Numero 9.10, settembre.ottobre 2007


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LE STRADE DEL CONTENIMENTO AL NIDO



Valentina Bruni



(Laureata Educatore di nido e comunità infantile presso la Facoltà di Scienze della Formazione Università di Bologna)

Uno dei principali obiettivi dell’istituzione educativa dell’asilo nido è accompagnare i bambini nel percorso verso una graduale autonomia. Lungo questo cammino, il tema del contenimento attraversa trasversalmente la pratica educativa, rimanendo sullo sfondo di un servizio che intreccia la professionalità degli educatori con l’organizzazione degli elementi della programmazione.
Attraverso il contenimento l’educatrice fornisce sostegno al bambino che fa esperienza di se stesso: si tratta di una modalità di relazione in principio squisitamente corporea, che diviene in seguito sempre più mediata, avvalendosi del supporto della cornice educativa organizzata, in modo tale che il bambino e la bambina passano dall’essere contenuti al sentirsi contenuti nel proprio corpo.
Il termine italiano “contenimento” traduce solo parzialmente l’originale “holding” che significa “tenere, sorreggere, sostenere, tenere in braccio, trattenere, fermare, contenere”, gesti attraverso i quali si ottengono momenti di intenso contatto fisico ed emotivo.
Il contenimento affonda le sue radici nelle teorie principali dello sviluppo del bambino: secondo la teoria dell’attaccamento di John Bowlby il neonato è biologicamente predisposto a interagire con gli adulti e a formare con essi legami significativi. Il legame di attaccamento implica la ricerca della vicinanza fisica e fornisce benessere e sicurezza: il bambino emotivamente sicuro trova nell’adulto una base sicura a cui poter fare ritorno nei momenti di difficoltà. Gradualmente il bambino interiorizza tale sicurezza e si sente pronto ad aprirsi all’esplorazione del mondo esterno. Il termine contenimento (holding) introdotto da Winnicott racchiude sostanzialmente le medesime funzioni: proteggere il bambino da eventi imprevedibili e traumatici e prendersi cura di lui comprendendo con empatia i suoi bisogni. Procedendo per analogia possiamo quindi sostenere che è attraverso le esperienze prettamente corporee del contenimento che il bambino introietta l’idea di base sicura descritta dalla teoria dell’attaccamento, che comporta la fiducia nella madre e nell’ambiente.
Il mondo emozionale del bambino si esprime attraverso il corpo, di conseguenza la relazione educativa dovrà essere centrata sulla comunicazione corporea, il cui contenuto è sempre di tipo emozionale. Il corpo è dunque portatore di sapienza, che viene nutrita dall’intreccio delle esperienze sensoriali, cinestetiche, emotive, cognitive: il corpo conosce, comunica, esprime significati attraverso i suoi linguaggi .

 

Contenimento e cura
Nella primissima infanzia, le esperienze vissute ruotano attorno alla globalità del proprio corpo; la stessa relazione educativa nasce grazie alle cure che gli vengono dedicate: i gesti dell’educatrice risuonano nel bambino, sono esperienze corporee che assumono un profondo valore emotivo e cognitivo. Le cure del corpo rappresentano un momento privilegiato di vicinanza e condivisione con l’adulto, il quale a sua volta conosce individualmente ogni bambino proprio grazie a queste, permettendogli di sperimentare, attraverso gesti quotidiani, la sicurezza ed il conforto che stanno alla base del concetto di contenimento. Attraverso la qualità del contatto fisico, dello sguardo, della voce, l’adulto contribuisce alla costruzione di un’immagine corporea positiva, comunicando un messaggio che accompagnerà silenziosamente il bambino per tutta la vita: il tuo corpo per me è importante, quindi merita tutte le mie attenzioni e le mie cure.
Attraverso i suoi gesti, l’educatrice non offre solo le proprie cure: offre la sua presenza e offre al bambino la possibilità di sentire l’integrità del proprio corpo. Grazie alla cura, l’educatrice partecipa ai suoi bisogni, inaugurando una relazione fondata sull’empatia, un’”empatia creatrice” che lo circonda permettendogli di divenire, a sua volta, empatico alle cure.
Tuttavia, nonostante sia ormai riconosciuta l’importanza della cura, rimane qualche diffidenza nei confronti della relazione di maternage, come se aleggiasse la percezione che “curare” i bambini sia meno meritevole di “educarli”. Il punto è proprio questo: sta nell’educatrice riconoscere in primis il senso e il valore dei propri gesti, in maniera da non perdere mai la consapevolezza che si è parte di una relazione in cui è indispensabile la propria presenza. Stiamo parlando di una competenza professionale che ha una componente affettiva che però non è spontanea, ma è frutto di una elaborazione critica ed intenzionale che produce abilità e conoscenza. Il pericolo che si nasconde dietro ai lavori ad alto contenuto di cura è che si raggiunga una sorta di “anestesia emotiva” allo scopo di non sentire più il peso derivato dal coinvolgimento personale. Infatti, non sono in gioco solo le emozioni del bambino, ma anche le emozioni dell’adulto, che affronta la necessità di continuare a sentire nella quotidianità. La professionalità dell’educatrice sta allora nel trovare la giusta distanza, cercando di elaborare il proprio vissuto, non solo per ritrovare il significato del proprio operato, ma anche per trasmettere agli altri il senso e il valore della propria esperienza .

