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Comunicazioni per gli studenti
La rivista Infanzia e la sua scuola: un'intervista inedita a Piero Bertolini*
Fondatore e direttore di questa rivista dal 1973 e fino alla sua scomparsa cinque anni fa, Piero Bertolini ripercorre in questa intervista le tappe fondamentali e le spinte ideali che lo portarono a creare un gruppo che, intorno alla rivista, ha fatto crescere a Bologna una scuola di ricerca e di formazione sulla “Pedagogia dell’infanzia”.
Barbara Bonacorsi*
Che cos'è la rivista Infanzia?
E' uno strumento che il gruppo che seguiva la scuola dell'infanzia all’inizio degli anni Settanta per conto del Comune di Bologna, ha sentito la necessità di fondare, con un doppio scopo. Il primo era riferito a sé stesso, come “Gruppo Infanzia”, nel senso che se qualcuno fa una rivista è obbligato a ripensare alle cose, a discutere su tutti i punti, a individuare una strategia che si potrebbe dire politico-pedagogica, in questo caso una strategia riferita alla scuola dell'infanzia.
Il secondo scopo riguardava la funzione di stimolo per gli insegnanti. La funzione della rivista era di dare uno strumento agli insegnanti, agli operatori affinché aspirassero a fare scuola nel migliore dei modi, considerando la scuola, che allora si chiamava “Materna”, una vera e propria Istituzione educativa e non come Istituzione Assistenziale.
Quindi la rivista è nata con questa duplice funzione. Specie all'inizio, quando scrivevamo gli articoli principali (i numeri erano anche un po' più corti), sugli argomenti fondamentali, ci confrontavamo prima. Ciascuno di noi scriveva l'articolo, poi ce lo passavamo per vedere se c'erano delle osservazioni, delle correzioni prima di pubblicarli.
Questo modo di procedere è andato avanti per un bel pò di tempo. Poi, come sempre succede quando uno cresce, ha mille cose da fare, mille impegni e questa abitudine è quasi scomparsa, anche se il Gruppo Redazionale di Infanzia, ha continuato a riunirsi e continua ancora a farlo, due- tre volte all'anno. Lì si discute su quali sono gli argomenti che si dovrebbero trattare, che tipo di orientamento, secondo noi, sarebbe opportuno lanciare su determinati problemi ecc.
Specie all'inizio, ma non soltanto all'inizio, la rivista voleva anche essere di stimolo per gli amministratori e per i politici. Sia il Nido, sia la Scuola dell'infanzia, specie in Emilia-Romagna, erano tendenzialmente comunali. Poi, quando si è estesa la Scuola Pubblica Statale, c'è stata una minore attenzione alle problematiche specifiche delle Scuole Comunali, ma una maggiore attenzione, per esempio, per gli Orientamenti per la scuola dell'infanzia. Gli Orientamenti del 1991 erano stati tutti preparati anche da noi, promuovendo l'organizzazione di alcuni Congressi Nazionali molto importanti, primo fra tutti quello che si fece a Ravenna e che determinò la pubblicazione di un volume attraverso il quale il nostro gruppo delineò i contenuti degli Orientamenti (1).
Perché e come avete deciso di chiamarla “Infanzia”?
Non ci convinceva assolutamente più la dizione Scuola Materna, proprio per gli equivoci che ci sono dietro a quella dizione. Nel senso che da un lato il concetto di “materna” fa riferimento alla mamma, con l'idea sottintesa che la mamma sa fare anche l'insegnante. Noi riteniamo che non sia così, non lo ritenevamo nemmeno all'inizio e quindi abbiamo sempre sostenuto l'opportunità che gli operatori fossero degli specialisti e dei professionisti dell’educazione. Allora, per riuscire a dare l'idea che questa era una vera istituzione educativa, pari alla scuola elementare e alle altre istituzioni del ciclo scolastico, abbiamo cercato un'altra dizione.
Quella che abbiamo preferito, che adesso poi è diventata di tutti, è Scuola dell'infanzia. All'inizio dicevamo scuola dell'infanzia per comprendere sia il nido sia la scuola materna. Poi il nido ha conservato la sua dizione, e la scuola materna è diventata lei la scuola dell'infanzia.
