Numero 6, novembre - dicembre 2011


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Comunicazioni per gli studenti

 

 

 

 

 

Why Indoor? Per una introduzione al riconoscimento formativo della “Outdoor Education” nella Scuola dell’Infanzia.

 

Alessandro Bortolotti

 

Chi abbia fatto esperienze di viaggi nel nord Europa, con buona probabilità si sarà accorto che generalmente le popolazioni locali, in occasione di particolari condizioni climatiche, si comportano in modo piuttosto (per noi) singolare: ad esempio, se piove proseguono imperturbabili nelle loro occupazioni, semplicemente sanno che è normale che ciò accada e sono preparati… Se invece esce un timido raggio di sole si precipitano all’esterno a scaldarsi, e così via. Si dirà che tutto ciò avviene a causa della latitudine e della cultura che plasma le abitudini di vita anche sulla base del clima, il che è sicuramente vero; tuttavia, soprattutto per chi è interessato al lavoro educativo, non si potrà rimanere indifferenti di fronte a un dato assai significativo, cioè che i popoli nordici hanno elaborato una pedagogia sul rapporto con i fenomeni naturali dell’ambiente e del clima che è più sviluppata della nostra. Probabilmente la differenza nasce proprio dal fatto che per un “nordico” occorreva gestire con molta attenzione la vita nell’ambiente esterno, la quale richiedeva particolari accorgimenti. Si tratta dunque di società in cui il rapporto con l’ambiente esterno è un tratto distintivo della cultura e dell’educazione.
Il senso della domanda Why indoor? (perché dentro?), è questo: si tratta di cogliere una sorta di sfida educativa che ci porta a pensare l’ambiente esterno non come a una realtà dalla quale porsi “al riparo”, ma nella quale abitare e “fare scuola”. Con “Outdoor Education” (OE) si definisce una sorta di cornice metodologica alla quale fanno riferimento una molteplicità di pratiche educative alcune delle quali hanno una lunga storia alle spalle, ma che oggi trovano nuove connotazioni e un’urgenza pedagogica date dal fatto che il rapporto uomo/ambiente è diventato centrale nella formazione a partire dall’infanzia.
Sarebbe semplicistico ritenere che il “fare scuola” all’esterno comporti una semplice trasposizione della tradizionale programmazione didattica che si svolge in sezione. Il senso del Focus che presentiamo risiede nell’inquadrare alcuni caratteri che possiamo definire come “tratti essenziali” per orientarsi in direzione dell’OE. Si tratta di alcuni concetti generali che giustificano la scelta di condurre percorsi all’aria aperta (che gli inglesi definiscono come piano “filosofico”, mentre per noi ciò corrisponde più al progetto pedagogico), al fine di comprendere come l’apprendimento nell’ambiente esterno può essere utilizzato per obiettivi educativi molto differenti e adattabili a ogni età.  L’OE è un approccio educativo, non un metodo rigidamente definito; su questa base può essere modellato attraverso diversi progetti, il cui tratto comune è la centralità data all’esperienza educativa nel privilegiare l’ambiente esterno, dove il bambino esplora, osserva, si muove, mentre la scuola rimane una “base sicura” da cui partire e a cui tornare per l’indispensabile lavoro didattico che precede e che segue l’esperienza outdoor.
I progetti svolti in ambienti esterni, a partire da quelli contigui e familiari, consentono inoltre una serie di acquisizioni che entrano a far parte di ciò che si definisce “place and community-based education”, ovvero dell’educazione che si basa sulla conoscenza e l’analisi del luogo sia fisico sia antropico in cui si abita. Ciò consente di cogliere in modo autentico e non solo per via “teorica”, il tema della responsabilità verso l’ambiente, favorendo percorsi educativi verso la sostenibilità ambientale.
Un tema trasversale, presente nei vari contributi che animano questo Focus, è rappresentato dalla percezione del “rischio”, dal fatto che a limitare le esperienze di OE sia spesso un’ansia avvertita dalle insegnanti e dai genitori che li porta a enfatizzare la “sicurezza” del bambino come minacciata dallo stare fuori.  Non si tratta banalmente di negare il problema, ma di mettere in atto accorgimenti e strategie pertinenti rispetto all’esperienza che si intende svolgere all’esterno, anche cercando l’alleanza con i genitori. I quali dovrebbero riflettere sul fatto che il modo migliore per sviluppare prevenzione è educare il bambino a conoscere per diretta esperienza l’ambiente in cui vive, nelle sue dimensioni più naturali, sviluppando così gli “anticorpi formativi” che gli consentono di imparare ad affrontare le difficoltà, a correre qualche rischio conoscendo le proprie possibilità.
Finora nessuna ricerca ha dimostrato che la salute e l’incolumità dei bambini sono più al sicuro in casa o a scuola in sezione, che fuori.