L’Infanzia degli altri
Appunti da un viaggio nell’adozione internazionale: l’infanzia peruviana(Pedagogista. Laureata in Scienze della Formazione, Università di Bologna. Attualmente è educatrice in una comunità residenziale per minori)
L’associazione Nova, Nuovi Orizzonti per Vivere l’Adozione , mi ha dato la possibilità di osservare, in maniera partecipata, la vita negli istituti peruviani che accolgono i minori in attesa di essere adottati e partecipare alle fasi in cui i bambini vengono preparati all’incontro adottivo. Il Perù è un paese attento al tema delle adozioni e negli istituti è prevista una preparazione del bimbo all’incontro con una mamma e un papà. In questi due mesi peruviani ho partecipato alle fasi in cui un bambino viene preparato all’incontro con la coppia di genitori, ho osservato la vita dei bimbi in diversi istituti e ho assistito al primo contatto dei genitori con il figlio.
Ho rivolto interviste a psicologi e assistenti sociali che, nelle strutture, seguono i minori in stato di abbandono e ai futuri genitori arrivati in questo paese per adottare un bambino. Infine, in un istituto della città di Cusco, ho partecipato alla preparazione di M., bimba di quattro anni, all’incontro con i suoi futuri genitori.
Lima
A Lima sono ospite della referente legale del Nova, l’avvocato Rossana Deur, la quale mi porta con sé al Mimdes, Ministerio de la Mujer y Desarollo Social, dove mi è concesso di conversare con la dirigente che mi informa a proposito dei percorsi di adozione di bimbi da parte di coppie straniere che ricevono la hoja de referencia de adoptantes dagli Enti autorizzati che contiene tutte le informazioni sulla coppia: le motivazioni che hanno portato all’adozione i genitori, la situazione economica, lo stato di salute, la loro storia, le caratteristiche psicologiche, le foto della famiglia, della casa, del quartiere…
La documentazione viene spedita all’istituto dove anche il bimbo, che attende l’adozione, potrà osservare le fotografie dei genitori.
A casa dell’avvocato conosco una coppia di Torino, M. e C., che si trova a Lima per la loro seconda adozione. Già nove anni fa avevano adottato F. quando aveva solo nove mesi. Ora sono qui per R., un bimbo di tre anni. Insieme alla famiglia vado nell’hogar, l’istituto di R., per la festa di “addio”. Si usa, infatti, che ogni bambino adottato offra una festa di saluto a tutti i minori dell’istituto e che i genitori portino regalini e dolcetti. È considerato un ringraziamento alle persone che hanno cresciuto, curato e amato il figlio fino a quel momento.
Durante la festa l’emozione diventa incontrollabile quando arriva il momento dei saluti e tutti i piccoli si accalcano vicino a R. per salutarlo: lo stringono, lo abbracciano e c’è chi urla: “ Per favore…prendete anche me”. Il piccolo R. li saluta in braccio alla sua “nuova” mamma e ancora sembra non capire cosa, da quel momento,cambierà realmente nella sua vita.
Piura
Mi reco a Piura, nel nord del Perù, dove mi attende Bertha, psicologa che lavora da molti anni nella segreteria di adozioni del Mimdes. Bertha mi spiega che in Perù vi sono tre tipi di strutture che accolgono i bambini abbandonati: le case-famiglia para-statali, cioè quelle che ricevono una piccola partecipazione statale, gli istituti pubblici e quelli privati. Nelle case-famiglia, Aldea, c’è una “mamma sostituta” che, come un vero e proprio lavoro, cresce un massimo di dieci bambini che possono andare dalla nascita ai diciotto anni. Queste “mamme” hanno un giorno libero alla settimana, durante il quale vengono sostituite da “zie”. I minori qui crescono chiamandosi hermanito/a, fratellino/sorellina, affinché percepiscano maggiormente l’amore che può esserci all’interno di una vera famiglia. Gli istituti invece sono quasi sempre gestiti da suore; qui i bimbi non escono quasi mai dalla struttura e vengono suddivisi per età. Giocano, mangiano, pregano, dormono sempre alla stessa ora e aspettano ansiosi che volti nuovi li vadano a trovare.