Si cercò allora di rivendicare l'esistenza di un'Istituzione che fosse Scuola vera e propria, anche per i bambini più piccoli di età compresa tra i 3 e i 6 anni. Il concetto di scuola conduceva comunque a condividere delle responsabilità didattiche e pedagogiche importanti, perché nell'ambito della letteratura scientifica internazionale si insisteva moltissimo sull'importanza di agire su questa fase dello sviluppo infantile, per creare delle buone premesse per il futuro dei bambini e delle bambine.
Secondo noi, a Scuola, il bambino non aveva tanto bisogno di cure materne, perché queste le riceveva dalla mamma, in famiglia, aveva invece bisogno di trovare un Ambiente educativamente stimolante, interessante. Fin dall'inizio eravamo d'accordo sul fatto che lo strumento principale fosse il gioco, un gioco che doveva però essere il più possibile orientato a sviluppare delle competenze che il bambino possiede potenzialmente dentro di sé (competenze sensoriali, affettive, sociali, intellettuali ed altre).
Questa tesi l'ho sostenuta costantemente fino a quando, dal 1991, è stata in fondo assunta se non ufficialmente, in tutta il Paese e nella cultura pedagogica.
Oggi la legge parla di Scuola dell'infanzia.
Chi sono stati i fondatori di “Infanzia”?
I fondatori sono stati un insieme di persone che, all’inizio degli anni Settanta, hanno avuto l'incarico da parte Ettore Tarozzi, Assessore della Pubblica Istruzione del Comune di Bologna, di occuparsi delle scuole dell'infanzia comunali, le quali erano rimaste senza Direttore. Bruno Ciari, che è stato un grande pedagogista, era il Direttore delle scuole dell'infanzia ma morì di cancro quasi improvvisamente, e questo successe il primo anno che io ero a Bologna, nel 1969. Avevamo già avuto una o due telefonate io e Ciari, e mi aveva chiesto se eventualmente ero disposto a dargli una mano. "Non voglio fare il pedagogista da tavolino…", mi disse. Dopodiché lui è stato malissimo, e quando io sono ritornato dalle vacanze estive, era già deceduto.
L'Assessore, che sapeva che c'era stato qualche contatto con me, mi chiamò e mi chiese cosa ne pensavo. Allora io gli buttai l'idea di non avere più un Direttore unico, ma un'Équipe, una Direzione di gruppo e questo Gruppo lo formammo noi, diviso a metà.
Metà era formato da universitari e metà da insegnanti di scuola dell'infanzia comandate in questa struttura che abbiamo chiamato “Équipe di Coordinamento Pedagogico”. Tra le figure universitarie c'erano sia alcuni giovani docenti (io ero meno giovane perché ero già professore ordinario) come Franco Frabboni, Milena Manini e in un secondo momento Andrea Canevaro. Dopodiché affiancammo a queste due/tre persone stabili, alcuni studenti o neo-laureati, che secondo me avevano la stoffa per fare questo lavoro, tra cui Marco Dallari ed Ermanno Mammarella.
Quindi, ci sono state da una parte cinque o sei persone che provenivano dall'università e che avevano un rapporto non con il Comune ma con noi. Dall’altra, invece, c’erano cinque o sei insegnanti, alcuni già di una certa età: Giovanna Pellicciari che aveva un orientamento cattolico, Laura Vighi che proveniva dalle scuole montessoriane, Anna Selva e Odette Righi che seguivano dei modelli più orientati in senso laico. Avevamo bisogno di differenti modelli e formammo questo gruppo che gestì per alcuni anni, insieme, tutta la scuola dell'infanzia di Bologna; questo, diciamo, fino al 1975 - '76. Cominciammo poi, come gruppo universitario, a occuparci della stessa cosa anche a Ravenna, ovviamente con un gruppo di insegnanti di Ravenna. Insomma, avevamo costruito un nostro “stile” di lavoro.
A quel punto noi ci ponemmo il problema della formazione degli operatori. Così con alcuni gruppi di insegnanti di un certo quartiere o di un'altro quartiere, venne fuori l'idea di portare all'Università le insegnanti e persino le dade. In alcuni corsi c'erano degli studenti che si mescolavano con gli insegnanti, in modo che qualche volta noi facevamo parlare gli insegnanti per dire agli studenti: "Guardate che le cose concrete sono diverse da come le studiate…". Allora ci poteva essere l’insegnante che raccontava com'è il bimbo di quattro anni che piange; viceversa gli studenti che avendo studiato certe cose ed erano invitati a parlarne a tutti in un certo modo, creando momenti di confronto molto interessanti.
