Story Editor e regista, sceneggiatore della serie animata Winx Club 2
Il cinema d’animazione, non è una novità, ha potenzialità comunicative straordinarie non solo per l’infanzia, purtroppo, però, è ammalato; soffre di una malattia invisibile che lo divora dall’interno e dall’esterno. Potremmo chiamarlo “mal di vuoto”, ma si tratta di una problema complesso, un intreccio di carenze culturali e formative, cinici interessi economici e disagi genitoriali, censure perverse e una buona dose di cialtroneria diffusa. Il guaio non è solo italiano ma anche europeo e americano. E se l’animazione piange, gli altri settori della cultura per ragazzi (teatro, letteratura e fumetto) non ridono.
Si trattasse solo di un problema artistico, potremmo dargli relativa importanza, ma il fatto che intere generazioni di bambini si nutrano per anni di cartoon avariati, ci pone davanti a grandi responsabilità e ci chiama a serie riflessioni in materia; ma procediamo con ordine ed esempi concreti.
Senza fondamenta
Il cinema d’animazione, inteso come linguaggio e come industria, si regge in gran parte su iniziative culturali; e per quanto ci siano sforzi da parte di alcuni festival illuminati, purtroppo in Italia non c’è ancora una cultura diffusa del cartoon. Confondiamo ancora il fumetto col cinema d’animazione, che viene considerato genere cinematografico (che poi significa baby-sitter…) e non linguaggio e tecnica con cui si possono raccontare tutti i tipi di storie, dalla love-story all’horror. Non conosciamo i nomi degli autori (se ci vengono in mente più marche di cibi per cani e gatti che autori dei film d’animazione di cui si “nutrono” i bambini, dovremmo preoccuparci…) e continuiamo a relegare nelle proiezioni cinematografiche pomeridiane (cioè “per bambini”) film adulti e sofisticatissimi come Ghost in the Shell 2 Innocence , semplicemente perché sono di animazione.
L’editoria di settore è ancora arretrata, specie sulle pubblicazioni tecniche, mentre la stampa (salvo alcuni giornalisti competenti) resta approssimativa, talvolta in modo imbarazzante, e sempre pronta a gridare allo scandalo quando qualcuno annuncia che Sailor Moon fa diventare gay o fesserie simili. Ancora, quando un cartoon è brutto o noisoso, diciamo “peccato, ma in fondo è solo un film per bambini”; gli avanzi della cena al cane, gli avanzi dei cartoon ai nostri figli. Va da sé che manchino anche scuole che formino tutte le figure professionali (dai produttori agli sceneggiatori) necessarie per far nascere un’industria del cartoon.
La pappa pronta
Nel deserto culturale, le poche istituzioni si sono geneticamente adattate all’ambiente. La stessa RAI, si sa, preferisce in generale acquistare format televisivi ampiamente collaudati all’estero che sperimentare programmi nuovi. Anche nei cartoon, importare è più comodo ed economico che produrre; alcuni anni fa ho poi avuto il privilegio di sentir dire con rara onestà: “abbiamo sempre prodotto roba mediocre e continuiamo a farlo. Perché dobbiamo arrivare per primi, quando possiamo arrivare quinti?” Anche nella produzione, insomma, prevale la logica del format; non ci sono Grandi Fratelli cattivi, è lo stesso mercato internazionale che favorisce il prodotto collaudato e mediocre, premiando l’assuefazione verso il basso. Se il pubblico passa dai Vanzina a Fellini, difficilmente tornerà indietro e una bocca raffinata è più difficile da accontentare.
Certo, ci sono isole felici come la Melevisione, ma per andare contro corrente ci vogliono fatica e volontà, risorse e competenze, e una buona dose di rischio (e di fortuna). Ma se non si può pretendere da una tv privata, che investe i propri soldi, di rischiare in nome della qualità e dell’innovazione, più difficili da accettare sono certi ragionamenti da parte della tv pubblica, o almeno da alcuni suoi scomparti. Una piccola rivoluzione sarebbe, come propone Giovanni Minoli, responsabile di RAI Educational, mettere un bollino sui programmi prodotti con soldi pubblici: così vediamo subito come vengono utilizzate dai nostri dipendenti le tasse che versiamo.
