Numero 11, novembre 20077


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Arte e natura

di Marco Dallari



Il simbolo è qualcosa che usiamo per rappresentare qualcos’altro che non è (necessariamente) presente. La capacità di creare simboli è una caratteristica fondamentale dell’essere umano. Il linguaggio delle parole è senz’altro il più complesso e importante fra gli apparati simbolici che abbiamo a disposizione, tanto che quando possiamo dire di conoscere qualcosa questo significa non solo che con quella cosa abbiamo avuto a che fare in termini di esperienza diretta, ma che abbiamo anche familiarità con le parole e gli altri simboli che rappresentano, descrivono e permettono di condividere il ‘sapere’ di quella determinata cosa. D’altra parte sappiamo bene che gran parte di ciò che possiamo dire di conoscere non l’abbiamo visto, sperimentato, vissuto, ma abbiamo ricevuto, appreso ed elaborato solamente la sua rappresentazione simbolica. Altrimenti non potremmo conoscere la storia, la geografia di luoghi lontani, principi e regole scientifiche di cui non abbiamo la possibilità di fare verifiche sperimentali dirette, oltre a un’infinità di altre cose, fino ad arrivare a concetti e principi ‘astratti’ che esistono solo grazie alle parole che li rappresentano.Secondo molti studiosi, filosofi e teologi è proprio questo il “peccato originale” che separa la coppia di esseri umani (Adamo ed Eva) dal paradiso della natura. Dare un nome alle cose e, da quel momento, poterle evocare anche in loro assenza. E non è tutto qui: con i simboli e con le parole nasce la narrazione che evoca mondi e vicende lontane, o addirittura ne crea. La creazione-scoperta del simbolo da parte degli esseri umani li rende dotati di cultura, e fa prendere loro definitivo e irreversibile congedo dallo stato di natura.
La parola natura divide da secoli il pensiero umano fra chi (fin dai tempi di Rousseau) ne fa un bandiera, e teme che la civilizzazione faccia perdere agli esseri umani la possibilità di essere partecipi dell’autenticità della loro (naturale) origine, e chi ne ha invece paura, perché rappresenta l’istintualità e distoglie dalla retta via della morale e della ragione. Ma in definitiva questa natura cos’è? Le scienze della natura, da tempo, ci forniscono informazioni fondamentali, e non di rado inquietanti, sull’ambiente, sul cosmo, sui meccanismi del divenire del mondo. Ma ci danno, sempre e inevitabilmente (come è inevitabile che sia per ogni scienza) la rappresentazione di quel pezzetto di natura di cui si occupano, e così come l’anatomia umana descrive funzionalmente il corpo umano ma è ben lontana dal poter rispondere alla domanda ‘cos’è l’Uomo?’ allo stesso modo biologia, astronomia, botanica, etologia, e chi più ne ha più ne metta non possono rispondere alla domanda: ‘cos’è la Natura?’ Anche perché il quesito, formulato attraverso parole e simboli astratti, vive e chiede risposte all’interno dell’universo della cultura. Non c’è, per queste domande, una spiegazione possibile, ed allora sia dal punto di vista pedagogico che da quello epistemologico, occorrono risposte capaci di legittimarsi sul versante della comprensione (com-prendere = prendere dentro di sé). La natura può rappresentarsi solamente attraverso allusioni, suggestioni, metafore. 
Naturale è certamente l’esperienza dello stupore, o del panico (il sentimento del Dio Pan), che ci fanno accorgere di essere, a volte, posseduti da qualcosa che non possiamo del tutto controllare, come la paura del buio, o del temporale, che cerchiamo di esorcizzare nei bambini con le nostre spiegazioni razionali e scientifiche, colpevolizzandoli, quasi, di esser ancora partecipi di qualcosa di prezioso che perderanno, forse, o di cui resterà solamente qualche traccia opaca e rudimentale. Ma lo stupore, mentre si alimenta di evidenze, di eventi, di cose, guarda dentro di noi, e ci permette di sentirci misteriosamente simili al mondo misterioso di cui, malgrado la nostra boria razionalistica e simbolica, siamo ancora e irriducibilmente parte.
L’arte visiva è un ricco e interessante repertorio di metafore e allusioni rivolte all’idea di natura. Natura che tuttavia, essendo, come dicevamo, un concetto astratto, non si può rappresentare con il meccanismo della mimesis, cioè della somiglianza. Anche se in passato, e per molti secoli, gli artisti hanno utilizzato, per rappresentare la natura, la metafora del paesaggio. Ma oggi questa riduzione simbolica non funziona più come in passato, perché, come ribadisce l’estetologo Paolo d’Angelo,
