Numero 6,numero 6, giugno 2007


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DOVE ABITA LA TESTA ALL’INGIU’

di Franco Frabboni

La creatività ha il compito di generare bambini con la testa all’ingiù. Capaci di mettersi sul naso occhiali anticonformisti e trasgressivi con i quali potere guardare un mondo rovesciato. Non più quindi una vita quotidiana banale per i suoi conformismi, le sue routines, le sue sequenzialità, le sue omologazioni. La creatività si rivolge alle nuove generazioni perché si avventurino senza timori lungo sentieri lastricati  di rotture mentali, di fughe nell’immaginario, di emozioni forti, di voglia di vivere l’inattuale, l’inedito, l’ignoto.
L’asilo nido e la scuola dell’infanzia sono il regno dei linguaggi espressivo-creativi. Questo significa che nei loro giardini dell’educazione campeggia  l’albero sempre/verde della fantasia.
Il presente Editoriale esprime, in proposito, una antica delusione pedagogica. Questa.  
Nella scuola dell’obbligo e del postobbligo del nostro Paese i linguaggi targati/fantasia anziché essere elevati a dignità cognitiva  - godendo, quindi, del titolo di intelligenza:in quanto “lenti” per guardare, capire e cambiare il mondo -  vengono  relegati in guisa di Cenerentola ad accudire la bassa cucina dell’intrattenimento degli allievi negli spazi break dell’insegnamento. È un modello verbalistico e libresco del fare scuola (condannato con  forza dalla ricerca pedagogico-didattica più avanzata) che ha quale suo inesorabile rovescio della medaglia il confinamento/declassamento dei linguaggi espressivo-creativi al ruolo occasionale di esperienza compensativa, di «stampella» di sostegno. Sono confinati nel risibile compito di disintossicare lo stress mentale prodotto durante l’istruzione ufficiale se questa indossa gli abiti del modello nozionistico-enciclopedico. Come dire, alla creativitàviene fatta indossare, in classe, la veste del clown con il compito di distrarre gli allievi dalla cultura ufficiale. Il tutto allo scopo di sperimentare per un attimo le ali della fantasia prima di ridiscendere a terra per riprendere posto nel banco: in attesa del rintocco canonico delle ore disciplinari che si susseguono nel palinsesto della scuola. Una creatività, dunque, che mima - in un canto - un sorriso e una felicità che l’allievo è costretto a  spegnere quando si trova al cospetto del manuale-lezione-lavagna. Domanda. Una spremuta di linguaggi espressivi - con alti tassi di spontaneità, emotività, vitalità, originalità - permette di avere di ritorno (al cospetto dell’istruzione ufficiale) scolari silenziosi, concentrati, disciplinati? Bene. Allora, battiamo le mani alla creatività se si fa occasione di “scarico” della fatica mentale accumulata ascoltando le lezioni dei docenti e memorizzando le conoscenze stampate nelle pagine del libro di testo. Ma a una condizione. Che resti fuori dall’uscio della classe - è il prezzo didattico da pagare - il suo profumo culturale: i suoi codici semiotici e semantici, le sue grammatiche e sintassi, il suo gusto per l’imprevisto e per l’avventura, la sua voglia inesauribile dell’emozionante, dell’azzardo, del comico, del non-sense. E’ un alfabeto della creatività - questo - troppo trasgressivo ed eversivo per una scuola ancorata all’omologazione di conoscenze canoniche, precostituite, inossidabili!
Proprio perché è espulsa dal monitor della scuola, vorremmo inondarla di luce. Denunciando, nel contempo, la sua inaccettabile esclusione. Come dire: troppo spesso la scuola «balbetta» rimozione e censura nei confronti di un curricolo colorato di creatività. Preferendo quello imbrattato da un’istruzione pedantesca che relega in soffitta i linguaggi musicali, gestuali, iconici, manuali e motorici. La creatività a cui viene data abitualmente ospitalità è la parodia, la controfigura di qualsivoglia grammatica dell’immaginario e della fantasia.


 

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