Affrontare battaglie in nome della qualità significa compiere scelte, esporsi e misurarsi con le critiche, interne ed esterne. Purtroppo per evitare i polveroni mediatici, ci si chiude dietro censure fintamente pedagogiche, ma dannose come un gas inodore. Vediamo come.
Diamoci un taglio.
Studio l’argomento censure da molti anni, censure che con alti e bassi vengono compiute con una sistematicità incredibile. In questa sede limitiamoci ad alcuni esempi: la serie giapponese Orange Road (da noi È quasi magia Jonny) affronta con garbo e correttezza tematiche adolescenziali; in una scena, il protagonista Kyosuke prende un cocktail alcolico: si ubriaca, sta male e fa una figuraccia, viene schiaffeggiato dalla ragazza di cui è innamorato e il giorno dopo fa il mea culpa. Pedagogicamente è perfetto: invece di subire e “imparare” sulla nostra pelle gli effetti dell’alcool, attraverso una storia (e non una predica) impariamo che ubriacarsi è una pessima scelta. Nonostante l’alcool venga denunciato, esso è stato invece censurato da Mediaset, col risultato che Jonny si ubriaca di succo di frutta (sic!); dell’alcool proprio non si può parlare. E così via su tutti gli altri argomenti “delicati” presenti nella serie, che nella versione italiana perde completamente di senso. Quando lavoravo come storyeditor sulla serie nostrana Winx Club 2, mi ritrovai in una situazione simile e cambiai preventivamente il vino in succo di frutta. Ebbene, il mio collega responsabile dell’adattamento per l’America (il principale mercato delle Winx) mi disse: “cambia la scena, sulle tv americane non possiamo mostrare persone ubriache, nemmeno di succo di frutta”. Punto.
Una delle serie più diabolicamente censurate di tutti i tempi è il secondo adattamento italiano (ancora Mediaset) della Spada di Re Artù. Rimandando ad un articolo on-line per approfondimenti, mi soffermiamo su questo esempio apparentemente innocuo: l’affermazione “la zia odiava la violenza” della prima versione è diventata “la zia dolce e generosa” nella seconda. Perché? Cosa c’è di più positivo che odiare la violenza? Il problema è che la frase può essere percepita come “odio+violenza” da chi passa distrattamente davanti al televisore mentre il bambino lo guarda, come una mamma ansiosa e indaffarata; passa, giudica senza valutare il contesto, senza vedere il cartoon (non ha tempo!) e telefona alla stampa o a un’associazione di genitori, preoccupata che il povero pargolo sia in balìa di un cartoon violento e cattivo. La stampa approfitta di una notizia così ghiotta e scandalistica, lanciandola subito sui giornali (assecondando per giunta l’aspettativa sul cartoon cattivo, magari giapponese); l’emittente perde così prestigio, l’audience cala e di conseguenza calano gli introiti sugli spazi pubblicitari. Il guaio sta tutto lì.Davvero reagiamo così? Alcuni anni fa ho tenuto un workshop con una trentina di mamme insegnanti di religione. Focalizzandomi sull’appariscente tema della violenza, ho ricostruito la fruizione di chi, passando davanti al televisore, vede solo brevi frammenti animati. Così ho mostrato loro due minuti di spezzoni di animazioni (che non conoscevano) con personaggi che si picchiavano. Solo in un caso la violenza era mostrata in maniera gratuita, morbosa, quindi negativa dal punto di vista educativo. Eppure il commento unanime al montaggio degli spezzoni è stato “sono le peggio cose!”