E’ stato in quel periodo che venne fuori la proposta, non mi ricordo più da parte di chi, di fare una rivista. Io ne parlai con la casa editrice La Nuova Italia, con l'allora padrone che era Ernesto Codignola, un parlamentare del Partito Socialista, molto sensibile sui temi dell’educazione; egli ci spronò a provare. Quindi abbiamo fatto una specie di schema della rivista, abbiamo impiegato qualche mese per capire come dovevamo farlo.
Poi abbiamo cominciato come Comitato Direttivo, dove abbiamo inserito anche qualche altro personaggio non necessariamente legato alla pedagogia, come la psicologa Giuliana Giovannelli, il fisico Marcello Ceccarelli, e quindi partimmo. Invitammo anche qualcuno dei responsabili delle scuole materne delle città emiliane, primo fra tutti Loris Malaguzzi di Reggio Emilia, che dopo un po' fece la sua rivista, Zero-sei (adesso è Bambini), quindi ci abbandonò e noi ci rimanemmo un po' male…
Abbiamo cominciato a espandere la rivista coinvolgendo altre persone, parliamo del 1975-’76, ad esempio Andrea Canevaro, lo facemmo venire qui a insegnare all'Università; per alcuni anni fu uno degli educatori del "Cesare Beccaria", di Milano (2). Il suo inserimento fu molto importante, perché lui man mano si specializzò nella pedagogia speciale confrontandosi con bambini e realtà con particolari problemi.
La rivista, che prima era di sei numeri all'anno, divenne mensile con nove numeri all'anno, perché andava bene sostanzialmente, quindi sentivamo la necessità di rafforzarla. Non ha mai avuto problemi di gestione economica, si reggeva da sola.
Poi c’è stata la crisi, tre anni fa…
Si riferisce al cambiamento della Casa Editrice?
Sì, La Nuova Italia è stata per trent'anni la casa editrice di Infanzia, dopodiché La Nuova Italia è stata acquistata dal Gruppo RCS (Rizzoli - Corriere della Sera), che l'ha tenuta per un anno e mezzo circa e poi l'ha chiusa, di punto in bianco senza una ragione reale. L'editore disse che c'erano problemi di ordine economico, ma il fatto venne interpretato diversamente. Noi eravamo politicamente schierati, nel centro-sinistra, anche se non abbiamo mai fatto politica in senso stretto. Avevamo criticato la Riforma Moratti e qualcuno ha pensato che quella potesse essere la ragione vera. Credo piuttosto che sia stata fatta una scelta puramente economica, perché nel frattempo il Ministero sottoscriveva una serie di abbonamenti (tremila-quattromila abbonamenti, non solo alla nostra rivista) che poi distribuiva nelle scuole, ma a un certo punto questi abbonamenti vennero tagliati. RCS probabilmente si domandò: "Perché facciamo questa rivista?", "Quanto ci guadagnamo?". La risposta fu: "Non ci guadagnamo, però si regge su un buon livello…”.
E la decisione fu di chiuderla.
Dopodiché io ho cercato un'altro Editore.
Alberto Perdisa?
Sì, è un editore di Ozzano Emilia, vicino a Bologna, e quindi ricominciammo con questa nuova Casa Editrice, dopo cinque-sei mesi di interruzione. Questo comportò un certo problema perché molte scuole, invece di scegliere Infanzia che per alcuni mesi non uscì, si abbonarono ad altre riviste. Non solo, ma la RCS ci fece impazzire perché non ci voleva dare l’elenco degli abbonati, e quindi perdemmo dell'ulteriore tempo.
Con Perdisa siamo partiti in gennaio del 2001 e a quel punto abbiamo cambiato non la periodicità ma la collocazione, che prima seguiva l'anno scolastico (e quindi il primo numero era a settembre), invece dal 2001 in poi, il primo numero di Infanzia è a gennaio. Oggi le cose vanno discretamente meglio, anche se è chiaro che siamo entrati in un periodo in cui ci sono meno soldi, da parte dei comuni e delle scuole.
