Le esperienze degli altri
Idee e spunti dalla Permacultura, una proposta dagli Stati Uniti
Silvia Tagliasacchi(1)
Agli occhi dei più, Rebecca è solo una gallina. La osservo seduta sui gradini della porta di casa, mentre sorseggio un caffè. A dire il vero, Rebecca è effettivamente una gallina, ma, allo stesso tempo, è anche molto di più. E’ un importante “attore” capace far funzionare in maniera sostenibile questa fattoria. Fornisce alla mia casa e ai suoi abitanti cibo; allo stesso tempo regala utile fertilizzante al mio orto. In cambio, si nutre degli avanzi della cucina e delle verdure di scarto. Il pollaio dove Rebecca vive, costruito, ragionevolmente, adiacente alla serra, riscalda, durante l’inverno, le mie piante. Quando Rebecca passeggia libera nel frutteto, controlla la crescita delle erbe infestanti, lo difende dai parassiti e lo concima, mentre lei si ciba dei frutti che cadono a terra e che io non raccoglierei. La coltivazione dei miei seminativi beneficia del suo efficace lavoro di dissodamento del terreno, perché se la lascio muovere per alcuni giorni, assieme alle sue compagne, in un’area circoscritta, Rebecca è capace di ripulire e rivoltare il terreno esattamente come farebbe una macchina. In altre parole, lasciando che si comporti in modo naturale, in uno spazio progettato tenendo conto delle relazioni funzionali tra tutti i suoi elementi, la mia gallina produce cibo, favorisce la crescita e il benessere delle piante e degli alberi della fattoria, e, senza inquinare, fa molto lavoro al posto mio.
La osservo ancora e penso che se per me Rebecca fosse soltanto una gallina, probabilmente vedrei di lei giusto la sua caratteristica più evidente: la capacità di produrre uova. Se non fossi in grado di guardarla nella sua interezza, come un essere che ha bisogni, risorse e comportamenti precisi capaci di essere collocati, armoniosamente, in un sistema di relazioni funzionali con il resto dell’ambiente in cui vive, sicuramente Rebecca sarebbe una gallina allevata in batteria. Sfruttando il lavoro di contadini sottopagati, la nutrirei con soya coltivata dall’altra parte del mondo, in terreni probabilmente sottratti a foreste vergini e importata ad altissimi costi energetici. Vivrebbe in un pollaio a ventilazione forzata, (necessaria per non farla ammalare), il cui funzionamento implicherebbe un significativo impiego di risorse e l’inevitabile produzione di inquinamento. Non lasciando scorrazzare Rebecca libera per la fattoria, sarei costretta ad usare fertilizzanti e pesticidi sui miei terreni, impiegando, inoltre, tempo, lavoro e macchine per ripulire e dissodare il mio orto. In altre parole, contribuirei ad alimentare il mercato delle multinazionali che producono e commerciano prodotti chimici, ridurrei la percentuale di terra ancora naturalmente fertile e non soggetta a fenomeni di erosione, avvelenerei i frutti del mio lavoro (e quindi anche me) ed aumenterei sensibilmente i costi di gestione della mia fattoria. In definitiva, a fronte di un significativo dispendio di lavoro, energie, e risorse necessarie per nutrire e mantenere Rebecca, otterrei il misero compenso di qualche uova e, un giorno, un pollo allo spiedo(2).