Con Bertha riesco a visitare l’istituto S. Rosa che riceve finanziamenti dall’associazione Nova dal 1993. Parlando con le suore, che gestiscono questa struttura, vengo a sapere che nell’hogar vivono 77 bambine che sono in totale stato d’abbandono, ma non sono adottabili perché hanno almeno un parente in vita (non è detto che sia la madre o il padre, a volte sono nonni, zii o fratelli più grandi) dal quale, però, non ricevono mai visite.
L’istituto S. Rosa è un’Aldea, cioè è composto da sei famiglie che vivono in rispettive case e per ogni struttura vi è, in questo caso, una suora, che si prende cura di circa otto bimbi. Ogni piccola casa ha un nome e un colore diverso; ci può essere la casa della “familia niña Maria” ed essere tutta rosa, con i piatti, le sedie e le coperte rosa, oppure la casa della “familia Nazareth” ed essere tutta azzurra.
Andahuaylas
Insieme a Rossana vado all’aeroporto di Lima per accogliere T. e M., due giovani sposi, di Mestre. Arrivano in Perù come coppia e se ne ritorneranno in Italia come una famiglia. Andrò con loro ad Andahuaylas dove ci aspetta la piccola S., di nove mesi. Per le strade di questo paesino vedo le donne incas con i loro bellissimi abiti tipici. Mi raccontano che i vestiti, come anche i cappelli, sono un po’ come una carta d’identità, un segno distintivo e caratterizzante.
La piccola S. è cresciuta fino a ora con una giovane “mamma sostituta” nell’hogar Aldea “Ntra. Señora de Cocharcas”. Arriviamo all’istituto formato da otto casette e finalmente arriva S. in braccio alla mamma sostituta. Come prima giornata la coppia adottiva potrà stare insieme alla bimba nell’Aldea fino a sera.
Il giorno dopo, al secondo incontro, la piccola è più sorridente, non piange e osserva la mamma sostituta che si allontana. La coppia racconta che, per la prima volta, nei saluti serali, la bimba piange quando li vede andare via. Solo il quarto giorno la coppia potrà portare via dall’istituto la figlia, dopo che la psicologa avrà confermato la positività del “rapporto di empatia”.
Fortunatamente S. è stata adottata senza aver vissuto prolungate privazioni affettive, ma penso a tutti gli altri bimbi che continuano a vivere per anni negli istituti, abbandonati a loro stessi, senza avere la possibilità, il diritto, a una famiglia. Per verificare l’abbandono e dichiarare l’adottabilità, qui in Perù, ci vuole molto tempo: tempi lunghi che potrebbero a volte incidere in maniera indelebile nella formazione della personalità del bambino e della bambina, data la delicatezza e la particolare importanza dei primi anni di vita.
Cusco
All’inizio di maggio arrivo a Cusco, città inca sulle Ande a 3.600 metri d’altezza. Vagando per le strade di questa stupenda città noto che i bimbi, anche di pochi anni, girano da soli; le donne con le grandi polleras, gonne coloratissime sovrapposte e il bombin sul capo, circolano per le strade caricando sulle spalle i figli di pochi mesi, avvolti in teli tessuti a mano e agganciati sul petto con grandi spille.
Dopo essermi presentata a Suor Rosa dell’hogar “San Josè”, prendo accordi per iniziare il mio percorso di lavoro. Andrò dai bimbi tutte le mattine alle sei e aiuterò nelle faccende le giovani ragazze che vengono ospitate nell’istituto. A San Josè vivono circa quaranta bambini, dai pochi mesi ai sei anni, una ventina di ragazze, dai tredici ai ventiquattro anni, che escono dall’hogar solo per andare a scuola. La direttrice, Suor Emilia, mi dice che quasi tutte le giovani hanno subito violenze sessuali ed è per questo che non possono tornare a casa, mentre i piccolini sono in abbandono totale. Le ragazze, in cambio dell’ospitalità e degli aiuti economici che ricevono per terminare gli studi, devono accudire i bambini e tenere pulito l’istituto.
La particolarità di questa struttura è la sua efficienza: grazie all’opera e all’organizzazione eccezionale di sole quattro suore i bambini sono sempre impeccabilmente puliti e nutriti. Questo hogar, grazie ai molti aiuti economici che riceve, sia dallo Stato, sia dal Nova, sia da donatori privati, riesce a organizzare, ogni giorno, una mensa per circa quattrocentocinquanta bambini che arrivano dalle zone vicine. Spesso appartenenti a famiglie povere e senza lavoro, i bambini arrivano alla mensa sporchi, ammalati e infestati dai pidocchi e tutti con una gran fame. Lo Stato garantisce il vaso de leche, cioè un bicchiere di latte a ciascun minore. I ragazzi più grandi sparecchiano e lavano i piatti del turno precedente, (si organizza una specie di catena di montaggio…).