 

Il corpo che contiene…
Protagonisti principali sono dunque il corpo del bambino e il corpo dell’adulto, che si incontrano e si comunicano attraverso gli alfabeti del corpo, le cui emozioni primarie affondano le radici nelle percezioni della vita fetale. Attraverso il suo stile di comunicazione corporea, l’educatrice ha la possibilità di contenere i bambini trasmettendo loro un messaggio di profonda rassicurazione attraverso vissuti di fusionalità che, una volta completamente soddisfatti, permetteranno loro di proseguire lungo il percorso verso l’autonomia .
Il corpo dell’adulto può essere definito come contenitore per l’esperienza del bambino: ciò avviene per mezzo degli alfabeti del corpo, i quali non conoscono mediazioni perché, essendo indissolubilmente legati al vissuto emozionale, parlano di come realmente siamo. Grazie alla regolazione dell’espressione corporea, l’adulto trasmette un messaggio di profonda rassicurazione, attraverso sensazioni di fusionalità che hanno origini profonde, arcaiche e che, con radici altrettanto profonde, si sedimenteranno nella sua “memoria corporea” , che gli farà da guida in tutte le esperienze della sua vita.
Il corpo che contiene comunica presenza ed accettazione attraverso il dialogo tonico che avviene, per l’appunto, corpo a corpo, mediante movimenti fluidi, rotondi, lenti, ondulari, fusionali, che provocano un’iperstimolazione sensoriale e rendono il bambino protagonista di vissuti di pienezza ed armonia che gli permetteranno in seguito di aprirsi con fiducia verso l’esterno . Il contatto fisico, e le esperienze tattili che ne conseguono, gli consentono di percepire la presenza di un altro da sé rassicurante e di acquisire le prime cognizioni di un sé corporeo. È una comunicazione pelle a pelle fatta di coccole, abbracci e massaggi, grazie alla quale l’educatrice, con il suo tocco personale, leggero e delicato, si esprime attraverso il “linguaggio della tenerezza” , sciogliendo le tensioni, trasmettendogli sicurezza interiore.
La componente corporea della comunicazione ha una parte fondamentale nelle relazioni umane, tuttavia, il suo contenuto emozionale non è facilmente controllabile ed il rischio che si corre è che si formino incongruenze tra l’espressione verbale e l’espressione corporea, mettendo in difficoltà il bambino che tenderà a scartare le parole privilegiando la voce del corpo. Per cogliere il significato della comunicazione corporea occorre essere in empatia con l’altro, sentire che l’altro esiste, attingendo le competenze necessarie dal proprio bagaglio di “conoscenza esperienziale” , ossia di quel sapere che si alimenta e si interroga sul senso dell’agire quotidiano.
Nella quotidianità educativa, i gesti attraverso i quali l’educatrice contiene e rassicura il bambino sono spesso spontanei, quasi automatici, eppure rappresentano i momenti in cui si verifica la vicinanza fisica così significativa per il bambino a livello comunicativo; per questo motivo in quei frangenti l’educatrice deve essere realmente presente affinché la comunicazione sia efficace.
Gli studi sulla psicomotricità hanno il merito di aver esplicitato l’esigenza di mettersi a confronto con la componente corporea della comunicazione nella relazione educativa. Tuttavia, Nicolodi ammette che spesso nella didattica tutto ciò viene lasciato in balia dello scontato e del naturale; l’obiettivo da raggiungere è “trasformare il canale emotivo personale in cosciente capacità professionale” attraverso l’uso del linguaggio corporeo; del resto un passaggio fondamentale nelle competenze professionali è quello che porta dal sapere al saper essere. La capacità professionale deve dunque tenere conto dell’uso del linguaggio corporeo che segue non solo il percorso corpo-mente ma anche, e nella primissima infanzia soprattutto, il percorso corpo-emozione; diventa perciò importante inserire nella programmazione didattica la componente corporea nel suo aspetto professionale, che Nicolodi definisce utilizzando l’espressione di “equazione corporea personale”, dipendente dalla “sensibilità” dell’insegnante nel sentire ma anche dalla sua “capacità di contenere, essere in ogni momento e in ogni situazione sicurezza e contenimento totale per ogni bambino. Soprattutto di contenimento emotivo!”.
