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Comunicazioni per gli studenti
Il tempo del teatro e dell’immaginazione nell’incontro con bambini Rom
Carlotta Pizzi*
Recentemente il Rapporto 2011 di Amnesty International ha sottolineato come i Rom in Italia continuino a essere discriminati nel proprio diritto all'istruzione, all'alloggio, all'assistenza sanitaria e all'occupazione. Il rapporto evidenzia come nel corso del 2010 in tutto il paese siano proseguiti gli sgomberi forzati di rom, che "hanno disgregato le loro comunità, il loro accesso al lavoro e hanno reso impossibile ai bambini la frequenza scolastica”.
Proprio su quest'ultimo aspetto si concentrano gli sforzi degli educatori che lavorano in questo ambito rispetto all’infanzia, consapevoli del fatto che un percorso scolastico positivo, che comprenda nido e scuola d'infanzia, possa rappresentare il punto di svolta nel processo d'integrazione, non solo garantendo l'alfabetizzazione e quindi la possibilità di ampliare i propri orizzonti di crescita e autonomia, ma favorendo il processo di apertura e comunicazione tra due mondi, Rom e non Rom, che da sempre convivono tra la diffidenza e il pregiudizio.
Al fine di moltiplicare il più possibile le esperienze e le occasioni di scoperta dei più piccoli, e favorire questo incontro tra mondi, durante la mia esperienza di educatrice all'interno di un'area attrezzata per la popolazione Rom è stato attivato un corso di teatro rivolto a bambini e ragazzi.
Il progetto, condiviso con tutta l'equipe, composta oltre all'educatrice da un coordinatore e un'assistente sociale, aveva come obiettivi principali la socializzazione tra pari e con figure adulte “altre” rispetto a quelle solitamente presenti nel contesto famigliare e scolastico; la possibilità per i bambini di sperimentare una dimensione del gioco organizzata, protetta, definita nei tempi e negli spazi ma libera nel proprio potenziale espressivo e, non da ultimo, l' educazione alle regole e alla condivisione avvalendosi delle pratiche e della disciplina caratterizzanti il “fare teatro”.
La pratica teatrale da tempo è stata oggetto di studi e approfondimenti relativamente al suo potenziale educativo e alle sue implicazioni pedagogiche. L'incontro tra teatro ed educazione ha radici lontane, e l'importanza di uno sviluppo individuale attraverso la relazione con l'altro e il gruppo rappresenta un importante punto comune tra teorie pedagogiche del novecento e ricerca teatrale. L'intrecciarsi dei percorsi storico-culturali delle due realtà si fa particolarmente evidente dopo gli anni '70, quando sia le istituzioni teatrali che quelle educative attraversano una fase di profonda e complessa riflessione. E' in questo periodo che nasce il movimento dell’animazione teatrale, aperta alla sperimentazione in molteplici ambiti. Anche grazie all'influenza del Teatro dell' Oppresso di Augusto Boal, nato in America Latina, in Italia diversi gruppi e progetti portano l'animazione teatrale nelle strade, nei luoghi informali dove la voce degli emarginati possa trovare spazio, definendo rapidamente lo sviluppo e l'identità del teatro sociale.
Forti di questa consapevolezza, e della validità delle pratiche teatrali utilizzate come spazio di gioco e sperimentazione anche nel caso di bambini molto piccoli, il progetto è stato sviluppato comprendendo bambini dai 3 ai 6 anni, oltre ai ragazzi più grandi fino ai 13 anni, consapevoli che tale scelta avrebbe comportato, da parte degli educatori e degli attori coinvolti, una particolare attenzione ed elasticità nel programmare attività e spazi in grado di rispettare e valorizzare le diverse esigenze espressive relative alle differenti fasce d'età. In tutto i minori coinvolti sono stati 10, di cui 6 in età prescolare. Tutti i bambini erano residenti nell'area attrezzata e appartenevano a due diverse etnie, bosniaca e macedone, da sempre confinanti in due settori distinti dell'Area e legati da rapporti altalenanti, talvolta conflittuali.
Gli incontri, della durata di 2 ore, hanno avuto cadenza settimanale, il venerdì pomeriggio, in uno dei locali dell'equipe educativa all'interno del campo, e sono proseguiti regolarmente per 6 mesi. Il progetto è stato affidato a due attori professionisti, Loredana Scianna e Rocco Antonio Buccarello, con una lunga esperienza nella formazione attoriale e nei laboratori. La scelta è stata a lungo pensata, perché dato il particolare gruppo di allievi, bambini di etnia Rom, oltre alla formazione artistica era necessario che le persone coinvolte mostrassero soprattutto le caratteristiche dell'educ-attore, la disponibilità a confrontarsi con una realtà dai tratti peculiari e complessi, lontana dalla familiarità del palco, una cultura “altra”, una flessibilità e una capacità empatica tali da permettere di superare eventuali resistenze e diffidenze, senza esaurire l'entusiasmo davanti a un possibile fallimento.