. Mostrando successivamente le versioni allargate degli spezzoni e integrando il tutto con spiegazioni verbali, è stato ben chiaro alle insegnanti che il loro primo giudizio fuor di contesto era sbagliato, se non appunto in un caso su sette (un prodotto destinato comunque al solo home video). Per giunta, nessuna insegnante mi ha rinfacciato l’illegittimità della richiesta, ovvero che non fosse possibile giudicare un cartoon su uno spezzone di pochi secondi…Insomma, nei palinsesti per ragazzi tutti gli elementi verbali o visivi che possono anche solo lontanamente richiamare una negatività vengono in genere censurati, indipendentemente dal contesto e dal contenuto veicolato, perché senza contesto vengono evidentemente giudicati. Se le tv reagiscono così ci sarà un motivo.E la Rai? Ecco quello che è successo a SuperGals, colorata serie giapponese per ragazze che asseconda frivolezze, bisogni e curiosità delle adolescenti, ma sempre riportandoli in un contesto di correttezza e buoni sentimenti: nella versione originale, Miyu, amica di Ran (la protagonista), è presa di mira da Yoshida, un compagno invaghito di lei e disposto a tutto pur di averla. Per questo Ran decide di “farle da guardia del corpo” (che su Rai2 è diventato “accompagnarla”…). Ma Yoshida li soprende per strada e, minacciandoli con un coltello, intende portare via Miyu. Ran si fa avanti cercando di dissuadere verbalmente Yoshida dal commettere stupidaggini col coltello. Ma il ragazzo si spazientisce e attacca Ran, che, difendendosi, lo disarma e lo stende con un cazzotto, salvando così la sua amica. Il ragazzo subisce una ramanzina, capisce che ha sbagliato e se ne va comunque in piena salute. Nella versione RAI tutte le scene dove compare il coltello sono state omesse, con il risultato che Yoshida chiede di poter andare via con Miyu e Ran lo assale con un bel cazzotto, diventando così del tutto immotivato l’uso della violenza da parte della protagonista.
Non male come esempio di comportamento da offrire ai telespettatori…Non c’entrano il buon senso, la pedagogia e nemmeno i bambini; è solo una questione economica e di ruoli (poltrone). Così, anche la Rai, preoccupata soprattutto di evitare le proteste di associazioni agguerrite come il Moige , finisce per essere ancora più restrittiva, sia negli adattamenti di serie straniere sia nella fase di scrittura delle proprie produzioni. Il MOIGE (che non è dentro il comitato tv e minori, ma che di fatto ha un grande peso mediatico) si dichiara contro la censura e invita a ragionare sulle fasce orarie. Bene, ma il problema si sposta sull’idea di infanzia e adolescenza relativamente al pubblico a cui ci si rivolge. Cosa è adatto allo spettatore della mattina, del pomeriggio e della sera?
Le preoccupazioni genitoriali sono legittime e necessarie: “il bambino ha freddo quando la mamma ha freddo” è un meccanismo che tutela i fanciullo. Ma se la mamma è iper-protettiva, il figlio soffoca sotto otto maglioni. Un bambino ha ovviamente più possibilità di farsi male in un bel prato di montagna che su un’asettica moquette... Ma dove cresce meglio? Per paura di una sbucciatura o di una puntura d’insetto, stiamo privando i bambini dei prati di montagna, quelli veri e della fantasia. Ma Heidi non ci ha insegnato nulla?
Vale la pena vedere questo cartoon?
Cos’hanno da dirci i cartoons e magari proprio quelli giapponesi, da sempre accusati di essere brutti e violenti? “Noi siamo cresciuti con i cartoni animati – ha scritto qualcuno – ma purtroppo i cartoni animati non sono cresciuti con noi. Gli unici che lo hanno fatto veramente sono quelli giapponesi”. Nel 2002 ho pubblicato con la psicologa Maria Grazia di Tullio la ricerca Vite Animate, i manga e gli anime come esperienza di vita . Siamo andati a incontrare chi più è stato esposto all’ondata indiscrimitata di cartoons giapponesi degli anni Settanta e Ottanta e a quella dei fumetti degli anni Novanta. Attraverso interviste, questionari e lettere spedite alle redazioni dai lettori, abbiamo cercato di capire cosa significa “crescere con quella roba lì”, passando giorni, anni e giovinezza in compagnia di quei personaggi e quei mondi. Non solo non abbiamo trovato traumi da alabarde spaziali o da sex-appeal di eroine disegnate, ma è prepotentemente emerso il profilo di una generazione di ragazzi spesso soli, che hanno trovato nei personaggi dei manga e degli anime, valori, affetti e comprensione che invece non vedevano nella società attorno a sé.