Quali sono i filoni pedagogici e didattici a cui Infanzia si ispira?
Noi abbiamo parlato di un nostro modello pedagogico, chiamato “Pedagogia a Nuovo Indirizzo”. Il nostro scopo fu diprendere il meglio di alcuni orientamenti che già c'erano in atto: quello delle sorelle Agazzi, quello montessoriano, quello che faceva riferimento grosso modo a una pedagogia empiristica, ovvero Freinet e Ciari.
La cosa principale e più difficile fu quella di riuscire a mettere insieme queste tre pedagogie, perché ciascuna di esse diceva delle cose interessanti, ma non complete. La Scuola delle Agazzi riprende tutto l'aspetto emotivo e sentimentale della relazione educativa, nella Montessori abbiamo la centralità dell’ambiente e dei materiali didattici, in Freinet/Ciari c'è tutto il discorso del cooperativismo. Inoltre ci sono dei temi a cui abbiamo sempre voluto dedicare una particolare attenzione didattica, come ad esempio quello della matematica, che abbiamo affidato a Bruno D’Amore e successivamente alla sua assitente Berta Martini.Poi, non in ultimo, abbiamo dato importanza alla ricerca d’ambiente, che ora è seguita da mia figlia Stefania che si è specializzata in questo settore. E ancora c'è tutto un filone legato alla narrazionee alla letteratura per l’infanzia, che comprende anche il teatro e la drammatizzazione. E poi l’arte…
Abbiamo insistito anche su alcuni punti centrali, quali la Programmazione. Se un insegnante vuole fare "una scuola per bene" deve saper programmare secondo diversi principi.
La parte di “Infanzia” relativa all'Angolo della didattica (oggi Esperienze, ndr) che scopo ha nella struttura generale della rivista?
Cerchiamo di presentare i progetti che le scuole elaborano e che mettono in pratica, purché siano letti non come esempi da riprodurre ciecamente, ma come delle testimonianze da adattare al proprio contesto.
Infanzia ha una prima parte teorica, e una seconda parte pratica. Oggi la struttura interna è abbastanza stabile, all’inizio invece c'era un po' di mescolamento... Siccome le insegnanti facevano fatica a trovare delle indicazioni didattiche, cercammo di collegarci alla prassi scolastica, senza per questo fare didatticismo. Perciò la rivista comprendeva una parte di riflessione teorica e una parte di didattica, contenente le testimonianze di esperienze. Poi ci sono le varie rubriche, come per esempio: le Esperienze degli altri, lo Scaffale dell'insegnante, l'Osservatorio politico, le Nostre Istituzioni, le Infanzie degli altri dove abbiamo parlato di infanzie molto lontane: l'Africa, la Cina.
Noi riteniamo sia molto importante concepire non l’Infanzia come categoria, ma le infanzie, non il bambino e la bambina ma i bambini e le bambine.
Era un contesto politico ed economico favorevole quello in cui è nata la rivista Infanzia…
Diciamo che il contesto politico-culturale degli anni settanta era un contesto particolarmente vivace, perché i problemi educativi e dell'infanzia, in particolare, stavano emergendo fortemente. Prima si occupavano di questi problemi gli Enti locali, in modo particolare quelli di sinistra soprattutto in alcune regioni come l'Emilia-Romagna, la Toscana, l'Umbria, le Marche. I partiti che erano al governo negli Enti locali, hanno cominciato a scommettere in maniera abbastanza decisa sulla scuola dell'infanzia, cercando di coinvolgere anche i genitori nella gestione delle istituzioni educative.
L’economia inoltre non andava male, specialmente negli anni settanta e in parte in quelli ottanta. Il boom economico c'era già stato e in Italia il benessere stava crescendo in maniera considerevole. Questo poneva sicuramente molti problemi, ma i Comuni avevano una certa disponibilità economica. Sicuramente il problema più impegantivo era quello di dare ai genitori degli aiuti reali attraverso una rete di servizi sociali ed educativi come scuole materne e asili nido. Poi, dopo l’istituzione della “Scuola materna statale” nel 1969, anche lo stato cominciò a costituire delle proprie Scuole, prima nelle regioni dove non c'erano scuole comunali, poi successivamente anche nei Comuni dove c'era la scuola comunale. Tanto è vero che molti Comuni (parzialmente anche Bologna) ebbero successivamente dei problemi finanziari che determinarono una sorta di passaggio di scuole comunali allo Stato. Ora possiamo dire che un terzo delle scuole dell'infanzia sono statali, un quarto sono comunali e un quarto private.