Per gli attori stessi si è trattato dunque di un percorso di crescita, sia nell'incontro reciproco, in quanto provenienti da esperienze e compagnie teatrali differenti, sia attraverso la progressiva scoperta del mondo Rom. A distanza di tempo, entrambi sentono un legame profondo con quell'esperienza, che sembra averli segnati in modo positivo e inaspettato.
Secondo Loredana Scianna gli aspetti critici che si sono presentati all'avvio del progetto hanno riguardato fondamentalmente tre aspetti: l'utilizzo della lingua, lo spazio scelto e la differenza di età tra i partecipanti. Il primo nodo rappresenta una sfida frequente anche per gli educatori che si relazionano con bambini (e spesso anche adulti) di nazionalità differenti. La scolarizzazione, e quindi la conoscenza dell'italiano, permettono lo scambio comunicativo, ma nei momenti di tensione o particolare diffidenza, l'utilizzo del proprio idioma si erge come una parete invalicabile a rimarcare consapevolmente distanze, differenze, fino a rappresentare la prova evidente e schiacciante di un potere (noi siamo “dentro” e tu sei “fuori”) a cui difficilmente si riesce a rinunciare, in grado di riportare in un istante ciascuno entro i propri confini, così faticosamente oltrepassati. Nei momenti in cui si è presentato questo tipo di atteggiamento, gli attori hanno evitato di interpretarlo come una sfida personale, mantenendo un comportamento accogliente e mai invasivo o autoritario, cercando di mostrare coi fatti e la pratica che comunicazione e inclusione sono due elementi fondamentali per un gruppo.
Il secondo nodo era rappresentato dallo spazio. Generalmente un laboratorio teatrale avviene a porte chiuse, in un luogo “altro” che consenta, secondo Scianna, di “decontestualizzarsi e ricontestualizzarsi” liberamente in nuovi modi e nuovi spazi. Ma alcune difficoltà logistiche hanno portato a scegliere uno spazio all'interno del campo, dove le porte rimanevano aperte e le famiglie erano una presenza regolare e costante. Eppure, il merito dei conduttori è stato quello di rendere questa possibile fonte di dispersione un punto di forza. L'ambiente “aperto”, gestito con attenzione e metodo, ha consentito un avvicinamento progressivo tra i due mondi, senza che i due nuovi elementi fossero immediatamente percepiti come alterità assoluta e quindi non assimilabile. Ha permesso di conoscere le famiglie, e alle famiglie di affacciarsi, letteralmente, su un micro mondo nuovo, vedere i propri figli giocare e interagire con quelli di etnia diversa. Non è servito molto tempo agli attori per ritrovarsi a bere il caffè con le mamme e poter entrare nelle casette del campo per richiamare alle attività i bambini.
Il terzo nodo, cioè la possibilità che alle attività partecipassero oltre ai bambini più piccoli ragazzi adolescenti in realtà si è rivelato ben presto un problema più gestibile del previsto, semplificato proprio dalle caratteristiche sociali del campo, dove i figli della comunità, grandi e piccoli, sono abituati a stare continuamente insieme, e a prendersi cura l'uno dell'altro. Quello che a noi poteva apparire come un ostacolo per i partecipanti era percepito semplicemente come un fatto naturale, vicino alla propria quotidianità.
Un aspetto che invece, nel racconto di Scianna e Buccarello, si è rivelato inaspettato e ha implicato una revisione del progetto ha riguardato il rapporto dei più piccoli con le tradizioni della cultura di appartenenza. I due attori erano intenzionati a partire proprio da questo aspetto, fondamentale, per impostare un lavoro di rielaborazione e narrazione di sé sul quale organizzare lo sviluppo del laboratorio strada facendo, seguendo un modello di programmazione flessibile. Ma i piccoli partecipanti hanno mostrato scarsa conoscenza delle proprie tradizioni, ad eccezione della lingua. Non sono stati in grado di ricordare una filastrocca, o un racconto del proprio popolo, come se la caratteristica tradizione di trasmissione orale dei Rom stesse subendo una progressiva e rischiosa scomparsa, a beneficio di un allineamento verso una acritica massificazione di tipo occidentale. Non posso non collegare questo aspetto a quello che individua nelle nuove generazioni Rom un mutamento relativo ai tratti della devianza minorile, che oggi si distingue per un aumento della violenza e dei comportamenti autolesivi, difficilmente rintracciabili nelle precedenti generazioni.
Rispetto al metodo utilizzato per la realizzazione del progetto, secondo i due conduttori gli elementi centrali hanno riguardato:
Una sequenza di lavoro, tanto semplice quanto proficua, che, partendo per ogni attività proposta da una fase di imitazione, attraverso la spiegazione del significato delle azioni proposte arrivasse alla fase della creazione individuale, libera da giudizi di valore e dal concetto di “giusto o sbagliato”. In questo tipo di attività, la regola data si fa garante di libertà, di creatività, in quanto delinea lo spazio d'azione e assicura un tempo per sperimentarsi e osservare uguale per tutti. La regola non è più costrizione, come a volte viene percepita a scuola, non è più incomprensibile, ma è strumento, è un mezzo che mi garantisce continuità e stabilità mentre mi lascio andare a una nuova esperienza. Forse è anche grazie a questo mutamento di prospettiva, mi permetto di ipotizzare, che il piccolo K. dopo circa un mese di laboratorio ha conquistato un obiettivo fino a quel momento apparentemente irraggiungibile ma di grande rilevanza per tutti noi: ha smesso di sputare(1).
