Iconolandia
Tracce d’infanzia in una Mostra fotografica
di Mirella D’Ascenzo
Si è conclusa in questi giorni la mostra fotografica ‘Bambine e bambini’ organizzata dalla Cineteca di Bologna e allestita presso il locali di Via Riva Reno 72 a Bologna dal 21 ottobre 2006 al 1 marzo 2007. L’evento rientra all’interno delle mostre dal suggestivo titolo ‘L’occhio che scrive’ previste dal “Progetto Alfabeto Fotografico di Bologna” coordinato da Maria Rosaria Gioia sotto la direzione di Angela Tromellini. Tale progetto, avviato tra 2005 e 2006 grazie ai contributi della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, intende inventariare circa ottocentomila immagini della città, catalogarne circa il 15%, organizzarne un nuovo deposito ed allestire un sito Internet per la consultazione on line.
L’obiettivo principale consiste nel recupero della memoria visiva, dispersa nei diversi fondi già raccolti, per renderla strumento di consultazione facilmente accessibile, ma anche di offrire elementi utili allo studioso di storia locale a diversi livelli, con quella freschezza ed immediatezza che solo le immagini, con la loro infinita polisemia di significati, possono offrire. Il progetto prevede pertanto di fornire un contributo non solo di natura divulgativa aperta al grande pubblico, ma anche propriamente scientifica e di ricerca, rivolta all’approfondimento di aspetti poco noti della storia cittadina e nazionale, come la Storia della Fotografia a Bologna, un Dizionario di fotografi attivi in città dal 1839 ed una cronologia 1839-2000. Un lavoro complesso di ricerca e catalogazione delle fonti che intende valorizzare la memoria storica di un territorio, quello bolognese, ricco di esperienze culturali di rilevanza non solo locale ma nazionale, laddove anche le più recenti linee storiografiche promuovono l’approccio locale in termini di arricchimento ed ampliamento delle ipotesi interpretative già consolidate, in un rinnovato rapporto tra dimensione locale e nazionale, tra centro e periferia.
La Mostra ‘Bambine e bambini’ è stata allestita sulla base di un nutrito gruppo di 400.000 immagini tratte dall’Archivio Fotografico di Enrico Pasquali acquisito dalla Regione Emilia Romagna e dal Comune di Bologna tra 1994 e 2003. L’importante fondo archivistico raccoglie le foto scattate tra 1947 e 2002 da Enrico Pasquali, celebre fotografo ambulante nato a Castel Guelfo (BO) nel 1923, il quale nel 1950 aprì uno Studio fotografico a Medicina per trasferirsi poi nel centro di Bologna, come ‘Foto Studio Pasquali’ fino al 2002. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Pasquali lavorò come fotografo “girovago”, spostandosi per le province di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna alla ricerca di immagini semplici di vita quotidiana capaci di illustrare la realtà di quegli anni, di persone intente nella vita dei campi, delle mondine, degli operai, dei muratori, colti nei diversi momenti della vita lavorativa ma anche familiare e domestica. Ed è un’Italia, quella che emerge dalle foto presentate nella Mostra, umile e operosa, un’Italia rurale e montanara rappresentata nella nuda semplicità dei gesti quotidiani.
Un’Italia povera e severa, in quegli anni anche monitorata nella celebre “Inchiesta sulla miseria”, che tanta risonanza ebbe nella società e nella vita politica di allora. Un’Italia che usciva martoriata dalla Guerra ed era priva di quelle comodità che la modernità ci rende oggi irrinunciabili: l’acqua corrente (solo pochi acquai in ceramica sbucciata in grandi cucine vuote), il calore sempre costante dei termosifoni (solo grandi camini che riscaldavano ambienti spogli e fungevano anche da cucine per minestre e pietanze quotidiane, immensi camini intorno ai quali si raccoglievano vecchi e bambini per parlare e raccontare storie) e la certezza di un menu diversificato e succulento (di allora appare invece l’incertezza del pranzo e della cena accompagnata da una sobrietà e rispetto del cibo tra noi oggi perdute). Un’Italia da cui emergono tracce di piccole e grandi storie individuali e collettive, di una miseria oggi lontana ma che allora era largamente diffusa nella stragrande maggioranza della popolazione dalle Alpi alla Sicilia, in una straordinaria somiglianza con immagini di più lontane località italiane, presenti in altre mostre e nella documentazione offerta dal cinema del neorealismo italiano di quello stesso periodo.
Non c’è però uno specifico intento politico né moraleggiante nelle immagini di Pasquali: la povertà dei lavori umili e proletari di quegli anni non evoca le battaglie sindacali e le rivendicazioni politiche ma neppure esprime la retorica della carità. Pasquali coglie in quelle persone l’istante di una dignità semplice e fiera che deriva dalla conquista quotidiana del lavoro, della famiglia, della scuola, senza alcun intento retorico o dolciastro.