Alcuni lettori rivelano addirittura di essere stati “salvati dai manga”, non è uno scherzo. Dalle storie scolastiche a quelle post-atomiche, centrale è la ricerca della propria identità, all’insegna dell’amicizia e dell’onestà, anche quando il mondo è spietato e violento. Molti cartoons giapponesi prendono insomma sul serio il proprio pubblico, affrontando contenuti, tematiche e sentimenti spesso impensabili per le altre “scuole” del cartoon: Disney, che con l’estirpazione del cattivo ripristina l’armonia familiare dei buoni, ci offre Disneyland, il mondo dei desideri confessabili. La Warner Bros. e la Mgm , rappresenta, attraverso una finzione dichiarata, un mondo in cui siamo tutti furbi e fessi, dove nessuno va estirpato e ridiamo dei nostri difetti. La scuola nipponica invece rappresenta la realtà in tutte le sue trasfigurazioni immaginarie, un mondo complesso di uomini contro uomini. L’immaginazione come palestra di realtà.
Che ci piaccia o no, i cartoons non sono tutti uguali e non sono una baby-sitter; costituiscono una esperienza emotiva, immaginativa e culturale, che va giudicata nella sua complessità. Scandalizzarsi per un coltello in tv senza indagare qual è il messaggio veicolato, equivale ad assumere una baby-sitter (sottopagata) semplicemente sulla base degli abiti che indossa, senza chiedersi se è una persona (in tutti i suoi aspetti) con cui i nostri figli meritano passare il loro tempo.Winx Club, un caso di scritturaL’handicap dei cartoons è che non si fanno in casa in piena autonomia, come i romanzi. Ci vogliono centinaia di persone e milioni di euro. E chi investe i soldi (quasi mai l’autore), non vuole problemi ma guadagnare. In più, i cartoons entrano nelle case di tutti, a tutti esponendosi. Ma tant’è.
Quindi, quando il clima censorio è quello di cui sopra, chi magari ha davvero qualcosa da dire a bambini e ragazzi, si ritrova spesso imbavagliato. I bavagli però si nascondono anche nel modo stesso con cui un prodotto viene realizzato.
A volte un cartoon nasce perché un Autore ha qualcosa di importante da raccontare. Altre volte nasce solo per essere venduto; Goldrake, ad esempio, aveva i piedi grandi perché il giocattolo doveva stare in piedi. Dai Masters a Yu-gi-oh, è normale che la serie sia la pubblicità per i giocattoli, il vero affare. Inoltre, come ben sanno i pubblicitari, non si vende un prodotto, ma l’idea e l’emozione ad esso associate.