A tale proposito, I. Gamelli suggerisce di entrare nell’ottica di una pedagogia del corpo intesa come pedagogia dell’ascolto, riferendosi non solo ai messaggi corporei provenienti dal bambino ma anche ai propri: un educatore sensibile agli aspetti corporei della relazione formativa sarà senz’altro un osservatore più attento alle configurazioni relazionali che scaturiscono attraverso gli elementi che compongono, per l’appunto, l’equazione corporea personale. Approfondiamone dunque le singole componenti: attraverso il tono corporeo il bambino riceve le sensazioni di contenimento del “movimento fusionale” , caratterizzato da fluidità, ritmo lento, dolce, ondulare, utilizzato nell’accudimento ed amplificato di fronte alla manifestazione di un disagio. Si tratta di movimenti che richiamano la sensazione di fusionalità vissuta in utero e che trasmettono un messaggio di profonda accettazione ed ascolto. Inoltre, ci sono momenti al nido in cui il contatto diventa il protagonista della relazione, come nel tempo dedicato alla cura del corpo, oppure nell’intimità di un abbraccio, momenti in cui è centrale l’asse comunicativo corpo/emozione. Il bambino acquisisce una prima cognizione di un sé corporeo, nonché la consapevolezza della presenza rassicurante di un altro da sé, proprio “attraverso le modalità di contatto fisico, dell’essere tenuto in braccio, cullato, toccato, accudito, vezzeggiato, coccolato, consolato, “tenuto” a mente” . L’organo di senso maggiormente coinvolto è il tatto che, e forse non a caso, è il primo a svilupparsi: la pelle è l’organo più esteso del corpo, è la linea di confine tra interno ed esterno, rappresenta il tramite essenziale alla comunicazione con il mondo.
Di notevole importanza sono anche le sonorità in cui è immerso il bambino: la musicalità e la fluidità della voce, in particolare quella materna, inonda il bambino che la assapora come se fosse latte, “lingualatte” che nutre il bambino seguendo lo stesso ritmo caldo e corporeo della suzione. L’adulto che si rivolge al bambino utilizza spontaneamente il baby talk, il cui tono gli trasmette sicurezza, grazie al valore relazionale che assume la voce, specialmente quella cantata, come nelle ninne nanne. Nell’interazione con i bambini, la voce assume un profilo melodico particolare, segue ritmi e toni che equivalgono ai ritmi del cullare, riprende il battito del cuore ed il ritmo del respiro, avvolgendo il bambino in un clima di intimità e sicurezza.
Attraverso il contenimento si instaura una comunicazione profonda e coinvolgente, fatta anche di sguardi eloquenti. G. Nicolodi intitola uno dei suoi libri più noti rilanciando una tra le più comuni richieste dei bambini: “Maestra, guardami”. Nella prefazione al testo, Aucouturier la definisce un richiamo profondo: «“Guardami perché ho qualcosa di profondo da dirti”, “Voglio vedere nei tuoi occhi il mio piacere”, “Voglio captare il mio piacere nel tuo sguardo”. Guardare il bambino con piacere significa aiutarlo a contenersi […].» . A livello emozionale il bambino ha bisogno di percepire che ci sono occhi pronti a guardarlo, e a vederlo: gli specchi più importanti al nido sono gli occhi dell’educatrice in cui il bambina deve cogliere riflessa la bellezza, l’armonia, l’efficacia del proprio corpo.
È in questo senso che il corpo dell’educatrice, attraverso i suoi alfabeti, si offre al bambino per contenerlo, sapendo interpretare con empatia i messaggi che gli vengono inviati, presentandosi con posture aperte e accoglienti che esprimono al bambino la disponibilità a fargli sentire l’integrità rassicurante del corpo adulto. I
l corpo che contiene non ha fretta, si adatta ai ritmi del bambino rispettando l’autentico ritmo, lento e disteso, della comunicazione corporea. Il contenimento, inoltre, rispetta i ritmi del percorso verso l’autonomia: quando avranno completamente soddisfatto il bisogno di fusionalità, i bambini si sentiranno pronti ad allontanarsi dal corpo dell’adulto che, a sua volta, dovrà aiutarli in tale passaggio ritirandosi dal legame fusionale. Il contenimento sarà allora prima di tutto nel pensiero dell’educatrice che programmerà una cornice educativa intesa come corpo simbolico che aiuta i bambini a liberare il piacere della conquista del proprio movimento e della propria autonomia, all’interno di un contesto rassicurante e facilitante.

