza; quello che realmente è accaduto dentro di loro durante le loro azioni, giustamente, non è stato colto dai piccoli.
Cosa è rimasto occultato alla loro consapevolezza? C’è stata anche una rappresentazione interiore di cui non è emersa coscienza ma che l’occhio educativo poteva cogliere? Cioè quali apprendimenti, quali competenze si sono sviluppate e attraverso quale processo ciò è avvenuto? Risulta evidente che il movimento è visibile ed è facile comprenderne la struttura e l’indirizzo, ma cosa c’è dietro a tutto ciò e in quale relazione il movimento si pone con le emozioni?
Dopo osservazioni condotte all’inizio in itinere e al termine del progetto, sono stati riscontrati cambiamenti sostanziali che, a nostro avviso, superavano decisamente il valore assegnabile alla variabile crescita. Questi cambiamenti potremmo semplicemente definirli come nuovi elementi armonici e tonici nella consuetudine comportamentale.
Il gruppo che si metteva in gioco sul nostro palcoscenico era composto da bambini di 3, 4 e 5 anni. All’inizio, per ciascuno rispetto alla propria età anagrafica, risultava incerta la comprensione e la conseguente rappresentazione dello schema corporeo; il rispetto delle regole seguiva un andamento alternato; l’attenzione ai movimenti dell’altro era occasionale. Se poi si osservava l’abilità di ogni bambino nell’occupare uno spazio definito che tenesse in considerazione lo spazio altrui, anche in riferimento al movimento di ciascuno, il riscontro non era per niente positivo: in poche parole o tutti vicini come un branco di pecore durante la transumanza o meglio ancora scontri deflagranti stile combattimento medievale. Ciascuna bambina e bambino, pur riconoscendo tutte le varie parti del proprio corpo, difficilmente comprendeva la percezione parcellizzata nel movimento di ciascuna di esse, con molte pecche in merito alla coordinazione motoria.
Dopo alcuni mesi abbiamo notato che era migliorato progressivamente il riconoscimento del rapporto fra lo spazio in cui era possibile compiere i movimenti e lo spazio necessario ai compagni per effettuare la medesima operazione, quindi l’elaborazione dell’immagine mentale del proprio e altrui schema corporeo e del loro collocamento nello spazio.
Attraverso la segmentazione dei movimenti i bambini avevano raggiunto una maggiore consapevolezza della presenza in tutto il corpo dell’apparato muscolare e del lavoro compiuto dai muscoli flessori ed estensori per muoversi nella quotidianità, e anche semplicemente per mantenere una posizione eretta a sfidare la gravità.
Le regole erano state perfettamente interiorizzate come indispensabili all’agire e non erano più un peso per la maggior parte delle bambine e dei bambini. Inoltre avevano scoperto tutta una serie di movimenti non stereotipati di cui poter far uso in qualunque momento, utilizzando la coordinazione che avevano acquisito e, dulcis in fundo, disegnavano magnificamente se stessi e gli altri sia in posizione statica che in movimento.
Se fossero state acquisite delle nuove capacità queste non potevano certo essere riscontrate in altre situazioni o in ambiti diversi rispetto alla motoria speciale, invece era visibile in qualunque attività motoria che questo gruppo possedeva competenze diverse e maggiori rispetto agli altri bambini che avevano fatto da spettatori. Ma dietro l’apparenza motoria cosa era accaduto dentro la loro testa?
“Se vuole proprio approfondire l’argomento le suggerirei di indirizzare i suoi studi nell’ambito delle neuroscienze, in particolar modo la potranno interessare i lavori del gruppo di studio di Rizzolatti e Sinigaglia (!4) con le loro ricerche sui neuroni specchio. Vedrà che l’aiuteranno a risolvere molti dei suoi dubbi. Ora, però, mi piacerebbe conoscere anche cosa è capitato a lei, visto che un’esperienza educativa non si conduce mai da soli, e se è veramente educativa permette la coevoluzione di tutti i soggetti che vi partecipano”.
In effetti dottor Feldenkrais stavo un pò uscendo dal seminato con i miei voli pindarici, soddisferò subito la sua curiosità.