Le Winx, prodotte da Rainbow e RAI, stanno dando una boccata di ossigeno all’industria dell’animazione italiana, che per la prima volta riesce ad espatriare con un’abile campagna di marketing, generando fatturati milionari . Quale idea allora vendono le Winx? Quella del club di fate coraggiose alla moda. Il club magico trendy. Ecco l’idea vincente. Per gli ingredienti del prodotto, basta attingere a quelli già collaudati da decenni, soprattutto in Giappone: innanzitutto un quintetto di protagoniste, ciascuna con un potere diverso, in modo che ogni spettatore trovi almeno un personaggio con cui identificarsi. È il modello Sailor Moon, che a sua volta proviene dai Gatchaman degli anni Settanta. C’è poi il rito magico ed epico della trasformazione, che attraversa tutta la tradizione nipponnica delle maghette e dei robot. Ad esso si aggiunge il modello idol, (pensiamo a una Creamy…), ovvero della giovane star dello spettacolo, cantante o attrice, ma comunque alla moda e di moda. Se poi aggiungiamo il quintetto di ragazzi trendy e atletici, emerge anche il riferimento a Baywatch, un mondo patinato di gente glamour e sexy, in fondo partorita da uno stesso modello grafico. L’ambientazione è nientemeno che una scuola di magia, con il benestare di Harry Potter e derivati. Anche il pretesto narrativo va sul sicuro: le protagoniste devono salvare il mondo dal cattivo di turno che lo vuole distruggere o conquistare. Di contorno, la componente kawaii, del cute, traducibile con “che cariiino!”, che da Hello Kitty ad Hamtaro, ha trent’anni di tradizione giapponese.
Ecco allora nelle Winx una pletora di fatine e animaletti con gli occhi sbrilluccicosi, che inducono quasi meccanicamente un sentimento di tenerezza. Last but not the least, c’è il modello Yu-gi-oh, ovvero della “serie pianificata in funzione del gadget”: bisogna raccontare le vacanze al mare delle ragazze per vendere i costumi, oppure realizzare una puntata su Halloween perché in America va di moda, scrivere una puntata sul concerto di Musa per lanciare lo spettacolo dal vivo delle Winx Power, e far giocare le stesse ragazze a carte per vendere il gioco da tavolo.
La logica è questa. Ciò però non impedisce in teoria di realizzare episodi decenti, come nel caso del concerto di Musa. Infatti, la qualità del risultato dipende soprattutto dalle risorse e dalla maestria, dall’amore per il prodotto e dal rispetto per il proprio pubblico. In alcuni casi queste caratteristiche sono il cuore stesso dell’azienda (penso ad una Casa di produzione come Aardman ), in altri casi solo casualmente toccano contemporaneamente tutti i reparti produttivi in un dato momento.Il vuotoPurtroppo, quando una serie animata nasce con intenti commerciali e sa vendere con abilità la propria idea, non sempre vengono investite risorse per amore del prodotto e del pubblico. Sul fronte giapponese, ad esempio, c’è troppa omologazione grafica, ma al contempo resta forte l’impianto registico e dinamico, che invece è il punto debole di molte produzioni occidentali. Da noi capita che manchi di fatto la figura del regista, con un micidiale scollamento delle varie fasi di lavoro, molte delle quali realizzate in Asia al minimo costo possibile. Quando la catena di lavoro si trasforma cioè in un telefono senza fili, anche le scene più banali vengono sbagliate: è il caso di un episodio delle Winx dove un gruppo di personaggi che fuggono volano tutti assieme: “dividiamoci!” grida il leader, ma se ne vanno di nuovo tutti assieme…! Capite quale caos possa emergere quando si tenta di raccontare scene o temi un poco più complicati.
Quando la mancanza di chiarezza o di incisività filmica impedisce di fatto la trasmissione dei contenuti (anche di quei pochi presenti), non restano che gli aspetti più superficiali e commerciali di una serie: costumino, ammiccamento o scontro violento che siano. L’abito diventa importante quando chi lo indossa non ha nulla da dire. Per paura di traumatizzare i nostri bambini e per intascarci più denaro possibile, li stiamo educando alla superficialità, li stiamo riempiendo di vuoto. In tutto questo ovviamente i bambini non hanno alcuna voce in capitolo…
Mostri e pecorelle.
