NON E’ UN ARREDO
Intervista a Duilio Santarini
a cura di Monica Arfelli *
La mia “avventura” personale con l’“Alessandro B” è iniziata un anno fa nell’ambito di una formazione di 2° livello sulla Documentazione presso il C.D.A. di Forlì. Il corso prevedeva la produzione di un percorso di documentazione su un tema a scelta. Ero venuta a conoscenza del fatto che era in corso una ristrutturazione di materiale educativo per molti anni presente nei nidi forlivesi, così ho pensato: “Perché non documentare proprio questo avvenimento?”
Così, contatto dopo contatto, ricerca dopo ricerca, ha preso corpo un lavoro certamente di una portata molto più ampia rispetto a come l’avevo immaginato, ma anche molto importante e ricco: di storia, di valori, di esperienza.
Ho conosciuto l’ideatore di questo “arredo”, il maestro Duilio Santarini, coordinatore pedagogico degli Asili Nido forlivesi nel decennio 1970-80, che ha visto sorgere il primo Nido di Forlì, l’ “Aquilone” è stato inaugurato nel 1970 in attuazione della legge statale in materia di Asili Nido, la famosa 1044/1971.
Uno snodo importante del mio percorso di documentazione è consistito nella realizzazione di una lunga intervista con il dott. Santarini, di cui presento una sintesi.
Maestro Santarini, ci può raccontare come è iniziata la sua esperienza nei nidi, quali difficoltà ha incontrato?
Sono stato contattato dalla sig.ra Maria Belli, allora assessore del Comune di Forlì, la quale mi disse: “Tu devi fare gli Asili Nido a Forlì”. Io le risposi: “Che cosa sono?” e lei: “Non ne ho idea, ma so che tu lo scoprirai.”
L’assessore Belli è sempre stata una donna molto decisa, era molto difficile dirle di no, così cominciai a “guardarmi intorno” nel panorama pedagogico di allora per trovare qualcosa di valido a cui riferirmi. Dopo aver visitato alcuni luoghi, l’unica esperienza all’avanguardia che incontrai fu quella di Reggio Emilia. Il suo specifico era legato, però, alla Scuola dell’Infanzia. Contattai comunque il pedagogista della realtà reggioemiliana nonché direttore della rivista “ Zerosei”, Loris Malaguzzi, il quale mi accompagnò personalmente a vedere i tentativi fatti per la fascia 0-3; a conclusione della visita mi disse: “Tu non fare nulla di tutto quello che hai visto perché è sbagliato”.
Ho cominciato così, costruendo il “mondo nido” a Forlì per tentativi ma sempre a piccoli passi, volutamente. Sai quante pressioni mi venivano fatte, dettate dalla necessità, affinché si costruissero contemporaneamente più nidi? Ma la mia risposta era sempre negativa perché non avremmo avuto modo di correggere gli errori e le insufficienze inevitabilmente commessi mano a mano che si procedeva. L’Amministrazione lo capì e venne costruito,in media, un Asilo Nido ogni due anni, raggiungendo un livello accettabile di qualità, non tanto per gli adulti quanto per i bambini.
Quindi, se non esistevano veri e propri modelli a cui riferirsi, occorreva “inventare” tutto, dall’architettura all’arredamento, alle attività coi bambini…
Si, cominciai io stesso, di mia iniziativa, a buttare giù qualche schizzo, alcuni schemi di progetto basandomi sulle mie competenze (sai, un po’ di disegno mi intendo..), ma soprattutto sulle ricerche effettuate da vari studiosi (pedagogisti, pediatri, psicologi ecc. ) riguardo alla fascia 0-3 anni nonché sulle considerazioni e suggerimenti che mi venivano dalle equipe educative di allora.
Il risultato fu la ripartizione dei Nidi in quattro sezioni: lattanti, semidivezzi, divezzi e grandi divezzi che accoglievano rispettivamente bambini da 3 a 12 mesi, da 13 a 18 mesi , da 19 a 26 mesi e da 27 a 36 mesi. Questa suddivisione era quella che più rispettava la fisiologia e lo sviluppo dei bambini e da qui poi partimmo con tutto il resto.
E cioè?
Mi riferisco a come strutturare le sezioni nel concreto, a quali materiali utilizzare per provocare partecipazione e via dicendo. Vedi, l’organizzazione strutturale dello spazio come spazio educativo deve essere motivato e non neutro; allora capisci come diventino importanti le dimensioni, i colori, la forma, la flessibilità, la polivalenza, il collegamento con le varie sezioni e i vari spazi complementari. Un esempio: al centro del nido che avevamo progettato troviamo il giardino, coperto da un tetto mobile. Questo spazio rappresenta una fonte di forte attrattiva per i bambini sì per ciò che vi trovano (piante, sabbiera, acqua, ecc.), ma anche perché, in forza della sua collocazione e della sua natura, diventa per i bambini e per il personale insegnante un punto di incontro e di socializzazione libera o guidata. Ancora: ti sei mai chiesta perché i servizi igienici per i bambini nei Nidi di Forlì erano ubicati in una posizione intermedia tra la stanza per il riposo e lo spazio di vita? Perché, nel concreto della vita di una comunità, era quella la posizione più funzionale: finito il pasto, i bambini vengono preparati per il sonno e poi accompagnati in camera da letto; allo stesso modo al risveglio, i bimbi vengono accompagnati in bagno per essere preparati per l’ uscita o la merenda.
