Figure e Letture
La grande domanda: l’opera di Wolf Erlbruch
Emilio Varrà*
Il nome di Wolf Elbruch, tra i più grandi protagonisti dell’illustrazione contemporanea, è riecheggiato ripetutamente anche quest’anno per i corridoi e i padiglioni della Fiera del libro per ragazzi. Ma questa volta non si trattava del Bologna Ragazzi Award, premio che segnala i libri più raffinati e originali della produzione mondiale e che il nostro ha già vinto tre volte, né del Premio Andersen internazionale, sorta di Nobel della letteratura per ragazzi che gli è stato attribuito l’anno scorso.
Si trattava piuttosto del suo ultimo libro uscito in Italia dalle edizioni e/o, L’anatra, la morte e il tulipano, che ha fatto discutere gli esperti. Non era la qualità a essere messa in discussione, riconosciuta da tutti, ma l’opportunità di un libro simile per bambini ancora piccoli. Il testo, di grande formato e con poche frasi per ogni doppia pagina, racconta della visita della Morte all’Anatra protagonista. Non è uno scherzo: è proprio la Nera Signora, modesta nella sua tunica quadrettata, ma inequivocabile per il teschio che le fa da viso, concentrato di tutta un’iconografia presa dalla tradizione delle Vanitates e delle Danze macabre. La questione è molto semplice: è arrivata l’ora di morire per il buffo pennuto che dapprima non si capacita della cosa e poi pian piano se ne fa una ragione fino ad addormentarsi dolcemente, ma per sempre. E’ proprio la capacità di coniugare insieme la radicalità e la delicatezza della fine la vera magia del libro, che si pone come utilissimo strumento per affrontare con i bambini un argomento così scomodo e generalmente rimosso. Ma è la cruda, non crudele, evidenza del tema, insieme all’assenza di ogni minimo segnale di trascendenza, ad aver provocato le perplessità di cui si diceva. Erlbruch non si nasconde dietro a eufemismi e mitigazioni, sceglie piuttosto di dare profonda umanità alla Morte, che si presenta con cautela e quasi con pudore, ben consapevole del significato della sua apparizione e si mostra capace di attendere con pazienza che per l’Anatra giunga il momento dell’accettazione e del sonno fatale.
Un libro certo non facile, non da offrire con superficialità o in qualsiasi momento, ma neppure un libro da rimuovere e trasferire negli scaffali per i più grandi; un libro che richiede nell’adulto un atto di responsabilità e una serena disponibilità ad affrontare con i più piccoli anche il tema della morte, senza infingimenti e con estrema serietà.
La serietà - da non confondere con la seriosità, ché anzi c’è sempre una vena evidente di ironia nei suoi lavori - è cifra stilistica costante in Erlbruch, non solo per la cura e la raffinatezza estetica a cui ci ha abituato, ma per l’atteggiamento con cui ha scelto di dialogare con i bambini. L’autore sa bene che non c’è età più filosofica dell’infanzia e che quindi è su questo piano che si deve lavorare. I suoi libri affrontano sempre grandi temi: la creazione dell’universo, la nascita dell’individuo, il desiderio di riprodursi, il mistero del vivere, la morte; e si ha l’impressione che ridurre l’importanza del tema sia il primo passo per tradire i piccoli lettori. Per loro solo i grandi temi hanno significato, perché in loro solo grandi domande trovano spazio, per quanto noi adulti non siamo sempre in grado o disponibili a sufficienza per riconoscerle. E La grande domanda è anche il titolo di un vero capolavoro dell’autore, premiato a Bologna nel 2004: il libro si apre con un bambino che soffia sulla torta di compleanno e sulle cinque candeline che vi sono infilate. Due righe di testo sovrastano l’immagine a doppia pagina: “E’ per festeggiare il tuo compleanno che sei sulla terra – risponde il fratello.” Si dà così inizio a una sorta di sfilata simbolica: a ogni giro di pagina si trovano risposte differenti alla medesima domanda presupposta. Si succedono gatti e piloti, nonni e genitori, uccelli e soldati, cani e marinai, pietre e pugili, finanche un’anatra e la morte e ogni volta la soluzione è relativa, tiene conto del punto di vista dell’interlocutore e non giunge mai ad una chiusa definizione. Tanto che il libro non termina, se non con due pagine vuote e quadrettate, con le sole scritte “Data” e “Risposta” a presupporre una continua evoluzione.