Mi verso dell’altro caffè e penso che, in poche parole, la storia di Rebecca racconta il principio su cui si basa la permacultura, descritta efficacemente da uno dei suoi fondatori(3) come “l’arte di tessere relazioni utili”. O meglio, un approccio cosciente al mondo della complessità. L’idea alla base della permacultura è che nell’ambiente in cui viviamo esista già tutto quello di cui abbiamo bisogno. In fondo, se ci si pensa bene, “la vita è una rete di relazioni e di scambi di energia, materia e informazioni che si rigenera e mantiene nel tempo”(4). Solo la capacità di leggere un contesto nel suo insieme porta alla creazione di sistemi (naturali e sociali) sostenibili e, dunque, permanenti. Quindi, il segreto, per far funzionare efficacemente la mia fattoria sta nel creare reti produttive e di scambio equilibrate, ricche e articolate.(5)
Fino ad ora, potrebbe sembrare che la permacultura si occupi solo della progettazione di ambienti ecologicamente ben strutturati. Valorizzando le proprietà intrinseche di piante ed animali, unite alle caratteristiche naturali dell’ambiente e alle peculiarità delle infrastrutture, è possibile creare sistemi sostenibili. Eppure la permacultura si riferisce, principalmente, ad una maniera di pensare e leggere la realtà che ci circonda. Implica, in altre parole, un “modo di essere e di fare” che ha, prima di tutto, importanti valenze educative.
Anche se il salto può risultare ardito, trovo che esistano interessanti elementi di continuità tra la filosofia ed i principi etici propri della permacultura e la prospettive educative che autori quali Morin, Ceruti, Bocchi e Nanni(6) auspicano come nuovo sapere necessario per il futuro. “Insegnare attraverso esperienze di permacultura”, così come titola un articolo che racconta il percorso di uno dei tanti insegnanti di scuola dell’infanzia e primaria che ha applicato i principi della permacultura al suo fare didattica(7) non significa, infatti, limitarsi a proporre attività legate alla conoscenza del mondo naturale. Significa, invece, utilizzare la logica che regola il funzionamento di un ecosistema per trasmettere competenze trasversali, comportamenti etici ben precisi e una certa comprensione della realtà.
Uno degli aspetti che più mi colpisce rispetto al potenziale educativo dei principi della permacultura è che esso nasce, come le più recenti riflessioni pedagogiche, dal riconoscimento della complessità quale paradigma di lettura della realtà in cui viviamo. Come la permacultura si basa sul concetto di ecosistema, e dunque sull’idea di un ambiente complesso che si può imparare a comprendere solo attraverso lo studio delle interazioni tra i suoi elementi, così l’analisi dei nuovi bisogni educativi dell’era post moderna nasce dalla consapevolezza che il contesto contemporaneo, fortemente caratterizzato dalle logiche della globalizzazione, impone di abbandonare modalità di apprendimento lineari e analitiche, fondate sull’approccio “settoriale” alla conoscenza, per lasciare spazio, invece, a processi di formazione alla complessità capaci di valorizzare le connessioni e le intersezioni tra i saperi. L’esigenza, infatti, è quella di educare alla transitività cognitiva creando una mente flessibile, creativa e aperta, che sappia affrontare la molteplicità dei punti di vista e dei cambiamenti propri del mondo contemporaneo(8).
La conseguenza di un approccio sistemico alla comprensione della realtà si traduce nella consapevolezza che per creare ambienti (naturali ed educativi), “sostenibili”, è necessario sviluppare relazioni cooperative e non competitive tra le parti. La ricerca di equilibri naturali permanenti invita a progettare secondo la logica dell’inclusione, ovvero, attraverso la conoscenza, la valorizzazione e l’interazione efficace delle peculiarità dei singoli elementi del sistema stesso. E’ proprio considerando i bisogni, le risorse, i comportamenti di Rebecca e immaginando ogni sua parte in armonia con l’ambiente in cui io e lei viviamo che “faccio la sua conoscenza”. Imparo a vederla nella sua interezza. Esattamente come, in permacultura, Rebecca esiste perché è “in relazione a”, così l’educazione del futuro auspica la valorizzazione dello scambio e “dell’interazione con” l’Altro. In altre parole, a differenza della visione etnocentrica con la quale, spesso, ci insegnano ad interpretare il mondo, la permacultura forma ad un “io accogliente e capace di reciprocità”(9). Insegna che noi non “siamo al centro”, bensì parte di un sistema che funziona solo se siamo capaci di (ri) conoscere e “mettere in rete” le individuali, uniche, caratteristiche di tutti i suoi membri.