E dopo?
Come i bambini anch’io mi sono mossa e dopo tanta teoria ho deciso di passare all’esperienza diretta attraverso una domanda: in che modo si possono acquisire, nuove modalità d’azione?
Il quesito, è ovvio, risulta pertinente non solo per il bambino ma anche per l’adulto.
Se è vero che più un atto percepito assomiglia a uno presente nel patrimonio motorio dell’osservatore più tende a indurne l’esecuzione, allora per sperimentare personalmente una “novità motoria” simile a quella vissuta dai bambini e percepirne le medesime difficoltà, ho deciso di intraprendere uno sport di cui avevo una conoscenza quasi inesistente (e che non distruggesse la mia integrità fisica).
La scelta è caduta sul tennis. Prima lezione. Intenzione, nata dalla presunzione teorica: io osservo attentamente l’esecuzione del diritto così come presentato dal maestro, ripenso e ricostruisco mentalmente la sequenza dei movimenti, impugno la racchetta e voilà… dopo cinque lezioni colpivo tre, quattro palle su dieci e non mi soffermo a descrivere le direzioni che queste prendevano. Disastro totale! Mai come in quello sfacelo ho compreso i bambini che non riescono a … ho desistito dall’idea di smettere e dopo due anni di allenamenti – non molto costanti ma sostituiti da osservazioni di partite – dal livello “frana totale” sono passata al livello “posso giocare una partita, facendo qualche punto, con la certezza matematica di non vincere”.
Mi sono accorta che con l’aumentare della consapevolezza motoria, affinata anche tramite la visione di chi giocava, i risultati miglioravano. Non era solo questione di esercizio, perché al termine di periodi prolungati di inattività i miei movimenti non presentavano importanti regressioni. Se, come abbiamo detto, il focus era la consapevolezza, dopo aver cercato di raggiungere quella tennistica sono passata a una più meditativa: lo yoga che, tra l’altro, i bambini adorano.
Tutto quanto è entrato nell’orizzonte della motoria speciale è stato motivo di apprendimento per me e per i bambini, in un gioco sperimentale di cambiamenti con procedere ricorsivo.
Andiamo oltre la divagazione personale, torniamo al nostro palcoscenico.
Lo spettacolo era finito, ma non il progetto, anche se gli animali erano nel frattempo migrati verso altri lidi. Per i protagonisti di questo percorso e per noi insegnanti il cammino compiuto non poteva concludersi così, ci saremmo sentite un pò vuote, avevamo appreso moltissimo ma ci sembrava ingiusto abbandonare la gioia della motoria speciale semplicemente perché era terminato l’anno scolastico. Così, partendo dall’idea del circo lanciata dalle bambine e dai bambini, la sceneggiatura si è allargata, le coreografie sono cambiate e il cast si è arricchito degli artisti del teatro di strada.
Con la stessa modalità degli animali le bambine e i bambini sono diventati funamboli, equilibristi, giocolieri, clown e mimi, con una differenza di notevole importanza: i movimenti sono stati dedotti dalle stupende immagine che corredano il libro “Musici, giocolieri e saltimbanchi! Arriva il teatro di strada” (15). L’esecuzione del movimento è stata perciò anticipata da una ricerca, cognitiva e dell’immaginario, dell’atto motorio stesso, mutuato da competenze già acquisite.
Questa nuova motoria speciale è quindi proseguita nel corso dell’anno scolastico successivo, creando una continuità nell’immaginario dei bambini. In continuità anche il processo cognitivo, in quanto prima i bambini dovevano imitare dei movimenti, ora invece osservando delle immagini statiche, si impegnavano a cercare di riprodurre le azioni ipotizzate a seguito della visione e a metterle in sequenza, descrivendone poi le sensazioni e rappresentando il tutto, compreso il movimento, in un elaborato personale con i personaggi circensi che, attraverso il collage e altre tecniche inventate al momento, prendevano vita dondolandosi, volteggiando, lanciando cerchi e palline … tutto questo sotto gli occhi sorridenti e un pò scanzonati delle stesse bambine e bambini immortalati all’interno di un grande luccicante tendone del circo, appeso a una parete, a ricordare l’appartenenza al gruppo classe.