 

La cornice educativa come contenitore e corpo simbolico
Esplorare come la cornice educativa rappresenti uno dei tanti volti del contenimento non significa intraprendere un percorso disgiunto dal precedente, in cui il contenimento avviene attraverso il corpo dell’educatrice; dato che la programmazione educativa rappresenta una modalità di comunicazione non verbale silenziosa che trasmette ai bambini la sensazione di sentirsi contenuti e protetti da una cornice pensata non per trattenere, ma per liberare il piacere di conquistare la propria autonomia e l’individualità.
Attraverso la cornice educativa le modalità di contenimento si evolvono seguendo gli stessi percorsi della conquista dell’identità: dopo aver colmato il bisogno profondo di fusionalità, i bambini si sentono sempre più pronti ad allontanarsi, aprendosi verso l’esterno. Se in principio il compito dell’adulto era quello di rispondere completamente al bisogno di fusionalità, lo snodo critico per divenire sostegno (e per non diventare un limite) all’autonomia del bambino è sapersi ritirare da tale legame, accettando la frustrazione che tale distacco può comportargli . Il contenimento allora abiterà non solo nell’atteggiamento corporeo dell’adulto, ma anche nei tempi, negli spazi, nelle attività e negli oggetti che l’educatore predispone per i suoi bambini, diventerà una cornice invisibile, un contesto rassicurante e facilitante che permette al bambino di trovare il piacere del suo movimento e della sua sicurezza.
G. Nicolodi sostiene che gli “spazi-tempi-materiale” della scuola sono “parti di sé” pensate prima e donate dall’educatrice. Il bambino ha bisogno di un corpo simbolico: ancora prima di essere contenuto attraverso gli elementi della programmazione è contenuto nel pensiero dell’educatrice, per mezzo della sua progettazione. Il corpo simbolico prende forma nell’intreccio dei suoi elementi: i tempi, gli spazi, le attività e i materiali assumono connotazioni affettive ed emotive, rappresentano l’estensione della presenza dell’educatrice, offrono una dimensione in cui il bambino può abitare, quindi esistere.
La ritualità del tempo, che al nido scorre in maniera regolare e prevedibile, garantisce un senso di stabilità personale divenendo tempo familiare, tempo affettivo che matura nel desiderio dell’attesa . Daniel Pennac in Come un romanzo invita il lettore ad accogliere l’instancabile “Ancora! Ancora!” dei bambini, riflettendo sul suo significato profondo: “La ripetizione rassicura. È prova di intimità. È il respiro stesso dell’intimità".
L’autentico tempo della cura permette di ritornare presso di sé, attraverso la sospensione dei ritmi ordinari. C. Palmieri ci trasporta nel tempo della cura attraverso una suggestiva immagine: “mi immagino una dimensione fantastica: un cielo nero avvolge tutto e questo bambino cade giù, continua a cadere, cadere, cadere, perché è uscito dal tempo della vita, non segue più i tempi, le fasi, ma cade… Io mi vedo come una specie di rete invisibile che si stende sotto e lo fermo, lo rallento, lo calmo. L’immagine è di pura magia, poi arrivi nella realtà, nel tempo reale della vita: lui scopre di essere bambino e riconquista il tempo dei bambini” . Per l’autrice, il tempo della cura è come un abbraccio che dura un infinito istante.
Anche lo spazio è da considerarsi come una categoria carica di contenuti emotivi ed affettivi che dipendono dalla presenza in esso del corpo: lontano dall’essere solo un luogo fisico, è una dimensione relazionale e comunicativa che parla di chi lo abita; è una dimensione del conoscere che ha sempre uno spessore cognitivo e un colore affettivo-emotivo . Lo spazio-nido è un contesto esistenziale in cui si intrecciano significati affettivi ed educativi, è un luogo di vita la cui organizzazione e atmosfera incidono sulla qualità delle esperienze e dei rapporti interpersonali . Lo spazio è una nozione in primo luogo emozionale, strettamente legata all’affermazione dell’identità: nei primi mesi di vita del bambino, in cui è privilegiata la comunicazione corporea a contatto diretto, lo spazio non esiste se non come spazio del corpo. Il concetto spaziale diventa significativo durante la fase di separazione/individuazione, quando diventa ciò che separa dall’altro, luogo della presenza-assenza, spazio transizionale non vuoto ma da riempire attraverso il desiderio (quindi attraverso uno spazio psichico) di colmare una lontananza . Il nido funge da contenitore di vissuti, memorie e affetti attorno ai quali prende forma l’identità: “il