Numero 3, marzo 2007


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Più tempo per i bambini?



di Franco Frabboni

Sono reduce da un viaggio nella Repubblica Federale tedesca dove il mio sguardo è stato catturato, nei luoghi di massimo richiamo per l’occhio del passante (taxi, metro, edicole, market), da questo slogan stampato su migliaia di adesivi: Mehr Zeit fur Kinder (più tempo per i bambini). Questa overdose di spot pubblicitari intitolati all’infanzia mi ha acceso la spia di alcuni punti di domanda. Ho scartato il primo interrogativo (per evitare interpretazioni “sciovinistiche” nei confronti del Paese che mi ospitava) che nasceva dall’ipotesi che la disseminazione di questi volti infantili fosse il frutto di una campagna predicatoria di massa cosparsa di buone intenzioni, di un retorico richiamo ad un dovere educativo dell’adulto. Quello di concedere più tempo ai bambini, senza precisare esplicitamente l’orientamento pedagogico relativo alla tipologia e alla qualità di questo spazio vitale per l’infanzia. Rimandato al mittente il sospetto che il tam tam alludesse a retoriche paternalistiche, mi sono allora inoltrato per la strada, più impervia, degli interrogativi pedagogici, delle riflessioni sul rapporto bambini/adulti: a partire dal tandem genitori-insegnanti. Ne ho formulati tre. Primo interrogativo. Mehr Zeit fur Kinder significa più tempo da dedicare ai bambini (da parte dell’adulto)? Oppure più tempo da concedere all’infanzia per restare (essere) bambino e bambina? Certo, la riconsegna all’infanzia di un suo sacrosanto diritto (più tempo) non può che trovare consensi diffusi, applausi unanimi. Ma dietro a questo appello inconfutabile, come si configura questa duplice lettura del più tempo per i bambini se viene decifrata ai raggi infrarossi, al di là della sua edificante saggezza di facciata? Il tempo da investire a favore dei bambini (figli o scolari) non si presenta affatto come uno spazio esistenziale neutro. È invece ideologicamente intriso (è frutto sempre di un’intenzionalità educativa) tanto da costituire per l’odierna società delle globalizzazioni un punto/bivio sull’identità (esistenziale e culturale) che si intende assegnare alle giovani generazioni. Di qui la mia tesi. E’ per l’appunto il controllo e il dominio del tempo dell’infanzia che permette agli adulti di condurre i figli-scolari verso spiagge di segno opposto: di subalternità o di autonomia, di oppressione o di liberazione, di indottrinamento o di emancipazione intellettuale e etico-sociale. A partire da questa prima riflessione, si sono successivamente accesi in me, passeggiando per Francoforte e per Magonza, altri due punti di domanda relativi alle possibili cifre-no inscritte nello slogan Mehr Zeit fur Kinder. Punti-no che aprono altri due punti di domanda.
Secondo interrogativo. Più tempo da dedicare ai bambini da parte dell’adulto, si è detto. Ma quale adulto? L’adulto (genitore-insegnante) che sceglie di spendere molto di più del proprio tempo socioaffettivo e culturale per liberare, autonomizzare, emancipare l’infanzia sui repertori della sua vita personale (emotiva, etico sociale, intellettuale)? Oppure l’adulto che decide di destinare più tempo ai bambini per scaricare su di loro le frustrazioni e le aggressività accumulate in contesti lavorativi stressanti e alienanti?. Tanto da farne teatro di vere e proprie distorsioni relazionali: di compensazione-ricatto affettivo, di autoritarismo fine a se stesso, di micro violenza verbale e fisica.
Terzo interrogativo. Più tempo da concedere all’infanzia per restare (essere) bambino e bambina, si è detto. Ma quale infanzia ? I figli-scolari che chiamo ecologici perché possono consumare il tempo più per soddisfare i propri interessi e praticare i propri linguaggi? Tanto da porsi come presenza reale, viva, autentica nella comunità di appartenenza, occasione quotidiana di incontro-dialogo-presenza. Oppure i bambini che chiamo mediatici perché costretti a consumare il tempo più imboscandosi lontano dal loro mondo evolutivo, costretti ad esistere come altro-da-sé? Una relegazione -questa - che li fa cittadini di una patria plastificata e artificiale (massmediologica) che li tramuta in un’umanità spettacolo: azionata dalle leve dei consumi indotti che rendono pubblica una rappresentazione del tutto surrogatoria e inesistente di infanzia. Creata e diffusa appositamente per ragioni di mercato dall’industria commerciale: alimentazione, abbigliamento, divertimento, e altro. È il volto mercificato di umanità fittizia. Sempre più immagine spettacolo consumo. Sì, io ripudio questo tempo più in agguato dietro l’angolo del Pianeta Infanzia.



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