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Comunicazioni per gli studenti
L’outdoor education nella scuola dell’infanzia.
In stretto collegamento con le attività svolte dentro la sezione, l'ambiente esterno, a partire dal cortile o dal giardino della scuola può diventare un formidabile campo d’esperienze educative.
Andrea Ceciliani*
L’azione di cura educativa, in qualsiasi fascia d’età venga realizzata, deve essere fortemente incentrata sui bisogni del destinatario. Alcuni bisogni formativi, spesso condivisi, a volte evidenti, altre volte interpretati, tendono a modificarsi con l’evolvere della società. Particolare attenzione dunque, deve essere posta al “cambiamento” e agli effetti che produce sulle attese, sulle necessità e sulle competenze emergenti nel contesto della società di appartenenza.
Il modo con cui abbiamo costruito l’attuale società ha attenuato, o addirittura eliminato, il naturale bisogno di muoversi (Dahlgren, & Szczepanski, 1998) o, quanto meno, ha condizionato negativamente la possibilità di avere spazi e tempi per coltivare il necessario contatto con l’ambiente naturale. La densificazione e la cementificazione dell’ambiente urbano ha favorito la scomparsa di aree verdi per giocare e imparare, al loro posto sono sorti parchi cittadini molto artificiali e poco naturali (Dunnett et al, 2002; Herrington et al, 1998). Nella stagione autunnale o invernale, piuttosto che vestirsi adeguatamente e ricercare il contatto con l’ambiente esterno, si tende a trascorrere interi pomeriggi nei centri commerciali tra acquisti e spuntini fast-food. La cultura della sedentarietà è totale, diffusa in tutte le fasce d’età della popolazione con ripercussioni negative sullo stato di salute di bambini e adulti. Tale scenario è aggravato dalla tendenza dei genitori a limitare la libertà dei propri figli molto di più rispetto alle precedenti generazioni, e modellare per essi una vita dove l’attività all’aperto assume importanza secondaria.
In tale contesto la possibilità di accesso dei bambini a spazi aperti e/o naturali decresce rapidamente (Kahn, 2002; Rivkin, 2000), non solo dal punto di vista degli spazi ma anche rispetto al tempo dedicato alle attività all’aperto. La vita quotidiana dei bambini, in sintesi, è sempre più caratterizzata da attività programmate, con poco tempo per esplorare o giocare liberamente all’aperto (Rosenfeld, 2001; Davis, 1999), e spesso il gioco viene occupato dai videogames che aumentano i motivi per restare in casa.
Quali bisogni a sostegno dell’Outdoor Education (OE)?
Dovendo richiamare i bisogni infantili a giustificazione della necessità di affiancare l’esperienza didattica “in classe” (in-door), con l’esperienza didattica “all’aperto” (out-door), suggerirò alcune riflessioni rispetto a tematiche a mio parere determinanti.
Il bisogno di natura, ovvero l’ipotesi della biofilia.
La prima riflessione si collega al rischio che il bambino, oggigiorno, si convinca di non avere bisogno di contatto con la natura e perda il piacere verso il movimento, l’azione, il compito motorio. La psicologia evoluzionistica (Wilson, 1993) racconta, invece, di una innata, ereditaria attrazione emotiva degli umani verso la natura e gli altri organismi viventi: la biofilia. La biofilia è il bisogno biologico di base dell’uomo di affiliarsi con la natura e la base genetica per una positiva risposta alla natura (Kaplan, 1995; Titman, 1994; Nelson, 1993; Ulrich, 1993). L’ambiente naturale produce effetti fisiologici e psicologici positivi e i bambini, se non ancora adattati al mondo fatto per gli adulti., preferiscono tale ambiente a quello chiuso e artificiale. Il sentimento istintivo infantile di continuità con la natura è dimostrato anche dall’attrazione che i bambini hanno per le fiabe ambientate in natura e popolate da animali carichi di suggestione (Barrows, 1995).
