La cura educativa all'infanzia, tra famiglie e servizi. Cenni agli ambiti e ai primi risultati di una ricerca
Si è conclusa, con il 2006, la prima fase di una ricerca, promossa dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna (finanziata dall’Ateneo e dalla Regione Emilia-Romagna), sul tema Le cure in educazione: prospettive interdisciplinari nello studio dei servizi e delle istituzioni educative per bambini.
La ricerca, coordinata dalla sottoscritta, ha visto la partecipazione di docenti e ricercatori – e di loro collaboratori – afferenti alle diverse aree scientifiche del Dipartimento che hanno focalizzato le loro analisi e riflessioni su sette diverse aree tematiche di cui, sinteticamente, dirò di seguito.
La scelta di indagare sulla tematica della cura educativa all’infanzia, privilegiando come luoghi della ricerca i servizi e le istituzioni educative, si inserisce in una tradizione di studi e di ricerche che in Italia ha avuto inizio nella seconda metà degli anni Sessanta, con la nascita e la diffusione, su parte del territorio nazionale, dei servizi per la prima infanzia. La cura educativa cessa, in quel contesto, di costituire un fenomeno essenzialmente privato e familistico e diviene luogo di prassi socialmente rilevante, che sollecita gli studiosi a confrontarsi con nuove rappresentazioni dell’infanzia e a riconsiderare i rapporti che intercorrono fra i possibili stili di cura educativa e i processi di costruzione dell’autonomia e di formazione della personalità.
Molte ricerche, dicevo, sono state condotte, nel corso degli anni, con l’intento di mettere a punto i congegni teorici della cura educativa, i suoi possibili modelli, significati, confini, elementi di ambivalenza, nonché il suo lessico qualificante; in alcuni casi con una motivazione in più, quella di giocare un ruolo di co-protagonismo istituzionale, suscettibile di favorire la qualificazione dei servizi e del personale in essi operante. A tale proposito, va ricordato che il nostro Dipartimento diede, in quegli anni, un contributo determinante alla nascita dei nidi e delle scuole dell’infanzia della nostra città; così pure all’attivazione del “Coordinamento Pedagogico”, che fu chiamato a guidarle, in collaborazione con gli operatori dei servizi sociosanitari di territorio (anch’essi “nascenti”).
A distanza di quasi quarant’anni da quella fase inaugurale, il nostro Dipartimento ha voluto, in accordo con la Regione Emilia Romagna, riaprire la riflessione sulla qualità degli interventi di cura erogati da questi servizi. Da che cosa è nata questa decisione? In primo luogo, da alcuni provvedimenti legislativi che, per la prima volta in Italia, attribuivano all’Università la formazione di base degli insegnanti di scuola dell’infanzia, di scuola elementare e, in misura diversa, di nido. In secondo luogo, dai segnali interessanti e meritevoli d’attenzione emersi, in questi anni, da parte dei servizi: indicativi, appunto, del raggiungimento di indici di qualità decisamente elevati; ma sintomatici, anche, del loro convivere con situazioni di disagio e di malessere che necessitavano di un approfondimento.
I vissuti di solitudine delle educatrici, il rischio di sanitarizzare e patologizzare i comportamenti problematici dei bambini, il generalizzarsi di una cultura consumistica sul gioco e sul giocattolo, le difficoltà di relazione con i genitori, l’arrivo massivo di bambini immigrati in alcune zone della città erano alcuni di questi segnali e delineavano un quadro che l’Università non poteva esimersi dal leggere in modo approfondito. Per questo, il gruppo di Docenti e Ricercatori che ha scelto di partecipare attivamente a questa ricerca si è articolato in una molteplicità di sottogruppi, per indagare, ciascuno dal proprio punto di vista e in relazione alle proprie competenze disciplinari, uno o alcuni di questi fenomeni. Il metodo di ricerca ha privilegiato il terreno dell’indagine qualitativa, con il prevalente ricorso a strumenti quali il focus group e l’intervista, utilizzando tuttavia, in alcuni casi, anche questionari.
Quali i principali problemi e gli iniziali risultati del lavoro di ricerca?