Una telefonata di Rossana mi annuncia il suo arrivo a Cusco con una coppia di Pistoia che sta per adottare M., una bimba di quattro anni, che vive nell’Aldea infantil “Jan Pablo Segundo”. Mi propone di contattare la psicologa di tale hogar per poter partecipare alla formazione pre-adozione della bambina. Potrò così seguire la preparazione della bimba tutti i pomeriggi, fino al momento dell’arrivo della coppia.
M. è una splendida bambina, sorridente, socievole e in buona salute. Ha lunghi capelli neri spesso raccolti in codini e vive in una delle otto casette dell’hogar con la mamma sostituta Vilma e sei fratellini. L’igiene dell’ istituto non è dei migliori: la casetta è molto vecchia e sporca. Tutte le finestre hanno fessure che lasciano passare il freddo pungente dell’esterno e, per le prime ore, tengo sempre addosso il piumino. M. e tutti gli altri hermanitos, mi accolgono con immensa gioia.
La bimba è in istituto da quando aveva sei mesi, ma della sua situazione familiare si sa poco: pare sia stata abbandonata in istituto da una madre giovanissima con ritardo mentale. Fino a oggi è stata cresciuta da Vilma, di quarantadue anni, che a sua volta, per avere un lavoro fisso nell’istituto, ha abbandonato i suoi due figli . Da quello che posso notare M. è vissuta in un ambiente affettivo buono, simile a una famiglia.
M. è molto legata ai suoi hermanitos, infatti, ognuno si prende cura dell’altro. Tutti sanno che la piccola ha trovato dei genitori anche se non credo che abbia coscienza di cosa ciò voglia dire, ma di sicuro è una notizia che la rende felice. Non ha una chiara identificazione dei concetti “mamma” e “papà” e cosa veramente voglia dire irse, andarsene. La psicologa mi riferisce che le ha fatto vedere le foto della coppia adottiva e che dovrei insegnarle alcune parole in italiano, per facilitare il loro primo incontro. Una foto in particolare, quella dove i volti sono più evidenti, ha destato il suo interesse. Sotto la fotografia ci sono scritti i nomi e proprio da questa foto inizia la mia conversazione con la bimba. Il tempo di attenzione della piccola è molto breve, ma sembra incuriosita da quei volti e tenta di ripetere i loro nomi.
Io e M. siamo sempre circondate dai suoi vivaci fratelli e anche loro osservano con noi la foto dei genitori e pian piano apprendono i nomi. Studiando i visi proviamo a ritrarli su un foglio, notando bene i colori: i capelli e gli occhi nerissimi della mamma e i capelli e gli occhi marroni del papà.
Negli ultimi giorni racconto a M. di questo paese chiamato Italia e del fatto che avrà genitori italiani, ma anche una casa nuova. Comprendo che la bimba non si rende conto che non rivedrà più gli hermanitos e la mamma sostituta; è semplicemente felice per aver trovato dei genitori che, finalmente, la vogliono!
Passate due settimane arrivano all’hogar gli attesi genitori e già mi sembra di conoscerli. M. indossa il vestito elegante per le visite, bianco e bordeaux, i capelli sono raccolti in lunghe trecce e salta emozionata da tutte le parti. Appena li vede spicca un salto tra le braccia del nuovo papà, quell’uomo tanto atteso, poi si concentra sulla nuova mamma. Mi racconteranno che per tutto il primo giorno è stata loro in braccio, non notando minimamente che la mamma era diversa dalla fotografia tanto studiata, infatti aveva i capelli rossi!
Ritorno a Lima
Ritornando a Lima ho l’occasione di conoscere un’altra famiglia, una coppia di Venezia che ha adottato due fratellini: F., di dieci anni, e S. di sette. Sono genitori molto premurosi che tentano di relazionarsi ai bambini con estrema dolcezza. Purtroppo non riesco a visitare il loro istituto, ma la madre mi racconta che è un hogar in mezzo alle montagne ben gestito da suore italiane, per questo i bambini conoscevano già molte parole della nostra lingua. Secondo quanto ha potuto osservare lei, che vi ha soggiornato per molti giorni, l’affetto in questa struttura è davvero tangibile; i piccoli sono coccolati, curati e nutriti come se fossero una grande famiglia.