La natura allevia lo stress, incrementa la concentrazione, l’attenzione e l’osservazione spontanea, aumenta la calma e attenua la disposizione al conflitto: tali effetti vengono ricondotti all’ipotesi della Biofilia (Wilson, 1993). Tuttavia se questa naturale attrazione verso la natura non ha opportunità di essere esercitata, soprattutto durante i primi anni di vita quando l’istinto innato è ancora forte, la tendenza opposta potrebbe essere la biofobia, l’avversione alla natura: una sensazione compresa tra il semplice disagio nell’ ambiente naturale e il rifiuto verso ciò che non è artificiale, gestito o condizionato. Facendo un veloce accenno al tema della sostenibilità ambientale, la biofobia potrebbe manifestarsi anche come tendenza a vedere la natura solo come una risorsa disponibile (Higgins, 1996; Tilbury, 1995).
Da questa prima riflessione e a sostegno dell’importanza dell’ OE, affermiamo la necessità, sin dall’età prescolare, di alimentare e mantenere alto il bisogno di agire e muoversi all’aperto e quanto possibile nella natura, prima che la società moderna abitui e convinca il bambino a farne a meno. Mettere le mani sulla natura rappresenta uno dei cardini dell’ OE, cioè la necessità di sviluppare competenze attraverso esperienze concrete e dirette (Higgins & Nicol, 2002; Dalhlgren & Szczepanski 1998; Moore & Herb, 1997), tese a mantenere alto e presente il feeling genetico che affilia il bambino alla natura come un bisogno importante per il suo sviluppo.
IL bisogno di corpo e corporeità.
L’apprendimento infantile è fortemente mediato dall’esperienza “sensomotoria”: l’odorare, il gustare, il toccare per conoscere e apprendere è il meccanismo naturale che guida il bambino alla scoperta di sé e del mondo. Hartig et al. (2003) hanno posto in evidenza come gli stessi movimenti oculari sono collegati ai movimenti delle mani e come tale collegamento rafforzi gli apprendimenti e la loro memorizzazione. Noi sappiamo bene come il bambino piccolo utilizzi l’imitazione per rifare ciò che vede o per interagire con ciò che vede: quando osserva qualcosa che lo colpisce, egli non ragiona sull’oggetto in sé ma desidera afferrarlo, toccarlo, per conoscerlo e comprenderlo, per farlo suo.
Nell’esperienza basata sull’ OE l’aspettativa corporea è meglio garantita rispetto al sistema tradizionale dell’insegnamento in classe. L’ambiente aperto o naturale, non riproduce situazioni ma propone autentici contesti dove fenomeni e processi non sono separati dalla realtà ma la caratterizzano. La tematica dell’apprendere facendo di Dewey è fortemente ripresa dall’ambiente esterno attraverso varie metafore: “apprendere sotto pelle”, “afferrare per cogliere”, come presenza di un corpo mediatore che libera immediatamente le potenzialità operative del bambino svincolandolo da strumenti più complessi, in genere tipici della didattica in sezione o in aula.
Educare attraverso l’OE ha il prerequisito di essere una forma educativa integrativa, complementare in una pedagogia pragmatica e progressiva che offre ai bambini la possibilità di usare lo strumento più facile e adattabile a loro disposizione: il proprio corpo e con esso l’agire, l’essere direttamente inglobato nell’esperienza di apprendimento.
L’OE non può da sola completare il processo di apprendimento e non significa la sostituzione dello studio formale con l’occupazione manuale. Noi dovremmo creare le condizioni necessarie per apprendere nella interazione tra linguaggi formali e pratica concreta, dove l’attività fisica e il movimento possano supportare l’apprendimento.
Il bisogno di gioco
È condivisa l’idea educativa secondo la quale i bambini apprendono meglio attraverso il gioco libero e la scoperta. Il gioco libero è un concetto complesso che sfugge a definizioni precise, ma è il gioco tipico dei bambini per tanti motivi: è piacevole, auto motivato, immaginativo, non diretto a scopi precisi, spontaneo, attivo e scevro da regole imposte dagli adulti (Huges, 1991)
Il gioco all’aperto offre al bambino un setting privilegiato rispetto al gioco in sezione: l’esperienza sensoriale è diversa, si realizzano vari standard di gioco, si svolgono attività che al chiuso sarebbero proibite o appena tollerate, si gode di maggiore libertà e respiro, è possibile correre e gridare, esiste la libertà di svolgere anche attività “disordinate” che al chiuso sarebbero irrealizzabili. In tale contesto viene stimolata una intensa interazione tra i bambini e l’ambiente fisico, intensa perché gli insegnanti concedono più libertà di azione, esplorazione e maggiore distanza dall’adulto.