Un primo gruppo, la cui azione di ricerca è denominata Dalla parte delle insegnanti e delle educatrici: la cura dell’educare nelle istituzioni per l’infanzia, ha approfondito l’analisi delle dimensioni cognitive, emotive e simboliche che entrano nei servizi educativi rilevando che, anche nei servizi più qualificati, sono riscontrabili dinamiche di forte asimmetria fra i vissuti dei soggetti che li compongono: ad esempio, fra i Coordinatori Pedagogici, che percepiscono se stessi come impegnati e disponibili all’empatia, e le insegnanti e le educatrici, che lamentano situazioni di solitudine o ritengono di ricevere cure inadeguate, non corrispondenti ai loro reali bisogni operativi e formativi. Ne consegue la necessità di porsi domande in merito alla qualità degli interventi di cura rivolti agli/alle operatori/trici di un servizio, e ai requisiti formativi che debbano essere posseduti dalle professionalità e dai contesti deputati a farlo. (La domanda di fondo è: chi cura chi cura?)Il tema dell’asimmetria emerge anche dalle indagini di un secondo gruppo, la cui azione di ricerca è intitolata Che cosa inceppa il lavoro di cura? Figure di problematicità e ipotesi di empowerment educativo. Gli ostacoli maggiori sul versante delle quotidiane pratiche di cura vengono individuati, da educatori e educatrici dei nidi, non tanto nella difficoltà di comprendere appieno i bisogni del bambino, o di individualizzare la relazione educativa, o di rispondere adeguatamente ai problemi che essi presentano, quanto nelle ripetute “interferenze” del contesto familiare. La complessità dei nodi che connotano le loro relazioni con i genitori si impone pertanto come dato centrale, in questa fase della vita dei servizi: pur facendo, in continuazione, riferimento anche ai bambini e alle bambine ed esprimendo nei loro confronti emozioni prevalentemente positive, lo sguardo dedicato a questi ultimi sembra, in qualche misura, condizionato dalle difficoltà di relazione con le famiglie. Posto che molti problemi appaiono spesso “evidenti”, oltre che innegabili, è lecito chiedersi se dietro vissuti di così marcata insofferenza nei loro confronti non si celino anche stanchezze e inceppi operativi derivanti, in qualche misura, dalla fatica/incapacità/indisponibilità a comprendere appieno i bisogni dei bambini, a solidarizzare con quelli dei loro genitori, a orientare gli interventi in direzioni di maggiore efficacia educativa.
Interessanti, da questo punto di vista, i vissuti delle educatrici in merito all’inserimento dei bambini stranieri. Come emerge dalle riflessioni di un terzo gruppo di ricerca, su Le cure educative nei contesti multiculturali: il nido d’infanzia come luogo di mediazione interculturale, di fronte a dati sia qualitativi sia quantitativi che potrebbero legittimare punte di complessità decisamente elevate, le educatrici affermano che lo scarto culturale esiste, ma i problemi che ne derivano non sono irrisolvibili né particolarmente faticosi, nonostante il numero talvolta alto di bambini e di famiglie immigrate e la loro eterogeneità culturale. Anzi, esse precisano, la relazione con i genitori stranieri risulta più semplice da gestire rispetto a quella con i genitori italiani: anche su questo versante, pur accogliendo e volendo approfondire il loro punto di vista, è tuttavia necessario chiedersi se, dietro questa apparente aproblematicità, non vi sia un rischio di sottovalutazione dei problemi connessi allo scarto culturale, rischio indotto, forse, da un atteggiamento di maggiore accondiscendenza da parte dei genitori e soprattutto delle madri straniere.Al fine di comprendere le trasformazioni che connotano oggi il lavoro di cura e di delinearne direzioni possibili di riprogettazione, un gruppo, la cui azione di ricerca è intitolata Occuparsi del presente progettando il futuro, si è soffermato sulle riflessioni dedicate alle pratiche di cura da studi psicologici, dal dopoguerra a oggi, da un lato e, dall’altro, sulla trasmissione intergenerazionale, di madre in figlia, del significato attribuito alle cure materne e sul ruolo che l’esperienza vissuta con le proprie madri assume nel rapporto con i propri figli. Un’attenzione particolare viene riservata al trend di accelerazione delle attività di cura nei confronti dei bambini, in rapporto alla “densa” organizzazione quotidiana della scuola, della famiglia e, nello specifico, delle madri. I colleghi di questo gruppo hanno proceduto, nella loro ricerca, utilizzando lo strumento-questionario. Un contributo che, pur collocandosi su ambiti di ricerca diversi, quelli dall’analisi storica e sociologica, presenta interessanti agganci alle precedenti riflessioni di psicologia sociale, è offerto dal gruppo che ha indagato intorno a Pensieri, pratiche e modelli di cura tra XX e XXI secolo. Le colleghe che lo compongono hanno richiamato l’attenzione, infatti, sugli elementi di continuità e discontinuità che hanno caratterizzato nel tempo l’evoluzione dei processi di cura, dando risalto ad alcune esperienze, storicamente innovative, che tuttora possono contribuire alla elaborazione di nuovi paradigmi o, comunque, favorire riflessioni utili a superare le situazioni di impasse e di problematicità oggi più marcate. I riferimenti prevalenti sono, su questo versante, ai modelli agazziano e montessoriano e alle esperienze di Emmi Pikler e di Elda Scarzella.Le dimensioni implicite e profonde del