La pratica teatrale svolta non ha avuto come scopo finale la messa in scena di uno spettacolo, ma la scoperta, attraverso esercizi, giochi e attività di espressività manuale, grafica e narrativa, di nuove modalità comunicative. Lentamente la maggior parte dei bambini ha iniziato a liberarsi delle proprie inibizioni e a mettersi in gioco, creando un rapporto di fiducia con gli attori. Proprio quest’ultimo elemento, la fiducia, si è dimostrato essenziale per lo scambio culturale, poiché i piccoli partecipanti al corso si sono sentiti liberi di raccontarsi, di portare le proprie tradizioni all’interno delle attività e percepirsi protagonisti di uno spazio aperto al dialogo, dove attori e bambini si alternassero nel ruolo di insegnanti e allievi. Questo aspetto risulta cruciale rispetto al concetto di multiculturalità, secondo cui l’incontro tra realtà differenti le modifica inevitabilmente e ne crea di nuove, in un movimento continuo di scambio, rottura degli equilibri e costituzione di nuovi.
Nonostante le difficoltà e i molteplici aspetti problematici, il progetto ha avuto un esito positivo, confermando l’importanza e l’utilità della pratica teatrale come strumento di dialogo e scambio interculturale. Gli strumenti che la pratica teatrale offre hanno rappresentato un’occasione preziosa di arricchimento e apertura agli altri, i cosiddetti Gagdzè (2), i cui mondi non sembravano più nemmeno così lontani al termine di questa esperienza, se la piccola A. osservando con occhio critico l'auto straripante di oggetti di Loredana Scianna le chiede “Tu vivi lì dentro eh?”.
Tutto questo anche grazie alla grande versatilità e all’uso dei più svariati mezzi espressivi che caratterizza l’arte teatrale, e che durante il corso sono stati ampiamente utilizzati, come l’improvvisazione e il mimo, il disegno e la narrazione.
Tutte pratiche che hanno permesso ai partecipanti di trovare il proprio modo di raccontarsi, di esprimersi, ma anche di sentirsi e sperimentarsi in ruoli nuovi, lontani dalla loro quotidianità. Ecco allora la ragazzina che sogna di diventare modella, il bimbo che disegna automobili fantastiche e la piccola N., che conclude il proprio racconto con un sorriso e la certezza di diventare, un giorno, principessa.
Due considerazioni fatte con gli attori al termine del laboratorio mi hanno positivamente colpita. La prima riguarda l'effetto che la presenza di un uomo e di una donna nella conduzione delle attività ha avuto sui piccoli partecipanti. Due modelli di adultità distanti da quelli tipici della propria cerchia famigliare, adulti sì ma non sposati, soprattutto non sposati fra loro, eppure amici e colleghi alla pari, dove una donna lavora e afferma la propria personale autonomia. Questi tratti hanno molto colpito i bambini, e prova ne sono state le continue domande fatte sulla loro vita privata. Tale aspetto, che non rientrava nell'ambito progettuale del laboratorio, è stato gestito con delicatezza e disponibilità, e ha finito col rappresentare a nostro avviso un elemento educativo molto importante di costruzione della relazione reciproca, di riflessione e apertura verso l'esterno.
La seconda considerazione riguarda il valore di questo laboratorio a livello individuale. Al di là del tipo di attività svolta, l'esperienza è stata importante perché ha rappresentato un momento proprio e unico rispetto alla routine collettiva, a volte schiacciante, della comunità. Un momento di crescita differente e nuovo, capace forse di colorare di sfumature personali il proprio ambiente di vita. Il palcoscenico come luogo d’incontro quindi, ma anche di scontro, di silenzio, di sguardi e di attesa. Perché due o più storie che s’incrociano possano avere il tempo e lo spazio necessari per conoscersi, toccarsi, confondersi. E accettare che questo le cambi per sempre.
Questo è ciò che spinge un attore consapevole a mescolarsi e fare pratica teatrale in mondi altri, lontani dagli spazi consueti del teatro. Per dirlo con le parole di Loredana Scianna, che esprimono il rapporto profondo fra teatro, multiculturalità e pedagogia: “Non lo si fa certo per un atto di bontà, d'insegnare là dove s'incontra la diversità. Ma perché un attore vive e desidera profondamente nutrirsi di ciò che non gli appartiene”.
L'Autrice
* Laureata in Scienze dell'Educazione, Università di Bologna, si occupa di teatro per l'infanzia nella scuola e nei nidi di Parma e provincia
Nota al titolo
(1) E’ lo stesso bambino protagonista del racconto “L'uomo nero e il bambino Rom”, Infanzia, 2011, n.3.
(2) Le persone che non appartengono all' etnia Rom