Se i mulini macinano adagio…
In un famoso carteggio tra Einstein e Freud nel 1931, lo scienziato fisico poneva allo scienziato psicologo, per conto della Società delle Nazioni, il tema della guerra e della possibilità di eliminarla nel futuro, chiedendogli se lo ritenesse possibile e quali fossero le condizioni. Freud rispose ad Einstein che la pulsione distruttiva appartiene alla natura umana e dunque non è possibile eliminarla; ciò che si può fare è lavorare per far sì che essa non si esprima nella guerra, ma trovi altre forme meno distruttive. Per Freud bisogna lavorare per sviluppare nell’uomo i legami affettivi, i sentimenti comuni a tutti e antagonisti a quelli distruttivi, in una parola l'Eros. Tali soluzioni apparivano a Freud realizzabili soltanto in tempi molto lunghi, al punto da fargli dire la famosa frase dei "mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina".
Il lavoro dei mulini evocato da Freud può essere tranquillamente assimilato a quello dell’educazione, verso cui il padre della psicoanalisi non nutriva, come è noto, una spiccata fiducia. Eppure noi sappiamo bene (e lo sapeva anche Freud) che l’educazione è un dato irrinunciabile per l’uomo e che, proprio per questo, conviene investire al meglio risorse su di essa. Insomma, è vero che i mulini macinano lentamente, ma ad essi dobbiamo affidarci per avere la farina da cui ricavare il pane…
L’allarme in materia di “Ambiente” oggi (emergenza idrica, deforestazione, rifiuti tossici, inquinamento dell’aria ecc.) è in qualche misura paragonabile a ciò che Einstein chiedeva a Freud a proposito della guerra? Si può fermare il pericolo di un degrado ambientale che rischia di portarci distruzioni incalcolabili nel futuro più o meno prossimo? Di fronte a tutto questo, obbiettivamente, l’educazione ambientale potrebbe apparire come “i mulini” di Freud, che macinano la farina così adagio che nel frattempo… E ognuno può chiudere la metafora in chiave ambientale come crede. Il punto è che di fronte a un’emergenza come quella ambientale è la politica in tutte le sue articolazioni (micro e macro) che ha il dovere e la responsabilità di compiere scelte e di operare interventi anche drastici; su ciò che fa e su ciò che non fa dovrà rendere conto ai cittadini.
Dunque, l’educazione ambientale non serve? Al contrario: essa serve moltissimo a condizione che non le si chieda di risolvere i problemi che la politica non vuole o non è capace di affrontare. Da un punto di vista pedagogico, l’educazione ambientale non dovrebbe costituire né un moda né un’emergenza, ma il motivo conduttore di pratiche di vita, di conoscenze e di esperienze formative basate sul principio dell’ “agire localmente e pensare globalmente”. Le mode, se sono tali, sono effimere e perciò non hanno a che fare con la scuola; e le emergenze richiedono tempi e modi che non sono quelli dell’educazione. L’ambiente ha una sua ragione d’essere pedagogica perché la nostra identità cresce e si forma nell’ambiente, perché esso costituisce nel bene come nel male quel “mondo della vita” a cui si deve pur fare riferimento. Deve essere chiaro che l’indifferenza educativa nei confronti dell’ambiente è comunque un messaggio di “educazione ambientale”; è anche a questa indifferenza, che per decenni si è trascinata nella famiglia e nella scuola che dobbiamo lo spaesamento, l’alienazione e l’impotenza del nostro tempo. A chi chiedere di pagare i danni per una indifferenza educativa divenuta inevitabilmente, nel tempo, maleducazione ambientale…?
E’ con questa attenzione e tensione, politica e pedagogica, che dedichiamo interamente questo numero della nostra rivista al tema dell’educazione ambientale, come testimonianza di un impegno che la Regione Emilia Romagna favorisce e sostiene nelle scuole del suo territorio, in sinergia con gli Enti Locali e gli Organismi Direttivi delle scuole. Perché l’educazione ambientale sia sempre di più una normale educazione.
Questo numero della rivista Infanzia è a cura di Stefania Bertolini