Martensson (In Szczepanski, 2006) sostiene che è lo stesso ambiente naturale a creare il gioco: i bambini abbandonano il controllo e permettono all’ambiente di stimolare le loro attività. Si potrebbe affermare che l’ambiente stesso gioca con i bambini: l’ambiguità dell’ambiente fa si che i bambini possano decidere come usare l’ambiente, spostare l’azione da un posto a un altro, sfruttare le situazioni che nascono nel contatto con il luogo.
L’OE ha tre qualità uniche e attraenti per l’ambientazione del gioco: la loro continua diversità; il fatto che essi non sono stati creati dagli adulti; il senso di atemporalità fiabesco(1) (Prescott, 1987). Tali qualità rendono il gioco all’aperto molto concreto, interattivo e dinamico (Bortolotti e Ceciliani, 2007)
Il bisogno di salute psico-fisica nella prospettiva ambiente e movimento.
Non ci sono dubbi che movimento e attività fisica sono fattori di salute. E’ altrettanto vero che i bambini con accesso ad ambienti aperti e naturali sono più stimolati ad agire e a svolgere attività fisica sostenendo un corretto sviluppo in tutte le aree della personalità.
Le attività outdoor, in sintesi, incrementano la possibilità di movimento e di attività fisica che, oggigiorno, sono di vitale importanza per la salute dei bambini in relazione alla moderne disfunzioni legate all’ipocinesi da vita sedentaria: sovrappeso e obesità infantile (Eisenmann, 2006; Lopez et al, 2006), trend involutivi delle capacità motorie (Filippone et al, 2007) disfunzioni posturali (Trevelyan et al, 2004).
Le preoccupazioni dei genitori e l’infanzia reclusa.
La vita dei bambini, ribadisco, è molto strutturata e guidata, con poche opportunità per il gioco libero, i loro confini fisici sono stati ristretti (Francis & Devereaux, 1991). I genitori manifestano forti preoccupazioni per la sicurezza dei figli, particolarmente per paura del traffico, degli incidenti, dei crimini contro l’infanzia (Spencer and Wooley; 2000: Valentine et al, 1997) e per tale motivo i bambini non possono stare soli per lungo tempo. Le famiglie che lavorano, non potendo prelevare i bambini al termine dell’orario scolastico, utilizzano il tempo lungo o altre attività guidate fino al momento in cui sono liberi per tornare dai figli. In altri casi il genitore è convinto che le attività strutturate fatte svolgere precocemente al bambino, lo aiuteranno a divenire un adulto di successo.
I bambini inoltre, trascorrono molto tempo davanti alla televisione o ai videogiochi. Tale situazione è aggravata dal fatto di non avere, nel luogo di residenza, spazi all’aperto da utilizzare o, in caso ci fossero, alla pigrizia del genitore che al termine di una giornata o di una settimana di lavoro non accompagna il figlio a giocare all’aria aperta.
E’ amaro constatare che oggi molti bambini vivono un’infanzia reclusa.
Quale Outdoor Education per la scuola dell’infanzia.
I bambini della scuola d’infanzia non si avventureranno lontano dai loro istituti scolastici e dovranno lavorare soprattutto sull’apprendimento attraverso il gioco. (Nicols & Higgins, 2007). L’identità dell’OE può trovare il suo primo ambiente esterno nel giardino della scuola (Brooke, 1997) per aprirsi sporadicamente ad altri spazi strutturati (quartiere residenziale, giardino botanico, fattorie didattiche, parchi didattici) o non strutturati (parchi naturali, boschi, ambienti acquatici), tramite le uscite guidate.