La nostra rivista fu sempre dell'idea che si potesse pensare a una "struttura" che integrasse queste tre tipologie, secondo alcune linee comuni di orientamento.
A quel punto noi sostenemmo la necessità di rivedere gli Orientamenti pedagogici.
I Nuovi Orientamenti per la scuola dell'infanzia del 1991 li avevate pensati voi?
Sì, possiamo dire che li abbiamo pensati e fatti anche noi. Lo Stato fece allora una Commissione in cui c'eravamo io, Frabboni e altri. Prima ancora che questa Commissione iniziasse i lavori, Infanzia fece un importante Convegno a Ravenna, come ho già ricordato, per lanciare i propri Orientamenti che vennero poi in larga misura utilizzati per gli Orientamenti del 1991. La nostra tesi si basava su un'idea ben precisa: “Se ci sono degli Orientamenti "forti" si può dar credito a tutti i tipi di scuola: privata, statale, comunale; l'importante è che ciascuno vi si possa riconoscere.”
Le scuole dell’infanzia di Bologna, di Reggio Emilia, di Modena sono ritenute fra le più valide e sono famose anche fuori dall’Italia. E' vero?
Anche quelle di Forlì, di Ravenna, di Terni… sono altrettanto valide. Famose nel mondo però sono solo quelle di Reggio Emilia, perché Loris Malaguzzi,che come ho detto prima faceva parte del Comitato redazionale di Infanzia, poi si è allontanato da noi e si è concentrato sul lavoro di alcune scuole a Reggio Emilia, le quali seguivano una metodologia particolare che in larga misura è simile alla nostra, ma diversa su altri aspetti.
Ci sono differenze tra la pedagogia della “Scuola di Bologna” e la Pedagogia di Malaguzzi?
Malaguzzi concentrò molto di più l'attenzione sui Laboratori, sull’allestimento di spazi particolari sulle attività espressive e artistiche, sulla valorizzazione della creatività del bambino. Bisogna anche dire che lui faceva solo il mestiere di pedagogista professionista, noi invece lavoravamo sia come docenti universitari, sia come membri-fondatori della rivista Infanzia. Malguzzi è riuscito sicuramente a far entrare nel circuito internazionale questa sua pedagogia attraverso le scuole in cui si esprme, che vennero giudicate da osservatori internazionali come le migliori del mondo.
A Reggio ci sono alcune scuole, straordinarie, ma non è che tutte le scuole di Reggio e dintorni siano dello stesso livello. Questo è un'altro punto che ci distingueva. Noi abbiamo sempre sostenuto fortemente la tesi che l'attenzione alla qualità non doveva essere rivolta soltanto a poche scuole, ma doveva essere generalizzata a tutte le scuole dell'infanzia di Bologna. E' stata una scelta politica che abbiamo fatto fin dall’inizio insieme al Comune e all'assessore Tarozzi.
Ci sono delle linee di politica culturale che caratterizzano la Rivista?
Per prima cosa abbiamo sempre sostenuto fortemente la Dimensione pedagogica, pur ammettendo che le altre dimensioni scientifiche fossero importanti, per esempio quella psicologica. Abbiamo sostenuto che la pedagogia dovesse essere portata in primo piano e di conseguenza dovesse assumersi tutte le responsabilità che le competono. Questa nostra posizione a volte ha creato qualche incomprensione, per esempio con la psicologia. Un secondo discorso riguarda l'opportunità di rendere la Scuola dell'infanzia obbligatoria (questo l'ho sostenuto soprattutto io). Alcuni dei nostri interventi erano in questa direzione. E'vero che la scuola dell'infanzia è sempre più frequentata (oltre il 90%), però un conto è dire questo e un conto è dire che si rende obbligatoria…
L'Obbligo non è solo quello dei genitori di portare i bambini a scuola, ma anche dello Stato di avere delle strutture ben organizzate. Questo lo affermavamo soprattutto per il Sud, perché c'erano delle scuole dell'infanzia ma erano fatte male, in molti casi per esempio erano collocate in alloggi privati o in ambienti inadatti. Avvertivamo questa grossa differenziazione tra il Nord e il Sud, perciò sostenevamo la tesi che lo Stato dovesse intervenire pesantemente, facendo delle proprie Scuole dell'infanzia anche nel Sud.