Una Mostra da cui emergono con straordinario vigore e veridicità le immagini di un’infanzia povera di quegli anni e insieme fuori dal tempo. Bambine e bambini di Castel D’Aiano mentre andavano a scuola a piccoli gruppi, con la cartella a tracolla; bambine e bambini in una classe a Casola Valsenio, in una scuola-classe col soffitto in travi di legno e le carte geografiche sui muri, in lontananza; bambine e bambini di una scuola con outillage e cartelloni tutti uguali, quando presenti; bambine e bambini sugli scalini esterni di una scuola con l’insegna tonda sulla facciata e la loro cartella tra le mani, i vestiti consumati e rattoppati a ricordare una guerra da poco finita ed una miseria certa ma solo esteriore. E poi le scarpe: sandali aperti e rotti da ogni lato, scarpe sgangherate, scarponi coi lacci sporchi e tutti consumati, ciabatte di donna chiuse da usare in casa e fuori, calde e comode, forse; scarponcini da bimbo piccolo più nuovi e lindi, forse poco usati dai fratelli maggiori. Scarpe e vesti di una popolazione semplice e contadina, dell’Appennino bolognese o della pianura ferrarese, colta nella vita quotidiana dei lavori domestici o a cottimo; bambine e bambini fissati dalla macchina fotografica mentre corrono, giocano liberi o a palla nei cortili, mentre siedono su sedie di paglia e forse ascoltano i racconti delle donne, intente ai lavori di maglia e cucito.
L’infanzia di un’Italia che non c’è più, di un’Italia postbellica povera e contadina oggi scomparsa, per effetto dell’urbanesimo e dell’emigrazione interna verso le città, sempre più uguali tra loro e anonime, in cui la povertà continua ad esistere ma rimane ai margini, anche della cultura e della politica. Un’Italia ora accomunata dalla modernità, da una scolarizzazione diffusa, ma non estesa ancora a tutte le infanzie che attraversano il nostro Paese, ancora in lotta però con il cosiddetto analfabetismo di ritorno. Un’Italia che, dal punto di vista sociale, oggi non c’è più anche se è rimasta l’infanzia, con bambine e bambini più ricchi dal punto di vista materiale ma spesso fragili ed annoiati. Bambini che per molti aspetti risultano sempre straordinariamente simili nel tempo, come se, per certi aspetti, la categoria dell’infanzia fosse fuori dal tempo e dallo spazio: gli occhi immortalati nelle foto di Pasquali non sono diversi dagli occhi dei bambini di oggi, a volte vivi e brillanti, talvolta tristi e stupiti, forse dall’obiettivo o forse dal fatto stesso di essere oggetto di attenzione di qualcuno.
La Mostra bolognese ha avuto uno straordinario afflusso di pubblico, anche grazie ad una meditata attività didattica rivolta alle scuole, specie elementari. Lo spazio centrale della Mostra, intono al quale sono stati disposti i pannelli con le immagini fotografiche, racchiudeva una fila di arredi scolastici con banchi biposto in legno, una cattedra e una lavagna messi a disposizione dalla Fondazione Museo Ettore Guatelli e dall’Istituzione Villa Smeraldi Museo della Civiltà Contadina di S. Marino di Bentivoglio (Bologna). La ricostruzione della piccola aula scolastica, circondata da teche in cui erano conservati giocattoli di una volta, ha costituito l’occasione per offrire alle scolaresche dei Laboratori didattici sulle attività ludiche dei bambini degli anni Cinquanta e Sessanta, attraverso la costruzione di giocattoli del passato ma anche l’ascolto e la riproduzione di filastrocche e canzoni di un tempo. I risultati credo non siano mancati, almeno sul piano dei vissuti dei bambini e della loro consapevolezza del divenire della Storia. Personalmente mi ha molto colpito la lettura delle interviste ai nonni realizzate dagli alunni per conoscere, attraverso i giochi e i giocattoli della loro infanzia, il passato ed il vissuto dei propri familiari, nel quadro delle attività didattiche di storia, specie di seconda elementare. La grafia chiara e pulita -con qualche errore qua e là forse appositamente non corretto per non alterare la freschezza della scrittura infantile- e l’entusiasmo dei commenti degli alunni in visita, registrato sui fogli appesi sulle colonne e sui cartelloni esposti, suggeriscono la necessità di progettare percorsi di recupero e valorizzazione della memoria storica del nostro territorio, soprattutto per le sue innegabili valenze didattiche e formative per tutti, bambini ed adulti inclusi.
Un bel catalogo dal titolo Il caso Pasquali, fotografo curato da Cesare Sughi,accompagna la Mostra fotografica, con commenti di Renzo Renzi, Angela Tromellini, Antonio Faeti, Andrea Emiliani, Nazario Sauro Onofri, Vera Ottani ed altri, tutti attenti a cogliere aspetti, emozioni e ricordi anche alla luce della loro personale conoscenza del fotografo emiliano, scomparso nel 2004. La Mostra sarà allestita dal 24 marzo 2007 al 15 aprile 2007 presso la Sala Auditorium di via Pillio 1 nel Comune di Medicina (Bologna), luogo in cui Enrico Pasquali visse dal 1925 al 1955.