Questa sostanza filosofica è anche l’ottica con cui bisogna guardare alle scelte stilistiche dell’autore, che lo rendono immediatamente riconoscibile e modello per tanti altri illustratori: l’uso del collage, la sintesi essenziale del segno, una spigolosità tutta nordica delle forme, una calibratissima cura compositiva che predilige la costruzione per masse, la matericità che si evidenzia nell’uso di carte diverse applicate all’immagine. Non si tratta semplicemente di stilemi: ogni soluzione estetica presuppone una sua profondità di significato. Basti pensare allo spazio vuoto che spesso domina le pagine, vero protagonista ne L’anatra, la morte e il tulipano, ma presente anche ne La creazione e in altre opere; certo si può presupporre una certa influenza giapponista ma la vera essenza del bianco va cercata nella sua dimensione metafisica, è l’espressione del senso di mistero del reale, della suo porsi comunque come enigma, del suo essere perpetuamente in potenza, vuoto solo apparentemente quindi, perché sul quel bianco da un momento all’altro potrebbe apparire un orso, una signora che improvvisamente impara a volare (La signora Meier e il merlo), persino Dio che si appresta alla Creazione.
In quest’ottica anche la matericità delle carte, cartoncini colorati o pagine di quaderni a quadretti, la diversa provenienza di sagome, ritagliate e ricontestualizzate a partire da vecchi abbecedari o da antiche tavole sinottiche, assume un valore non solo estetico: è come se si volesse mettere in rassegna le diverse sostanze del mondo, dove ogni figura significa qualcosa e assume una sua specifica individualità non solo per la riconoscibilità della forma, ma per l’essenza materiale che la va a comporre. E proprio la composizione, sempre molto curata ma anche un po’ sbilenca, diventa un’ulteriore dichiarazione: quella di chi considera la realtà sempre un po’ obliqua, sempre instabile tra l’equilibrio e il suo scompaginamento, dove però il disordine potenziale non è mai annichilente o minaccioso, semplicemente un flusso vitale che prepara a un cambiamento, alla ricomposizione di un nuovo equilibrio destinato poi a trasmutare.
Il senso di meraviglia, l’attesa e la sorpresa per le metamorfosi, la concezione di un universo sempre aperto al possibile e mai dato per definitivo sono altri grandi contributi pedagogici ravvisabili nell’opera di Erlbruch. E allora anche il semplice gesto di girare pagina assume un preciso significato, lo strumento privilegiato per una vera e propria “educazione allo stupore”. Ed ecco un altro libro importante come La notte, storia semplicissima di un bambino che sveglia suo padre e lo costringe ad uscire perché vuole vedere la notte. Il padre esita, dichiara che quelle ore sono fatte per dormire, ma accontenta il piccolo e lo porta in giro per la città. La passeggiata è accompagnata dalle continue osservazioni dell’adulto, che senza stancarsi ribadisce l’inutilità di quella perlustrazione, perché dormono tutti, tutti i negozi sono chiusi, il buio non fa vedere niente. Il bambino tace, ma con i suoi occhi spalancati è l’unico ad accorgersi di strane presenze, creature che nella loro incongruità più fedelmente rappresentano “l’altra parte della giornata”. Capita allora che un enorme nuvola a forma di Mickey Mouse alato sovrasti le loro teste, che un gorilla con l’orologio passi loro accanto, che un coniglio gigante faccia capolino da un vaso, o un bassotto anch’esso enorme faccia loro da ponte, o che un grande pesce con un carretto contenete una fragola altrettanto sovradimensionata attraversi la strada, e così via. Di tutto ciò il padre non si accorge, il suo sguardo è velato dalle sue convinzioni pregiudiziali a dimostrare che la realtà muta non solo per le sue intrinseche metamorfosi, ma per la natura diversa di chi la osserva, per la disponibilità o meno di lasciarsi stupire. E’ in questa rinuncia, sembra dirci Erlbruch, la vera morte, quella di cui giustamente dobbiamo avere paura.
Bibliografia dei libri di Erlbruch pubblicata in Italia:
L’anatra, la morte e il tulipano, Edizioni e/o, Roma 2007
I terribili cinque, Edizioni e/o, Roma 2006
La notte, Edizioni e/o, Roma 2006
Un paradiso per il piccolo Orso (testo di Dolf Verroen), Edizioni e/o, Roma 2005
La creazione (testo di Bart Moeyaert), Edizioni e/o, Roma 2005
La grande domanda, Edizioni e/o, Roma 2004
Il miracolo degli orsi, Edizioni e/o, Roma 2004
La signora Meier e il merlo, Edizioni e/o, Roma 2003
La fabbrica delle farfalle (testo di Gioconda Belli), Edizioni e/o, Roma 2002
Chi me l’ha fatta in testa? (testo di Werner Holzwarth), Salani Editore, Firenze, 1998
* Presidente di Hamelin Associazione Culturale per la divulgazione della letteratura per l’infanzia, Bologna. www.hamelin.net