Il terzo discorso riguarda la questione della Gestione sociale, che significa coinvolgimento dei genitori, delle strutture pubbliche, nella gestione sociale della scuola. Infanzia ha sempre sostenuto la necessità che nella gestione delle scuole partecipassero i genitori, gli insegnanti, i quarteri: si fa una nuova scuola? Quanto grande? Dove?... Lo Stato ha cercato di fare, alla fine degli anni settanta, i famosi “Decreti Delegati”, che poi progressivamente si sono esauriti.
Abbiamo anche iniziato a sostenere la necessità della Formazione degli insegnanti. Abbiamo battagliato tanto per considerare gli insegnanti come degli autentici professionisti. Non potevamo accettare che alla scuola dell'infanzia potesse andare chiunque a fare la maestra. Quindi ci siamo impegnati nel richiedere all’Università di assumersi il compito di formare questi operatori. Per sperimentare questa cosa abbiamo organizzato dei corsi a Bologna e in parte anche a Ravenna. Poi si è arrivati, molti anni dopo, a fare la nuova Facoltà di Scienze della Formazione, al posto di Magistero, con un corso di laurea specifico per gli insegnanti di scuola dell’infanzia e adesso anche per quelli del nido.
A proposito del Nido, la rivista “Infanzia” lo ha sempre sostenuto come Istituzione educativa
Anche il Nido è sempre stato un tema sul quale ci siamo impegnati. Noi abbiamo sostenuto la necessità che l'asilo nido diventasse sempre più un istituto educativo e non assistenziale. Questo è sempre stato molto difficile, perché lo Stato non ha mai assunto i nidi come "cosa propria" e di conseguenza, come servizi a domanda individuale, le rette che i genitori devono pagare sono molto elevate perché il Comune da solo non ce la fa a sostenere i costi. Lo Stato fino a qualche tempo fa considerava il Nido come un'istituzione che dipendeva dal Ministero della Sanità, sulla base di un’indicazione di tipo igienico-assistenziale, come ai tempi del fascismo era l'OMNI, che pure ha avuto dei meriti importanti. Dalla seconda metà degli anni Ottanta il Nido è passato dall’ambito sanitario a quello educativo, ed è stata una delle nostre battaglie anche con la rivista Infanzia.
Abbiamo pensato di fare un salto di qualità anche per l'età 0-3 anni, attraverso un'opposizione alla medicalizzazione, alla sanitarizzazione del nido, per trasformarlo in una Istituzione con un proprio impianto pedagogico. La battaglia più grossa che non siamo ancora riusciti a vincere è di intendere il nido come un'Istituzione educativa pubblica a pieno titolo, e non come un servizio a domanda individuale.
E’ ancora diffusa una mentalità che contrappone al nido la centralità della famiglia, sostenendo che i bambini in quella fascia d’età debbano rimanere a casa, con la mamma il più possibile. Senza togliere alcun valore al ruolo dei genitori, noi invece sosteniamo che questa centralità assoluta della famiglia non è necessaria, anzi: il bambino che impara a vivere presto insieme ai propri compagni, crescerà in modo più autonomo. Questo concetto si appoggia su basi scientifiche, soprattutto a livello psicologico. Le dimensioni più complesse dello sviluppo infantile non possono essere tutte assolte dal rapporto individuale, "faccia a faccia" tra il bambino e la madre e nemmeno tra il bambino e il padre. Occorre dargli delle stimolazioni adeguate, senza esagerare ovviamente, perché non bisogna farli diventare “più grandi” della loro atà.
Ci sono forze politiche che tendono a privilegiare le Istituzioni educative private?
Noi non siamo mai stati ideologicamente contro il fatto che si sviluppino iniziative private nelle istituzioni educative per l’infanzia, specie quando il privato faccia delle sperimentazioni o delle innovazioni; noi le abbiamo anche sostenute.