Riflessioni
Nel corso di questa esperienza ho compreso l’importanza della preparazione, di entrambe le parti, all’incontro adottivo fra due diverse culture. Ho capito quanto sia indispensabile un’adeguata formazione degli operatori dell’Ente per sostenere al meglio, prima dell’adozione, la coppia adottiva. Devono infatti, essere pienamente preparati gli stessi Enti autorizzati, affinché siano, a loro volta, “formati per formare”. L’Ente dovrebbe provvedere a migliorare le comunicazioni con le strutture locali estere e fornire documentazioni più dettagliate possibile sulla coppia adottiva. Inoltre, avvenuto l’abbinamento con il minore, dovrebbe provvedere a un incontro informativo specifico sul paese di nascita del bambino. Per esempio, le coppie da me incontrate, non erano state preparate “all’incontro con il Perù” e probabilmente non conoscevano la cultura di provenienza del figlio, se non per semplici ricerche personali. In Perù molti psicologi, presenti negli istituti, una volta avvenuto l’abbinamento e ricevuta la documentazione sulla coppia dall’Ente, preparano il minore all’incontro con i nuovi genitori.
Anche la coppia necessita di un’adeguata preparazione all'incontro. Questa deve essere in grado di affrontare e superare le difficoltà relative alle diversità culturali, affinché il bambino trovi un ambiente disposto a fornirgli una formazione multiculturale e interculturale, che gli permetta di conservare il suo passato e la sua origine, integrandola nell’esperienza della nuova famiglia e della nuova cultura.
Gli stessi operatori peruviani, dovrebbero aiutare le famiglie locali che spesso ignorano o hanno pre-concetti sull’adozione, vedendosi costretti, per estrema povertà, ad abbandonare i figli per la strada. Parlando con la gente peruviana, la pratica adottiva, non solo è poco conosciuta, ma, da alcuni, è vista con diffidenza, quasi che i bambini siano portati via dal paese senza protezione alcuna. Gli operatori peruviani lamentano il poco tempo a disposizione per preparare il minore all’incontro con la coppia adottiva e, come possono, affrontano le diversità culturali di esperienze, abitudini e linguaggi verbali, per sostenere il bimbo durante l’inserimento nel paese straniero.
Posso affermare che i problemi maggiori dei bambini peruviani sono il maltrattamento, l’abuso di alcolici da parte dei genitori e le difficoltà economiche, ma anche le violenze domestiche e l’ampiezza dei nuclei familiari che in molti casi rende difficili i rapporti...
Per quanto riguarda la preparazione dei minori all’incontro con la coppia di genitori, alcuni psicologi peruviani utilizzano internet per mostrare il futuro luogo di residenza e scoprirne, insieme al bambino, gli usi e i costumi. Tale preparazione, che inizia in media intorno ai quattro anni, viene eseguita sfruttando il materiale fornito dall’Ente, nel caso specifico le fotografie dei genitori, che i bambini osservano sempre con molto interesse.
Un aspetto molto importante è il momento del rientro in Italia della nuova famiglia. L’Ente, infatti, dovrebbe preparare anche questa delicata fase poiché il bambino, al momento della partenza, percependo stress e ansia da parte dei genitori, porterà con sé un ricordo spiacevole degli ultimi giorni trascorsi nel suo paese d’origine. Momento estremamente delicato per il bimbo che, non solo vive l’estraneità della coppia, ma anche il doloroso distacco dalla sua terra.
Certo, sarebbe auspicabile che ogni bambino vivesse nel proprio Paese e nella propria famiglia e, in caso di bisogno, fosse adottato da una famiglia del paese d’origine. Ma se le adozioni sono il prodotto diretto della povertà di una nazione, allora bisogna riconoscere che difficilmente tutti i minori orfani potranno avere una famiglia adeguata nel proprio Paese.
Occorre quindi continuare sulla strada dell’informazione e della formazione di tutti i soggetti che gravitano intorno al mondo delle adozioni internazionali, sia in Italia sia nel paese estero, per migliorarlo come risorsa e come sistema.