«…non si tratta di citare questo o quel paesaggio, questo o quel pittore che ha ancora dipinto paesaggi (appunto: ancora), ma prendere atto che è la stessa possibilità di rappresentare la natura che è andata in crisi. (…) la natura non si lascia più rappresentare.»(1)
Perché? Per una serie di ragioni: da un lato la rappresentazione artistica del paesaggio-natura nel novecento ha cambiato sede, ed è la fotografia, ma soprattutto il cinema, ad aver preso in carico questa funzione estetico-artistica. Dalla Sicilia de La terra trema di Visconti al deserto roccioso americano della saga Western di Curtiz e Ford fino ai boschi silenziosi e selvaggi del Dersu Uzala di Kurosawa, è il cinema a rappresentare la natura attraverso i suoi paesaggi. Ma anche questa è una lettura parziale e pericolosa, perché «…è chiaro come presso autori meno avvertiti la chiave emozionalistica può facilmente scivolare verso il luogo comune, verso la banalità, il cliché, la semplice conferma del dato saputo. E questo accade puntualmente in tantissimo cinema commerciale, che ricerca nel paesaggio una facile attrattiva di sicuro effetto, le “grandi albe e gli splendidi tramonti” su cui ironizzava, giustamente, Marco Ferreri» (2)
Con il termine natura, tuttavia, oggi si intende qualcosa di più diverso e complesso di una visione. Il pensiero ecologico e la necessità di compensare, in termini di esperienza e di vissuto, il disagio, quando non l'alienazione, derivante dall’immersione nella scena tecnologico-metropolitana che si offre come contesto e specchio di una nuova e inquietante condizione umana, rivendicano dalla natura un ruolo di ricostruzione, di rifondazione del senso naturale dell’esistere e dell’essere nel mondo come parte, e non come controparte, di esso. Si tratta di scoprire finalmente che l’eterna lotta dell’uomo contro la natura è una mostruosità ideologica, una rappresentazione paranoica, una scena di lotta fratricida. Oggi molti artisti sentono, vivono e mostrano la natura, in forma di metafore partecipate. Sono i protagonisti estetici della cosiddetta arte ambientale, una forma d’arte che crea e fa vivere (e morire) le sue opere dentro l’ambiente, utilizzando i materiali che esso mette a disposizione dell’opera e dello sguardo. Questi artisti, d’altra parte, non riproducono più la natura, bensì la attraversano simbolicamente e testimoniano la loro esperienza dell’incontro e della simbiosi con essa.
Ecco allora Nils-Udo, che fa galleggiare sulle acque di un lago foglie su cui ha ordinatamente allineato una serie di campanule rovesciate, Andy Goldsworthy, che lascia l’impronta del suo corpo in mucchi di foglie o di sabbia, o Giuseppe Penone, che installa una lastra di pietra tenuta in bilico da una fune di canapa che, a seconda del tasso di umidità dell’aria, si contrae o si dilata, alzando e abbassando, come una marea, il suo “monumento”. Opere effimere, nate spesso per durare pochi minuti, che vivono poi grazie alla documentazione fotografica tesa a testimoniare non la scoperta del panorama, ma la sua ri-edificazione poetica. Sempre di più musei a cielo aperto sono dedicati all’arte ambientale. Sono luoghi si stupore e di meditazione non solo sul mistero irrisolto della natura ma anche su quello dell’arte, degli infiniti modi di riconoscerla e di interpretarla. Portare i bambini in questi luoghi è occasione di emozioni e di sorprese assicurate, perché gli artisti che praticano l’arte ambientale parlano direttamente al cuore, e i loro lavori ricordano spesso tracce di riti ancestrali, o frammenti di scenari da racconto magico e fiabesco. Opere che cambiano forma e colore col tempo, nelle diverse stagioni, che si trasfigurano col sole e con la neve, ci fanno incontrare la naturalità che alberga ancora dentro di noi pur essendo simboli e costruzioni umane. Fra tanto orrore e tanta banalità che il nostro tempo ci regala l’arte ambientale ci offre la possibilità di vivere esperienze pedagogiche ed estetiche irrinunciabili.
 
 (1)D’angelo P., Estetica della natura. Bellezza naturale, paesaggio, arte ambientale, Bari, Laterza, 2001, p. 173.

(2) D’angelo p., op. cit., p. 175.