Non è necessario iniziare con chissà quale esperienza o ambiente. Il carattere distintivo dell’ OE è l’apprendimento attraverso l’azione orientata che enfatizza lo sviluppo delle conoscenze attraverso attività, anche specifiche e situate, purché concretamente legate al contesto (Dahlgren & Szczepaski, 1998). L’aspetto determinante è fornire al bambino l’occasione di svolgere esperienze di prima mano, a contatto diretto con la realtà esterna relativa al suo ambiente (scuola, casa, dintorni). E’ la ricerca dell’interazione tra azione, emozione e pensiero. Nell’insegnamento in sezione o in aula questa interazione è limitata, nell’OE invece rappresenta un carattere distintivo: apprendimento situato nel contesto autentico dove i fenomeni realmente avvengono.
Come già detto, non si tratta di sostituire il tradizionale approccio nella sezione con quello fuori all’aperto, ma di integrare i due percorsi per dare vita a forme di conoscenza e di apprendimento situate e consapevoli. Il setting che caratterizza l’esperienza di OE nella scuola d’infanzia, dovrebbe essere predisposto sui bisogni dei bambini, ricordando che i bambini sperimentano l’ambiente naturale diversamente rispetto agli adulti:
Gli spazi outdoor pensati per i bambini dovrebbero essere destrutturati e naturali, con piante, alberi, fiori, acqua, sabbia, fango; un setting manipolabile, aperto a tante possibilità di gioco non predeterminato dal tipo di arredo. L’elemento destrutturato o naturale consente giochi esplorativi, creativi, simbolici, immaginativi. Tali ambienti attivano la dimensione sensoriale che cattura l’attenzione del bambino attraverso il “fenomeno fisico”: ad esempio la terra bagnata che diventa fango. Quale attrezzo codificato o già strutturato può riprodurre quella sensazione…?
Lo spazio outdoor infantile deve essere un mondo separato, dove ci si possa anche sporcare. Cosa è più importante sul piano educativo? Tornare a casa tutti puliti o aver sperimentato la magia della trasformazione della materia? Il corpo si pulisce, i vestiti si lavano ma l’esperienza perduta non ritorna.
Il bambino preferisce il selvaggio al preordinato (Francis, 1994) per le possibilità di azione che sollecita. Il senso di potere che lo anima è quello di imprimere se stesso sull’ambiente, di modificarlo, di farlo proprio: scava buche e trincee, muove sabbia e travasa pozzanghere, è una pedagogia orientata alla possibilità di agire sulle cose concrete per dare forma a idee.
Considerazioni conclusive
L’OE rappresenta una via complementare all’educazione tradizionale, soprattutto sul piano qualitativo e non v’è dicotomia tra l’uno o l’altro metodo. La sua caratteristica principale è quella di proporre una esperienza senso-motoria a diretto contatto con il mondo reale e i suoi fenomeni e a forte contenuto interdisciplinare rispetto agli stessi temi, contesti e concetti che vengono proposti nella sezione. Tutti i contenuti educativi indoor possono essere completati e attivati da esperienze outdoor.
L’OE intende alimentare il naturale bisogno del contatto con la natura e il gusto di muoversi in essa: l’ipotesi della biofilia non è un anacronistico “ritorno alla natura”, ma un modo per mettersi in relazione col mondo sostenendo attraverso l’educazione alle buone pratiche della “sostenibilità”. Le pratiche sostenibili vanno apprese sin da piccoli, così come si apprendono le normali abitudini di vita che la società richiede. Da tali pratiche i bambini possono apprendere i principi e i comportamenti tesi a conservare le risorse piuttosto che consumarle.
Si delineano inoltre importanti bisogni che la società attuale pone sul piatto dell’educazione infantile: la centralità del corpo e del movimento, il bisogno di gioco libero all’aperto, le istanze della salute psicofisica. La cosa interessante è scoprire che, nelle ricerche svolte su questo tema, i bambini mostrano di essere predisposti per questo tipo di educazione e i loro genitori, generalmente, concordano su questo tipo di possibilità, anche se poi tanti timori ne frenano l’applicazione (White & Stoecklin, 1998).
L'Autore
* Docente di Teorie e Tecniche dell'attività motoria in età evolutiva, Facoltà di Scienze Motorie Università di Bologna
Note al testo