Vogliamo dare voce a un bambino, si chiama Andrea e ha cinque anni e mezzo. Ha i genitori separati e vive col padre, un bravo illustratore e soprattutto un buon papà che guarda col figlio film e cartoons (di ottima scelta) e gli insegna a disegnare. Andrea si diverte a dipingere soldatini e a colorare al computer, ma con la matita realizza fumetti, carte da gioco e disegna un sacco di mostri, la sua passione . Non soffre di incubi particolari ed è allegro. Mamma e maestre d’asilo però sono allarmate da questa passione per i mostri e così Andrea, quando va dalla mamma, non può disegnare i mostri, ma pecorelle e pastori che mangiano il formaggio. Premesso che la pecora ha la stessa dignità del mostro, mamma e maestre non si sono però accorte dello strepitoso livello di rielaborazione fantastica presente nei mostri di Andrea e assente nelle banali e stereotipate pecorelle. L’intraprendenza creativa di Andrea e il suo spessore immaginifico sono segni di ottima salute mentale, ma per accorgersene occorre andare oltre i luoghi comuni come mostro uguale paura, coltello uguale cartoon violento, alcool uguale cartoon diseducativo ecc. ecc.

Idee d’infanzia
Visto che sono i genitori a scegliere per i bambini e ad alzare i polveroni mediatici, la loro idea di infanzia è commercialmente più importante della realtà dell’infanzia. Il colossale equivoco sull’animazione trova conferma in un certo scollamento tra il bambino Andrea e una certa idea di Andrea. E l’idea dell’infanzia è relativa e culturalmente indotta; da noi il bambino viene visto spesso come un adulto in deficienza, che va protetto dai pericoli del mondo. In Giappone, viceversa, il bambino viene considerato un adulto in potenza, che va adeguatamente responsabilizzato. Non è un caso se a scuola i ragazzini nipponici facciano a turno le pulizie, mentre da noi si parlerebbe di sfruttamento di lavoro minorile…
Il problema dei cartoons va oltre il cartoon, non è solo imprenditoriale o culturale, ma sociale. C’è evidentemente un disagio della famiglia che proietta sul bambino e sui cartoon le proprie difficoltà. Ma questa, forse, è un’altra storia.
Mamoru Oshii, Ghost in the Shell 2: Innocence, Production IG, 2004.
Naoko Takeuchi, Bishojo Senshi Sailor Moon, Toei/Aoi/TV Asahi, 1992
Izumi Matsumoto, Kimagure Orange Road, Studio Pierrot/Nippon tv, 1987
http://mediaeducation.blog.tiscali.it/we1867780/
Mihona Fujii, Super Gals! Kotobuki Ran, Studio Pierrot/Tv Tokyo, 2001
Associazione Nazionali di Genitori, www.genitori.it
Isao Takahata, Alps no Shojo Heidi, Zuyo/Fuji tv, 1974
F. Filippi, M.G. Di Tullio, Vite Animate, i manga e gli anime come esperienza di vita, Ed. King Saggi, Roma 2002
Metro Goldwin Mayers
Go Nagai, UFO Robot Grendizer, Dynamic/Toei, 1975
Ed Friedman, Lou Kachivas, He-Man and the Masters of the Universe, Mattel, 1983
Hiroyuki Kadono (e altri), Yugi-oh, Studio Gallop/Nippon Animation/Tv Asahi, 1998
Iginio Straffi, Winx Club 2, Rainbow srl/ Rai, 2005
Junzo Toriumi (e altri), Kagaku Nijatai Gatchaman, Tatsunoko/Fuji TV, 1972
Ito Kazunori, Mahou no Tenshi Creamy Mami, Kitty Films/Kodansha/NTV/Studio Pierrot, 1983
Gregory J. Bonann, Baywatch, GTG Entertainment, 1989-2001
J. K. Bowling, saga di magia arrivata al 6° volume, pubblicato in Italia da Salani
E' un personaggio creato nel 1974 da Yuko Shimzu e copyrighted dalla Sanrio nel 1976
Ritsuko Kawai, Hamtaro, TMS/TV Tokyo, 2000
Musa è una delle cinque Winx
Aardman Animations: fondato a Bristol da Peter Lord e David Sproxton, è uno dei più prestigiosi studi europei di animazione, specializzato sulla tecnica della stop motion. I suoi titoli più famosi sono creati da Nick Park (Wallace & Gromit, Galline in Fuga).
http://www.ivancavini.com/