lavoro di cura vengono tematizzate dal gruppo di Letteratura per l’infanzia. Con una riflessione su Le storie, il raccontare e l’invisibile della cura, le colleghe individuano nella narrazione, e nella sua capacità di dare voce ai protagonisti della relazione educativa, un’esperienza capace di intercettare, quando non di far emergere con pienezza, vissuti profondamente ambivalenti e spesso inesplicabili che serpeggiano nel lavoro di cura. Nel procedere per storie emergono non solo la potenza evocativa del racconto e la sua autonoma capacità di rappresentazione, ma anche il suo lato terapeutico, curativo appunto: le storie curano, attraverso la creazione di dispositivi spazio-temporali che consentono al bambino di ridislocarsi rispetto alla propria quotidianità di riferimento e di vivere esperienze altre, di forte impatto simbolico e suscettibili di produrre cambiamento, come se si trattasse di esperienze realmente vissute. Un’azione di cura tendenzialmente “invisibile” e originale, dunque, che funge da presupposto alla cura medesima e può contribuire alla creazione di setting adeguati.Le connessioni fra i diversi settori della ricerca evidenziano la delicatezza e la complessità del lavoro di cura, i disagi e le contraddizioni che esso sperimenta e che attraversano tutto il contesto sociale, quando non il nostro modello di civiltà. E’ così, ad esempio, che, procedendo di connessione in connessione, un altro gruppo, con un’azione di ricerca rivolta a Il gioco e i giocattoli: modelli educativi, culture e competenze ludiche dell’infanzia, sottolinea come la centralità dell’esperienza ludica, se da un lato si configura come un dato tendenzialmente consolidato nella vita dei bambini delle società occidentali, dall’altro non trovi sempre riscontri adeguati nella capacità degli adulti di fungere da figure di filtro adeguate, in grado di mediare le relazioni che il bambino stabilisce con queste stesse attività. Alcuni dati, quali l’aumento del consumo di giocattoli e la riduzione degli spazi e dei tempi che i bambini e le bambine possono dedicare al gioco libero e socializzato, evidenziano infatti trasformazioni profonde in merito al senso e alla ricaduta di quest’esperienza sul processo di formazione della personalità. In questi due anni, alle singole azioni di ricerca - condotte da ciascun sottogruppo – si sono alternati appuntamenti bimensili di gruppo allargato al cui interno venivano presentati, di volta in volta, i risultati raggiunti: intorno a essi, ai significati che assumevano, alle problematiche che presentavano e alle possibilità che indicavano, si apriva la discussione. L’analisi delle connessioni e delle discrepanze, gli interrogativi che rimangono aperti e i possibili nuovi percorsi di ricerca e di formazione, prefigurabili a partire dal lavoro fin qui svolto, saranno oggetto di ulteriori riflessioni e approderanno, con tutti i contributi relativi ai risultati della ricerca, nel volume La cura educativa all’infanzia, tra servizi e famiglie (a cura di M.Contini e M.Manini, Editore Carocci, in uscita ai primi di novembre 2007).
Nello scorso mese di dicembre abbiamo realizzato una giornata di lavoro e di confronto fra le esperienze di ricerca sui servizi per l’infanzia, e sui servizi stessi, insieme, noi, gruppo al completo, con le responsabili dei servizi del comune di Bologna e della regione Emilia-Romagna e con colleghi universitari o di altri enti di ricerca di diversi paesi europei: Bulgaria, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Ungheria. I dati molto interessanti emersi da quel workshop, come i report dei singoli sottogruppi, saranno consultabili e scaricabili dalla rivista on line del nostro Dipartimento “Ricerche di pedagogia e didattica”.
Inoltre, per ringraziare dirigenti, coordinatori, e, soprattutto, le educatrici che abbiamo incontrato; per offrire il “dovuto” feed-back sulle loro riflessioni e la possibilità di confronto con le riflessioni di altre educatrici di città e contesti diversi, intendiamo realizzare, nella seconda parte del 2007, un seminario in cui siano esse stesse le protagoniste, che riflettono e dibattono sui comuni o differenziati risultati, problemi, obiettivi. A quel seminario dovrebbe poi far seguito un convegno, di respiro internazionale, per dare visibilità non solo e non tanto ai risultati della nostra ricerca, ma al lavoro impegnativo e poco valorizzato della cura all’infanzia nei servizi, ai problemi familiari e sociali che esso intercetta, ai nodi politico-pedagogici che indica e che devono trovare risposte, pena lo scadimento a retorica delle dichiarazioni di intenti, a favore delle bambine e dei bambini, da parte di politici, amministratori e pedagogisti.
* Professore ordinario in Pedagogia Generale, Università di Bologna, Facoltà di Scienze della Formazione.
Componenti del gruppo di ricerca: Lucia Balduzzi, Milena Bernardi, Emma Beseghi, Letizia Bianchi, Ivana Bolognesi, Alessandro Bortolotti, Felice Carugati, Andrea Ceciliani, Emanuela Cocever, Maurizio Fabbri, Laura Ferroni, Franco Frabboni, Roberto Farnè, Manuela Gallerani, Antonio Genovese, Vanna Gherardi, Alessandra Gigli, Giorgia Grilli, Giovanna Guerzoni, Silvia Leonelli, Stefania Lorenzini, Milena Manini, Paola Manuzzi, Laura Nichelini, Ivo Pazzagli, Tiziana Pironi, , Patrizia Selleri.
Responsabile scientifico: Mariagrazia Contini.
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