Il privato ha più libertà rispetto a un'istituzione pubblica, può essere più flessibile sul piano degli orari, sull'utilizzo del personale, sul coinvolgimento dei genitori e altro. Se il privato ha degli obiettivi seri di impegno sul piano pedagogico e didattico va benissimo, altrimenti, se intervine per “fare soldi" allora non va più bene.
Ci sono dei “ successi” a cui ritiene che Infanzia abbia contribuito?
Il maggior successo penso sia stato quello di aver collaborato intensamente alla formazione del Documento ufficiale degli Orientamenti del 1991 per la Scuola Materna statale.
Ovviamente è lo Stato che li ha fatti, però noi li abbiamo in un certo senso preparati circa un anno prima, dopo abbiamo fatto un numero speciale di Infanzia. Abbiamo esercitato una forte pressione da questo punto di vista.
Il numero 1 settembre del 2000, monografico, lo abbiamo dedicato alla presentazione di un Progetto di Revisione degli Orientamenti per la Scuola Materna del 1991, progetto che è stato messo a punto dal Comitato di Redazione allargato della rivista. Tale documento è stato inviato al Ministro della P.I. allo scopo di fungere da stimolo per un’operazione di questo tipo.
La stessa cosa abbiamo cercato di fare per il Nido senza ancora riuscirci, nel senso che abbiamo fatto un numero speciale della rivista con le Indicazioni per gli Orientamenti ufficiali anche per il Nido(3). Lo Stato però non sembra intenzionato ad andare in questa direzione, perché forse ha paura di riconoscere il Nido come un'istituzione educativa pubblica a tutti gli effetti. Un'altro successo poi, come ho detto, riguarda la Formazione degli insegnanti.
Per noi, considerare la scuola dell'infanzia come il primo gradino della scuola di base era un punto fondamentale, anche se su questo, come ho detto, c’è stato un certo dibattito sull’idea di sostenere che anche la scuola dell’infanzia diventasse dell’obbligo… Abbiamo sempre preso posizione contro le cosiddette “Primine”, cioè quelle scuole dove si anticipava l’ingresso in prima elementare a 5 anni. E’ in fondo l'idea della Moratti, che sostiene l’anticipo scolastico. Secondo questa riforma più si è anticipati meglio è, ovviemente dal punto di vista del “successo”. Secondo noi si tratta di una posizione che tende privilegiare i “Pierini”: usando la terminologia di Don Milani, quei bambini che per le loro condizioni sociali e famigliari sono già avvantaggiati; mentre il problema sono i “Gianni”, cioè quei bambini svantaggiati, figli di classi subalterne, che hanno bisogno di sostegno educativo a partire dalla scuola dell’infanzia.
* L’intervista è stata effettuata a più riprese fra aprile e giugno 2005 ed è stata inserita dall’autrice nella sua tesi di Dottorato di Ricerca in Pedagogia.
L'Autrice
* Insegnante di ruolo nella scuola primaria, nel 2006 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Pedagogia presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, discutendo la tesi La Rivista Infanzia come strategia politica, pedagogica e didattica.
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Note al testo
(3) A) Indicazione dei numeri speciali per i Nuovi Orientamenti della Scuola Materna del 1991: Cfr. Rivista Infanzia - numero semi-monografico, Nuova serie\anno VI, 9\10 maggio\giugno, 1988, “Il Convegno di Ravenna:i Nostri Orientamenti”.
Cfr. Rivista Infanzia - numero semi-monografico, Nuova serie\anno VII, 5 gennaio, 1989, “Il Documento Intermedio della Commissione per i Nuovi Orientamenti della Scuola Materna”.
Cfr. Rivista Infanzia - numero monografico, 11\12 luglio\agosto 1990, “Documento finale sui Nuovi Orientamenti della Scuola Materna statale”.
B) Indicazione del numero speciale per la Revisione degli Orientamenti della Scuola Materna, anno 2000:
Cfr. Rivista Infanzia - numero monografico, 1 settembre 2000, “Una Proposta del Comitato di Redazione allargato di Infanzia per una riscrittura degli Orientamenti educativi nazionali per la scuola dell’Infanzia”. C) Indicazione del numero speciale per gli Orientamenti per il Nido e le altre Tipologie di Servizi: Cfr. Rivista Infanzia – numero monografico, 7 marzo 1998, “Orientamenti educativi nazionali per il Nido e gli altri Servizi per bambini e famiglie”.