E’ il concetto di mappatura, dunque, che può aiutarci a sviluppare la capacità di pensare la realtà attraverso la lettura delle interdipendenze cooperative tra risorse umane e materiali presenti intorno a noi. Una tale modalità è traducibile in ogni dimensione del nostro fare. Rimanendo però vicini ad attività più direttamente connesse all’ambiente, possiamo prendere come esempio i progetti, già largamente diffusi nella scuola dell'infanzia e primaria, degli orti/giardini scolastici. L’idea è quella di leggere questo spazio come un luogo che non è autonomo ed isolato bensì parte di un contesto territoriale più ampio. E’ ciò che propone il progetto, “Building a lasagna garden” pubblicato sul sito della National Gardening Association(10).
L’intenzione è quella di provvedere alla preparazione dei “letti” dell’orto senza utilizzare metodi di coltivazione tradizionali come l’estirpazione delle erbacce, la lavorazione del terreno e l’utilizzo di concimi reperibili in commercio, bensì attraverso la decomposizione naturale di sostanze organiche capaci di trasformarsi, seguendo i ritmi naturali, in terreno fertile. Il processo tecnico, semplice nella sua attuazione, e dunque, particolarmente adatto ai piccolissimi, è consultabile, nel dettaglio, sul sito: www.kidsgardening.com/growingideas/sept04/pg1.html.
L’interessante valenza pedagogica di un tale intervento sta nell’educare alla flessibilità cognitiva ed alla lettura sistemica della realtà attraverso una prima fase di brain storming fatto in classe sui rifiuti organici disponibili a scuola e/o che possono essere portati da casa, utili per produrre del buon compost e per ridurre la proliferazione delle erbe infestanti: carta, cartone, sfalcio verde dato dalla potatura del giardino scolastico o di cortili privati, resti di frutta e verdura. E’ come immaginarsi di avere sotto mano una cartina del quartiere: l’orto della scuola è uno dei suoi elementi assieme ad innumerevoli altri. Tra molti di loro è possibile tracciare delle linee ideali di connessione che costituiscono un sistema di relazione. In definitiva, non si fa altro che chiedersi, così come si faceva nel caso di Rebecca, quali sono i bisogni e le risorse che caratterizzano gli elementi del nostro sistema e come gli uni e le altre possono essere messi in relazione tra loro. La mappatura dunque varca, inevitabilmente, i cancelli scolastici. Per esempio nel nostro caso, i piccoli negozianti di frutta e verdura ed i bar del quartiere possono diventare importanti elementi per il recupero di rifiuti organici e di fondi di caffè, ricchissimo di sostanze utili alla creazione di humus. Questo circolo virtuoso, che non è altro che un modo differente e funzionale di pensare la realtà intorno a noi, può allargarsi fino a comprendere l’amministrazione pubblica, elemento funzionale del sistema se convoglia nel nostro orto parte dello sfalcio verde prodotto dalla manutenzione delle aree verdi pubbliche.
In questo modo, creando un network di risorse locali, risponderò a molteplici bisogni. Da un lato preparerò efficacemente i letti del mio orto senza ricorrere a risorse provenienti da altri sistemi di produzione, come per esempio diserbanti, fertilizzanti, concimi, o terriccio prodotto da grandi industrie e che indirettamente educano ad una logica del consumo invece che a quella dell’interdipendenza cooperativa e del re-ciclo creativo del surplus (lo scarto) prodotto dal sistema stesso. Dall’altro risponderò anche ad altre necessità del contesto, come per esempio, il coinvolgimento della comunità locale, privata e pubblica, nel riciclo consapevole ed intelligente di una parte dei rifiuti organici contribuendo alla diffusione, per piccoli passi, di una cultura della sostenibilità.
Concludendo, mi pare che la citazione di uno dei grandi maestri della permacultura sintetizzi in maniera puntuale un tale modo, sistemico, ed olistico di fare pedagogia: “vision is not seeing things as they are but as they will be”(11) .