bambino investe lo spazio dei suoi bisogni, dei suoi desideri, del proprio corpo, delle proprie emozioni, e ciò che lascia, dalle tracce fisiche alle tracce emotive, ha bisogno di ritrovare” . Lo spazio favorisce il contenimento quando è accogliente, rassicurante, connotato da elementi di familiarità, stabilità e continuità affettiva: spazi circoscritti, confini invisibili entro cui poter ritrovare se stessi, ma anche spazi sufficientemente ampi per accogliere il piacere del movimento. Nel contenitore/nido i bambini trovano lo spazio per essere accolti e ascoltati; come nel setting del gioco psicomotorio, che delimita un tempo e un luogo rassicuranti e facilitanti, in cui i bambini possono esprimersi e dare una forma alle loro emozioni. Ciò che si vuole favorire, attraverso il gioco psicomotorio, è il vissuto dell’oggetto, la cui dimensione spontanea ed emozionale non si riduce ad una sequenza di azioni o di manipolazioni. In questa dimensione il bambino diventa attore e gli viene data la possibilità di vivere a lungo e liberamente con oggetti la cui grandezza permetta di essere vissuti con tutto il corpo, investendoli sul piano simbolico per liberare i propri fantasmi giocando con essi: il gioco stesso diventa mediatore di comunicazione.
Il contenimento percorre anche strade più mediate, si avvale di mediatori della relazione, oggetti che, riempiendo le distanze, diventano mediatori di contatto, aiutano a sostenere la separazione diventando oggetti transizionali, infine divengono oggetti relazionali, ovvero sostituiti simbolici di se stessi, che permettono di entrare in relazione con l’altro, attraverso il gioco. Gli oggetti diventano simboli, mezzi attraverso i quali è possibile esprimersi, e parlare silenziosamente di sé. L’oggetto assume il valore di mediatore di contatto perché riempiendo lo spazio che separa i due corpi, permette loro di entrare in relazione, “sentendosi” reciprocamente attraverso l’oggetto stesso. Tale mediatore funge anche da oggetto sostitutivo in quanto si caricherà della tonalità emotiva della relazione tra i due soggetti. In questo senso, l’oggetto transizionale definito da Winnicott è allo stesso tempo sostituto e mediatore di relazione. L’oggetto transizionale permette al legame fusionale con la madre di non interrompersi neppure in sua assenza, tuttavia impedisce al bambino di stringere altre relazioni. L’educatrice dovrà permettere al bambino di separarsene autonomamente, rispettando i ritmi della sua evoluzione, però può aiutarlo nel suo percorso: integrando l’oggetto nella comunicazione in un’altra relazione affettiva, gli si attribuirà un valore simbolico diverso da quello di sostituto materno. Questo passaggio lo trasformerà in oggetto relazionale, oggetto di scambio che rende possibile l’incontro con l’altro: esso non ha più il valore di sostituto della madre, ma viene simbolicamente integrato al corpo del bambino, diventando sostituto simbolico di se stesso . Tra gli elementi della psicomotricità, un gioco-ambiente particolarmente interessante è la “pallestra”: la combinazione tra le palline e gli spazi vuoti consente di muoversi in essa come nell’acqua, sperimentando un movimento che provoca una stimolazione cutanea diffusa su tutto il corpo, amplificata dalla ricca fonte di stimolazione visiva e uditiva dovuta all’attrito delle palline , offrendosi quindi come mediatore ed amplificatore della relazione. La “pallestra” si presenta come un contenitore rotondo, misurato, accogliente e rassicurante che favorisce notevolmente l’apertura comunicativa e relazionale dei bambini, offrendo uno spazio ed un ambiente circostante (il mare di palline) che alleggerisce il peso del corpo permettendogli di sperimentare una vasta gamma di movimenti e una sensazione di maggior gratificazione corporea . Per concludere, il contenimento al nido percorre diverse strade che però non sono mai disgiunte o parallele: attraverso le cure del corpo, la presenza dell’educatrice, la comunicazione corporea che si instaura ed, infine, attraverso il pensiero dell’educatrice che organizza la cornice educativa, i bambini hanno la possibilità di sentirsi contenuti e protetti in un contesto educativo relazionale in cui dare corpo e spazio al piacere delle loro conquiste. Il contenimento percorre, quindi, la strada corpo/emozione, lungo la quale la sua funzione è di restituire ai bambini il valore dei loro vissuti, affinché possano crescere accettando e valorizzando, in prima persona, l’importanza del proprio corpo e delle proprie emozioni .