Ma non diciamo niente a nessuno di questa novità, altrimenti potremmo essere coinvolti in un’ulteriore conversazione che non riuscirei più a seguire con i miei vanitosi neuroni specchio che ormai stanno facendo piroette e lanci nel vuoto, assicurati dalla rete interneuronale.
Il circo è la testimonianza
del fatto che uomini di popoli
religioni e idee diversi
possono lavorare insieme
per regalare gioia al prossimo
Papa Giovanni XXIII
** 1904 Slavuta (Ucraina) – 1984 Israele. Laureato a Parigi in ingegneria meccanica e elettrica, dottorato in fisica alla Sorbona. Le sue conoscenze scientifiche, la sua formazione nelle arti marziali e poi un incidente al ginocchio, lo portano a elaborare un metodo pratico di lavoro sul corpo che espone in modo organico, nel 1949, nel rivoluzionario libro Il corpo e il comportamento maturo. Dopo anni di lavoro pratico condotto su molti soggetti, si dedica all'insegnamento del suo metodo in Europa, negli Stati Uniti e in Israele.
Note al testo
(1) V.E. Frankl, La sfida del significato, pag. 50, Erickson, Trento 2005
(2) M. Ammaniti, Lezioni di vitalità – Stern: “Così conosciamo attraverso il corpo”, quotidiano la Repubblica, lunedì 9 agosto 2010, pag.33
(3) A. Faeti, Gli amici ritrovati, pag. 36, BUR ragazzi, Milano 2010
(4) Progetto realizzato nella scuola dell’infanzia di Spinadesco (CR) sezione B, in collaborazione con Sira Lagostena
(5) vedi bibliografia
(6) Il pennarello picchiatello, n.1/2007, giornalino scolastico della scuola dell’infanzia di Spinadesco (CR)
(7) Programmazione generale anno scolastico 2006-2007, scuola dell’infanzia Spinadesco (CR) sezione B
(8) C. Poggia P. Giannelli, Motricità consapevole con i bambini, Erickson, Trento 2006
(9) M. Feldenkrais, L’Io potente, pag. 29, Astrolabio, Roma 1985-2007
(10) Ibidem, pag. 169 note
(11) Cit.
(12) Motricità consapevole con i bambini, cit., pag. 51
(13) M. Feldenkrais, L’Io potente, cit. pag. 134
(14) G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006
(15) F. Degl’Innocenti, D. Creminati, Musici, giocolieri e saltimbanchi! Arriva il teatro di strada, Edizioni Corsare, Perugia 2005.
Bibliografia
P. Bertolini (a cura di), Per un lessico di Pedagogia Fenomenologica, Erickson, Trento 2006
D. Boadella J.Liss, La psicoterapia del corpo, Astrolabio, Roma 1986
M. G. Contini, M. Fabbri, P. Manuzzi, Non di solo cervello, Raffello Cortina Editore, Milano, 2006
F. Degl’Innocenti, D. Creminati, Musici, giocolieri e saltimbanchi! Arriva il teatro di strada, Edizioni Corsare, Perugia 2005
M. De Santis, G. Pagani, Intelligenza emozionale e coscienza. Una didattica del cervello, Editrice Ibis, Como – Pavia 2003
M. H. Erickson, La comunicazione mente corpo in ipnosi, Astrolabio, Roma, 1986-1988
M. Feldenkrais, L’Io potente, Astrolabio, Roma 1985-2007
M. Feldenkrais, Il corpo e il comportamento maturo, Astrolabio, Roma 1949 – 1996
V.E. Frankl, La sfida del significato, Erickson, Trento 2005
I. Gamelli, Pedagogia del corpo, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011
A. Lapierre, L’educazione psicomotoria nella scuola materna, editrice La Scuola, Brescia, 1978
A. Lapierre, B. Aucouturier, Il corpo e l’inconscio in educazione e terapia, Armando editore, Roma 1980-1982
C. Poggia P. Giannelli, Motricità consapevole con i bambini, Erickson, Trento 2006
G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, So quel che fai, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006