Che cosa voglio dire con questo? Semplicemente che tutto quello che troviamo in un nido non è messo lì a caso, ma è pensato come una sorta di sollecitazione educativa, partendo proprio dagli spazi architettonici. Ed ecco perché lo spazio non può essere neutro, indefinito (sarebbe senza senso a livello educativo), e neppure fisso ma, per quanto possibile, capace di modificarsi, adattandosi alle diverse esigenze... sempre in divenire, insomma.
Per quanto riguarda i materiali educativi, come si è mosso?
Diciamo che, una volta costruito l’ involucro, si trattava di decidere cosa metterci dentro. A distanza di così tanto tempo, penso che i materiali educativi usati erano una logica conseguenza a tutto ciò di cui abbiamo parlato fino ad ora, di tutte quelle scelte che abbiamo fatto allora: lo spazio, per essere posseduto e fruito dai bambini, deve trovare nei materiali educativi motivi di stimolo, di aiuto al raggiungimento delle competenze proprie di ogni periodo evolutivo. Ad esempio, ritornando alle fasce di età in cui sono state suddivise le sezioni, i dodici mesi hanno sempre rappresentato una tappa cruciale nello sviluppo infantile, poiché i bambini conquistano più o meno a questa età la stazione eretta e, grazie a questo, tutti i loro rapporti con il mondo cambiano. Prima, infatti, le esperienze vengono portate al bambino; con la stazione eretta e poi la deambulazione è il bambino che va direttamente a conquistare tutto ciò che di nuovo offre il mondo. Ma questa è un’esperienza positiva quando si è pronti, nella condizione fisiologica e psicologica che consenta la conquista di cui stiamo parlando: guai a forzare, sì a favorire, aiutare, accompagnare, supportare un processo che durerà poi tutta la vita.
Ecco, sicuramente per te come per tutti gli insegnanti, i pedagogisti e gli esperti del settore, queste cose sono ovvie; allora non lo erano affatto, come non era per nulla semplice tradurre la teoria in pratica.
Ci ho provato ed il risultato è stato tutta quella serie di materiali strutturati e funzionali usati, mi sembra, con successo per un certo periodo nei Nidi di Forlì.
Si riferisce all’”Alessandro B”…
Non solo. Sono stati pensati e realizzati tantissimi altri materiali: il box aperto, per esempio, collocato principalmente nella sezione lattanti; i triangoli polivalenti e poi, sì , la “struttura primi passi” che ho studiato e fatto creare proprio per aiutare il bambino in tutto quel processo di cui parlavamo prima, tutti il più possibile componibili tra loro. Quello che mi preme precisare, però, e di cui mi raccomandavo sempre anche con le insegnanti, è che tutti questi materiali sono utili quando si propongono al bambino, quando cioè si mette il bambino in condizione di utilizzarli spontaneamente. Forzare sarebbe non solo inutile ma anche controproducente, come tu ben sai.
E poi c’è anche un'altra cosa: in questi materiali vinceva la qualità. Era, infatti, stato privilegiato il legno per costruirli, perché è un materiale caldo, è bello da vedere, può essere strutturato in diversi modi così da offrire diverse possibilità…. E, vicino a questo, c’era la nota di colore non per insegnare a distinguere i colori (il bambino del nido non ne è in grado e nemmeno gli interessa) ma per portarlo, se non subito col tempo, a notare una differenza, che è già una gran cosa.
Queste cose io non le sapevo mica quando ho cominciato: le ho imparate col tempo, facendo attenzione, osservando e passando del tempo nei nidi.
Una curiosità (forse anche un po’ banale): perché il nome AlessandroB.?
In onore di mio nipote, il figlio di mia figlia, Alessandro Bellavista.
Da quanto ci ha raccontano traspare una grande attenzione e passione per il suo lavoro. Dal 1970 a oggi sono passati più di trent’anni: cosa pensa di come sono andate le cose, dei mutamenti, dell’evolversi del “mondo nido” a Forlì e in Italia?
Vedi, io appartengo al mondo dei “pionieri” di questi problemi e i temi che ho affrontato è normale che siano, sotto certi aspetti, superati. Ovviamente, l’esperienza fatta è sì importante, ma il divenire riguarda l’attualità, che pone problemi nuovi e, come tali, io non sono oggi in grado di risolverli. Ciò che è stato fatto allora vuole solo essere un punto di partenza. Ciò che “diviene” riguarda la soluzione di problemi nuovi. Io penso solo di aver fatto qualcosa in risposta alle esigenze del mio tempo. Giudicare il nuovo per chi non è più addentro ai temi è sempre un rischio da evitare ( cosa che io ho ben presente), anche se molte novità non riesco a collocarle nel punto giusto: questo certamente è colpa mia.

foto concesse da Fulvia Sbaragli, Morena Zaccarelli (insegnanti Nido d’infanzia “ Lo scoiattolo” Comune di Forlì), Giuseppina Branchetti ( insegnante Nido d’infanzia “ Il cucciolo” Comune di Forlì)


* Insegnante nei Nidi d’infanzia del Comune di Forlì